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L'Italia non vuole imparare la lezione della Brexit

Promesse irrealizzabili e faciloneria politica a cui gli elettori hanno creduto. Così la Gran Bretagna è precipitata nel caos. Un rischio che corre anche il nostro Paese col governo gialloverde.

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Il drammone Brexit va verso il gran finale ma nessuno ancora sa come né quale.

C’è il rinvio di ogni decisione al termine massimo del 31 ottobre, se il parlamento inglese riuscirà finalmente a dire in qualsiasi momento che tipo uscita dell'Ue vuole e non solo ciò che non vuole. Farla prima del 22 maggio farebbe evitare alla Gran Bretagna di dover tenere le elezioni parlamentari europee, uscire dopo significherebbe ingoiare quel grosso rospo. Così i 27 dell'Unione europe hanno deciso e Londra ha accettato.

È ESCLUSO CHE LA GRAN BRETAGNA AZZERI I RAPPORTI ECONOMICI CON L'UE

Sulla singolare vicenda Brexit, che si sta sfarinando davanti al mondo intero, aleggia sempre lo Shakespeare del Macbeth, atto V scena V: «It is a tale/Told by an idiot, full of sound and fury,/ Signifying nothing» («È una storia / raccontata da un idiota, piena di grida strepiti furori/del tutto privi di significato»). Abbiamo somme sintesi ugualmente taglienti nella letteratura italiana, ma al momento il più rappresentativo sui fatti attuali di casa nostra resta il Totò – anche lui un grande, sia detto - de Gli onorevoli (1963) e il candidato Antonio La Trippa, monarchico, con il suo «Vot’Antonio, Vot’Antonio!».

Se il Regno Unito vota per l’europarlamento un secondo referendum diventa più credibile

La tragicommedia italiana, centrata attorno al debito pubblico e a promesse elettorali di scambio finanziate a debito, è tutta un «Vot’Antonio» al quale gli errori precedenti hanno dato insperata credibilità. La rivoluzione grillina ha fatto sognare l’assegno mensile “a reddito”. Quota 100 illude che il sistema pensionistico sia quello di sempre. Il credito acquisito con molti da Matteo Salvini fermando i negher sul bagnasciuga viene speso nelle promesse economiche, finché dura. E intanto, «Vot’Antonio». Non siamo ancora al gran finale, in Italia, ma non tarderà troppo.

Boris Johnson.

In Gran Bretagna è escluso che il gran finale possa essere una totale rottura dei rapporti economici privilegiati tra Bruxelles e Londra, con tutto quanto ne consegue. Difficile cioè una no deal Brexit, che i Comuni e i Lord hanno dimostrato di non volere e che potrebbero nuovamente bloccare. Restano in campo varie gradazioni di partnership o addirittura, ma non sarà facile, un «abbiamo scherzato» e tutto resta come prima, cioè un remain, se approvato da un non facile secondo referendum con dentro la chiara opzione di rimanere nell'Ue. Se il Regno Unito vota per l’europarlamento un secondo referendum diventa più credibile. La premier Theresa May spera sempre di riuscire a far votare prima del 22 maggio una quarta volta il suo piano di uscita, già un tradimento della volontà popolare del 2016 secondo i puri e duri che per tre volte l'hanno bocciato insieme all’opposizione.

BORIS JOHNSON LIQUIDATO DAI SUOI STESSI ALLEATI

Il fronte dei brexiteer intanto non è più quello che era. Peter Oborne, giornalista-principe pro Brexit - prima come capo del politico del Daily Telegraph e poi come editorialista del Daily Mail - ha scritto il 7 aprile un “contrordine compagni”: mi sono sbagliato, non si può fare, e se la facciamo le generazioni future ci malediranno. Nessuno nella fantasia popolare britannica incarna la Brexit bene quanto Boris Johnson. È stato sindaco di Londra tra il 2008 e il 2016 e poi, nel birnnio 2016-18, ministro degli Esteri dimessosi per protesta contro il piano di uscita dalla Ue della premier, da lui giudicato una resa.

Boris non sa fare politica da adulto, non domina le questioni complesse

Philip Hammond, ministro delle Finanze inglese

Qualche giudizio su Johnson, di suoi stretti sodali politici soprattutto, conferma l’attualità del «Told by an idiot e del «Signifying nothing» del Macbeth. «Non sa fare politica da adulto», diceva di Johnson, mesi fa, l’attuale Cancelliere dello Scacchiere (ministro delle Finanze) Philip Hammond, «non domina le questioni complesse» come la Brexit, e come primo cittadino della City, aggiungeva, verrà ricordato per avere introdotto le biciclette in bike sharing. Del resto di fronte all’opposizione netta dell’industria britannica all'uscita dall'Ue, Johnson ha saputo esprimere solo un «fuck business», al diavolo gli industriali. Il 30 giugno 2016, a pochi giorni dalla vittoria referendaria del leave, l’ex ministro Michael Gove che insieme a Johnson ne era stato il portabandiera, oltre che braccio destro dell'ex sindaco nella corsa dichiarata verso la premiership, (entrambi due ex giornalisti) , lo impallinava: «Non sa assicurare la leadership necessaria né costruire la squadra per i compiti che ci aspettano». Era «il più spettacolare assassinio politico dell’ultima generazione», commentava il Daily Telegraph.

