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News Brexit Voto 1 Aprile

Col fallimento del piano B sulla Brexit il no deal è più vicino

Stallo alla Camera dei Comuni, bocciate tutte le quattro opzioni alternative: niente maggioranza per le due uscite soft dall'Ue, né referendum bis o revoca dell'articolo 50.

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Niente piano B, spettro di un divorzio "no deal" dall'Unione europea sempre più vicino per il Regno Unito. Nella tarda serata del primo aprile non si è sbloccato lo stallo sulla Brexit: la Camera dei Comuni ha bocciato di nuovo le quattro opzioni alternative all'accordo di uscita raggiunto dalla premier Theresa May con Bruxelles, dopo il precedente nulla di fatto del 29 marzo 2019.

Una maggioranza non è emersa né sulle due ipotesi di Brexit più soft (una con permanenza del Regno nell'unione doganale l'una, l'altra in un cosiddetto "mercato unico 2.0"), né in favore d'un secondo referendum, né di una revoca dell'articolo 50 (che permette a ogni Stato membro di ritirarsi dall'Ue). Ora l'ipotesi di un salto nel buio è sempre più concreta.

Ora siamo sulla strada per uscire dall'Ue tra 11 giorni, nel rispetto della volontà dei 17,4 milioni di elettori che al referendum del 2016 hanno votato Leave

Mark Francois, ala radicale dei Tory euroscettici

I FALCHI ESULTANO: «FALLITO IL GOLPE»

L'esito delle votazioni ha scatenato l'esultanza tra i falchi brexiteer ultrà del Partito conservatore di May. Mark Francois, vicepresidente dell'European Research Group (Erg), la corrente degli euroscettici Tory più radicali, ha commentato: «Questa notte ha avuto luogo un tentativo di golpe contro la Brexit, che ha coinvolto anche esponenti di spicco del governo, ma che i deputati della base (backbenchers) hanno sventato. Il golpe è fallito». Francois ha detto che «i backbenchers hanno capito ciò che stava succedendo e si sono compattati per sconfiggere tutte queste opzioni di non-Brexit. Il risultato è che ora siamo sulla strada per uscire dall'Ue tra 11 giorni, nel rispetto della volontà dei 17,4 milioni di elettori che al referendum del 2016 hanno votato Leave». Un proclama simile è arrivato poi dall'ex leader dell'Ukip Nigel Farage.

Una hard Brexit diventa quasi inevitabile. Mercoledì il Regno Unito avrà l'ultima possibilità di rompere lo stallo o di affrontare l'abisso

Guy Verhofstadt, coordinatore del parlamento europeo sulla Brexit

Anche il coordinatore del parlamento europeo sulla Brexit, Guy Verhofstadt, ha detto la sua, usando Twitter: «La Camera dei Comuni ha di nuovo votato contro tutte le opzioni. Una hard Brexit diventa quasi inevitabile. Mercoledì il Regno Unito avrà l'ultima possibilità di rompere lo stallo o di affrontare l'abisso».

Guy Verhofstadt.
ANSA

Anche il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, aveva lanciato un ultimo appello che non ammetteva equivoci: «Una sfinge è un libro aperto a paragone del parlamento britannico», era sbottato l'ex primo ministro lussemburghese da Saarbruecken, notando come mancassero appena una decina di giorni alla scadenza anche del rinvio concesso dai 27 a Londra fino al 12 aprile.

