Trattativa Radio Radicale Chiusura Crimi

Retroscena e trattative sulla chiusura di Radio radicale

Crimi non avrebbe gradito le aperture dei suoi colleghi M5s. Che spingevano per un accordo tra l'emittente e la Rai. Così si è impuntato sul non rinnovo della convenzione. Come può evolversi la partita.

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Vito Crimi è irremovibile: Radio radicale non va salvata. «La nostra posizione è molto chiara: l'intenzione del governo, mia e del ministero dello Sviluppo economico è di non rinnovare la convenzione con Radio radicale», ha detto il sottosegretario grillino all’Editoria che non avrebbe gradito le aperture - con dichiarazioni ad hoc all’emittente - fatte dai suoi compagni di partito e che avrebbero finito per avallare la trattativa in corso tra la Rai e la radio per una partnership. E se ne sarebbe lamentato anche con il capo politico del Movimento 5 stelle, Luigi Di Maio, che poi come ministro dello Sviluppo è quello che firma la convenzione con la storica emittente pannelliana per la trasmissione delle attività parlamentari.

LE CIFRE: SERVONO 4 MILIONI, DUE DEI QUALI PER GLI STIPENDI

La convenzione scade il 21 maggio 2019 e per sopravvivere fino alla fine dell’anno la radio deve trovare almeno 4 milioni di euro. Due dei quali sono necessari per pagare gli stipendi alla cinquantina tra giornalisti e tecnici - cifra questa che potrebbe essere contenuta ricorrendo agli ammortizzatori sociali - mentre gli altri due servono per gestire la rete dei ripetitori e le attrezzature tecniche di una macchina che ogni mese costa 300 mila euro soltanto per mandare le sue troupe in giro per i palazzi della politica e le sedi istituzionali.

L'IDEA: OFFRIRSI COME SERVICE DELLA RAI VENDENDO FREQUENZE E ARCHIVIO

Crimi non ha ancora chiarito le intenzioni del governo: rifare una gara per affidare la trasmissione delle attività parlamentari - ipotesi che avrebbe il placet di Radio radicale - oppure lasciare che di questo servizio se ne occupi soltanto Rai Parlamento. Ma l’atteggiamento di chiusura del sottosegretario non aiuta le trattative in corso. Riprendendo una vecchia idea di Marco Pannella, i vertici dell’emittente avrebbero bussato alla porta della Rai per offrirsi come service di viale Mazzini per la copertura delle attività istituzionali, proponendo - e vendendo - sia le frequenze sia l’archivio raccolto in 40 anni di trasmissioni, che spazia tra sedute parlamentari, convegni, interviste a esponenti politici e della cultura, fino ai grandi processi di mafia e di cronaca.

L'amministratore delegato della Rai Fabrizio Salini.

Durante i primi incontri tra le parti, i dirigenti Rai avrebbero fatto sapere ai colleghi di Radio radicale che ci sono gli spazi per un’integrazione, anche perché nel suo ultimo piano industriale l'amministratore delegato Fabrizio Salini vuole potenziare questo tipo di servizio pubblico. Ma hanno anche aggiunto che fino a quando non ci sarà un via libera politico, il dossier non finirà sul tavolo del consiglio di amministrazione di viale Mazzini.

IL PIANO ALTERNATIVO: BRAND JOURNALISM CON TRASMISSIONI A PAGAMENTO

Va da sé che l’approccio di Crimi blocca ogni trattativa, che nella maggioranza pure avrebbe l’appoggio della Lega. Soprattutto il suo niet allontana la speranza dei redattori di Radio radicale che possa arrivare una proroga alla convenzione. Da qui al 21 maggio potrebbero succedere molte cose, ma in via Principe Amedeo starebbero anche studiando un piano alternativo, guardando al brand journalism, offrendo a pagamento la trasmissione dei loro eventi a enti istituzionali e aziende. Ma sono i primi a sapere che questo progetto richiederebbe mesi per essere implementato e che il mercato italiano su questo fronte è abbastanza asfittico. In poche parole, se nessuno fa cambiare idea a Crimi (e a Di Maio), l’emittente è destinata a chiudere.

15 Aprile Apr 2019 1722 15 aprile 2019
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