Johnson è il politico più irresponsabile che il Paese abbia visto in molti anni

L'Economist

Johnson, dopo essere stato il generale della vittoria referendaria, annunciava così che non avrebbe corso per la premiership e abbandonava il campo, disarcionato dal suo maggiore sponsor che poneva subito la propria personale candidatura. La May diventava premier e nominava Johnson poco dopo ministro degli Esteri, per controllarlo meglio, con un portafoglio senza Brexit e senza politica commerciale, cioè poco più che simbolico. «Vorrei fosse uno scherzo», era il commento dell’ex premier svedese Carl Bildt. Infinite volte nella campagna referendaria e fino a pochi mesi fa, come del resto il suo ex amico Gove, Boris ha ripetuto «dopo la vittoria avremo in mano tutte le carte e potremo scegliere la strada che vogliamo». Non l’hanno ancora scelta. Persino David Davies, ex ministro per la Brexit dimessosi insieme a Boris nel luglio 2018 contro il piano May, diceva di lui: «Siamo due compagnoni, ma credo che molte delle sue idee forniscono un buon titolo di giornale, non necessariamente ispirano una buona politica». «Da demagogo e non da uomo di Stato, è il politico più irresponsabile che il Paese abbia visto in molti anni», conclude l’Economist, che a fine 2018 ha assegnato a Boris il trofeo «come politico più efficace nel danneggiare il suo partito e il suo Paese».

LA NOSTALGIA PER UN PASSATO CHE NON PUÒ TORNARE

Chi scrive ha conosciuto bene Boris, giovane giornalista a Bruxelles 30 anni fa, e conferma trattarsi di simpatica canaglia con due soli fari, il disprezzo per l’Europa e l’orgoglio inglese. E forse per questo è oggi di gran lunga il più popolare, per gli elettori conservatori, fra i possibili successori di Theresa May. Johnson e molti suoi colleghi più versati di lui nel mondo della finanza offrono la visione di un ritorno al glorioso passato per nascondere i loro progetti del futuro. Il progetto è quello di un Gran Bretagna tutta centro offshore che cambia le regole e attira i capitali dal continente e lo dissangua. Sarebbe uno «standing tall again» per dire una frase cara a Boris, un tornare alle vecchie glorie.

Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

Non è la prima volta che il Paese si divide profondamente su scelte economiche di fondo e il caso più simile è quello della cosiddetta Imperial Preference, un vasto progetto di abbandono del libero scambio che a lungo dagli Anni 40 dell’800 era stata la bandiera e la forza del Regno Unito, allora potenza dominante in assoluto. A fine 800, sfidati dalla concorrenza di Germania e Stati Uniti, i conservatori soprattutto incominciarono a pensare a tariffe protettive contro tutti salvo i Paesi dell’Impero. I Chamberlain, padre e figlio, Joseph e Neville, si identificarono con l’Imperial Preference, sconfitta da Winston Churchill cancelliere dello scacchiere (1924-29) e creata, in parte, solo negli Anni 30, per finire demolita dopo la guerra dagli Usa e infine dal Mec.

Spendere di più, incassare di meno, fare più debito. Questa la ricetta gialloverde

Il modello è stato riproposto con la Brexit, come fuga dall’Europa. Per un Paese che ha un passato orgoglioso di tre secoli, e a malapena se lo ricorda nei suoi ultimi anni, il passato è dolce e illude. Noi italiani un passato glorioso lo ritroviamo solo risalendo al Rinascimento, quando l’Italia non c’era a ben vedere, e quindi siamo sempre stati tutto futuro. Fascista prima, poi in parte abbiamo molto creduto, fino al 1989 almeno, al socialismo reale sempre un futuro futuribile, e ora crediamo al futuro gialloverde che riesce a ignorare il grande debito pubblico e ad abbattere le tasse e a «mettere i soldi nelle tasche degli italiani» senza colpo ferire. Spendere di più, incassare di meno, fare più debito. Questa la ricetta gialloverde. Aiuta a vincere le elezioni, «Vot’Antonio». E a perdere tutto il resto.

14 Aprile Apr 2019 1400 14 aprile 2019
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