COME SONO ANDATE LE SINGOLE MOZIONI: LA SECONDA BATTUTA PER TRE VOTI

La mozione che mirava a lasciare Londra nell'unione doganale a costo di rinunciare a futuribili accordi di libero scambio autonomi con Paesi terzi come quello che l'amministrazione Usa di Donald Trump continua almeno a parole a offrire, si è fermata a soli tre voti della maggioranza (273 contro 276), ma comunque sotto. La seconda, che raccomandava l'uscita dall'Ue, ma non dal mercato unico, ha fatto peggio (meno 21) tanto da indurre il suo promotore, il deputato conservatore dissidente Nick Boles, ad annunciare l'addio al partito della May. Niente da fare nemmeno per le altre due proposte, che puntavano a un rovesciamento del risultato referendario del 2016: la prima (appoggiata pure dal leader del Labour, Jeremy Corbyn, ma non da alcune decine di deputati laburisti eletti in collegi pro Brexit), in favore di un secondo referendum, ha avuto un buon numero di sì (280), ma anche di no (292), con uno scarto negativo di 12 seggi; mentre l'ultima, che reclamava al parlamento addirittura la potestà di revocare con un singolo voto di maggioranza l'artico 50 e di congelare la Brexit sine die come alternativa al no deal, è stata battuta nettamente con 101 voti di gap.

PROSSIMO TENTATIVO DELLA MAY: STRAPPARE MERCOLEDÌ UN QUARTO VOTO

Ora è proprio il no deal - epilogo di default nel caso in cui una qualunque intesa non ricevesse l'approvazione formale, come ha ricordato all'aula dopo il flop il ministro per la Brexit, Stephen Barclay - il traguardo più probabile. Anche se la premier May spera ancora di aggirare l'ostacolo aggrappandosi al tentativo di strappare mercoledì un quarto voto sul proprio accordo, come rilanciato da Barclay. Magari in ballottaggio con il piano B sull'unione doganale, stando alla controproposta di Corbyn. E in ogni caso con in mano la spada della minaccia delle temute elezioni anticipate.

La premier britannica Theresa May.

GOVERNO TROPPO DIVISO ANCHE PER UNA CONGIURA ANTI-PREMIER

Il governo, del resto, appare troppo diviso anche per ordire una congiura immediata contro la premier. Come dimostra la guerra aperta fra alcuni ministri e notabili, dal titolare della Giustizia, David Gauke, al chief whip Julian Smith, orientati oramai pubblicamente ad accettare una Brexit morbida se non altro per ragioni di «aritmetica parlamentare»; e altri colleghi (a partire dal vecchio euroscettico Liam Fox) pronti a gridare al «tradimento» e a ipotizzare dimissioni di massa.

SALE IL NERVOSISMO NEL PAESE DIVENTATO «ZIMBELLO D'EUROPA»

Intanto a Londra e nel mondo economico l'allarme si sta tingendo di panico, ma anche di collera. Con la compagnia aerea EasyJet che è crollata in Borsa per le incertezze dei prossimi mesi; le scorte degli importatori che si moltiplicano; e Juergen Maier, ceo di Siemens Uk, che ha sollecitato un soprassalto di realismo a un Paese diventato «lo zimbello d'Europa».

IL TENTATIVO CONTROVERSO DI UNA LEGGE ANTI NO DEAL

Un gruppo trasversale di deputati guidati dalla laburista Yvette Cooper e dal Tory moderato Oliver Letwin ha lanciato al proposta di una legge anti no deal concepita per cercare di obbligare il governo May a chiedere all'Ue un'estensione del rinvio della Brexit oltre il 12 aprile se - come appare sempre più probabile - Londra non fosse in grado di approvare un accordo qualsiasi. Il problema è che l'accordo è la conditione sine qua non per cui l'Ue può accettare una richiesta di estensione. Il senso è infatti: siamo disposti a dare più tempo se i britannici sanno in che direzione andare. L'iniziativa quindi ha un'efficacia incerta - tanto più che il no deal resta l'epilogo di default in mancanza d'accordo ratificato e Bruxelles ha già fatto sapere di condizionare uno slittamento lungo a una svolta politica sostenuta da una qualche maggioranza al momento inesistente - ma che i promotori difendono almeno come tentativo da ultima spiaggia. «Capiamo che è difficile, ma val la pena tentare», ha detto Letwin. «Qualunque cosa accada nei prossimi giorni, il Regno Unito ha bisogno di un'estensione oltre il 12 aprile se vogliamo evitare i danni e il caos del no deal», gli ha fatto eco la Cooper.

2 Aprile Apr 2019 0630 02 aprile 2019
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