Striscioni Contro Salvini Polizia

I contestatori di Salvini e il nodo dell'ordine pubblico

Striscioni rimossi, cellulari sequestrati anche se per pochi minuti. Tutto questo va contro la legge o la tutela dell'ordine pubblico giustifica tutto? Parola all'avvocato Ferrando. 

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In principio fu la signora Lucia a fare infuriare i leghisti in piazza, radunati sotto il suo balcone di Riva Sette Martiri, a Venezia. Accadeva 22 anni fa, ben prima che il movimento padano diventasse partito sovranista, e ben prima che la necessità di proteggere i confini della nazione soppiantasse la narrazione della secessione e della Padania libera.

Fu lei la coraggiosa a esporre dalla propria finestra qualcosa che ai militanti della Lega Nord all'epoca proprio non piaceva: la bandiera italiana. «Il tricolore lo metta al cesso, signora», gridò dal palco Umberto Bossi il 14 settembre 1997. Frase che al Senatùr costò una condanna per vilipendio alla bandiera. Questa forma di protesta patriottica e silenziosa si è ripetuta anno dopo anno, fino al 2010, quando ha cambiato casa. Poco dopo, con l'elezione di Matteo Salvini a segretario federale nel 2013, sarebbe comunque cambiata Lega. Oggi infatti il tricolore è benvenuto ai comizi del ministro dell'Interno: a farlo infuriare sono altri striscioni. In più occasioni sono persino intervenute le forze dell'ordine e i vigili del fuoco per rimuoverli. Ma queste condotte sono lecite o comprimono i diritti costituzionali dei cittadini, che devono essere liberi di esprimere il proprio pensiero? Lettera43.it lo ha chiesto all'avvocato penalista Giovanni Maria Ferrando.

L'avvocato Giovanni Maria Ferrando.

DOMANDA. Partiamo da quanto avvenuto a Salerno, dove agenti di polizia sono entrati in un'abitazione per rimuovere uno striscione contro la Lega. Potevano farlo?
RISPOSTA.
La proprietaria di casa non era tenuta a farli entrare ma, da quanto si apprende, sembra che la signora alla fine abbia autorizzato l'ingresso delle forze dell'ordine. Se si fosse impuntata avrebbe avuto il diritto a tenerli fuori. Il domicilio è inviolabile, tale diritto è tutelato dalla Costituzione, che riconosce solo determinati casi nei quali la legge consente agli ufficiali di polizia giudiziaria di entrare senza permesso. Inutile elencarli in questa sede, anche perché questo caso non vi rientrerebbe.

Non si ravvisa una compressione dei diritti costituzionali sulla libertà di pensiero?
Siamo di fronte a casi molto complessi. L’articolo 99 del Dpr n. 361/1957 dice che «chiunque con qualsiasi mezzo impedisce o turba una riunione di propaganda elettorale, sia pubblica che privata, è punito con la reclusione da uno a tre anni» e con una multa fino a 3 milioni di vecchie lire. Ben più pesante sembrerebbe essere la portata dell'articolo 21 della Costituzione: «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure».

Quindi?
Si deve fare un bilanciamento di interessi tra chi tiene il comizio e ha ottenuto l'autorizzazione e chi vuole dissentire. Ma il faro in questioni simili è l'ordine pubblico che rappresenta un bene preminente.

Cosa significa?
Faccio un esempio che può aiutare a comprendere meglio. Pensiamo a ciò che avviene negli stadi: sono situazioni ad alto rischio nelle quali l'animosità dei presenti può facilmente trascendere, quindi chi ha il compito di mantenere l'ordine e la sicurezza spesso ha il dovere di anticipare che la situazione sfugga di mano, talvolta esagerando.

Ma un cartellone è sufficiente a turbare un comizio?
Molto dipende dal giudice di fronte al quale finisce il caso. Non esiste in merito una giurisprudenza definita. Da un lato la Consulta ha ricordato come «la turbativa dei comizi è un evento assai pericoloso per la sicurezza pubblica, tale da giustificare, sotto questo profilo, la previsione di pene edittali altrettanto gravi e pari a quelle previste per l'ipotesi d’impedimento», dall'altro si può sostenere che quella forma di dissenso silenzioso non turbi alcunché. Varia da caso a caso: un cartellone può essere innocuo o può essere dinamitardo. In prossimità dei comizi rischia di accrescere il suo potenziale. Nella stessa piazza può essere inteso come una provocazione.

A Brembate, nella Bergamasca, lo striscione è stato rimosso dai Vigili del fuoco. A chi rispondono?
Il Corpo nazionale dei vigili del fuoco è una struttura dello Stato incardinata nel ministero dell'interno. I vigili del fuoco affiancano spesso gli agenti di pubblica sicurezza in talune loro operazioni: pensiamo per esempio agli sfratti.

I contestatori di Salvini vengono anche identificati dalla polizia. Ma così non si lede l'espressione della libertà di pensiero?
Si ritorna all'aspetto già visto dallo striscione: chi manifesta con un permesso ha diritto a farlo. Chi vuole dissentire non può invece provocare. Non perché non abbia diritto a manifestare la propria opinione ma perché potrebbe dare vita a tafferugli. La Corte d’appello di Catanzaro, con sentenza n. 380/2008, ha stabilito che «se è ammissibile una manifestazione di dissenso, quale espressione del diritto di critica nei confronti del pensiero dell'oratore, essa deve essere rigorosamente mantenuta entro i confini dell'urbanità e della moderazione, senza essere colta a pretesto per dare sfogo alla propria animosità e intralciare il regolare svolgimento della riunione».

E del caso del cellulare trattenuto dopo che la ragazza ha chiesto un finto selfie a Salvini cosa possiamo dire?
Le riprese non permettono di conoscere l'esatto contesto. Parlando più genericamente della moltitudine di filmati visti in Rete, in diverse occasioni potremmo dire che gli agenti sono apparsi anche troppo zelanti. Probabilmente chi volesse andare a fondo potrebbe riuscire a farli rispondere per un qualche abuso. Ma è anche vero che, come abbiamo visto, la linea che separa la tutela del diritto alla libertà di pensiero e la tutela dell'ordine pubblico è sottile, specie in manifestazioni ad alto rischio come queste, per i contenuti politici e anche per l'alto numero di partecipanti che vi prende parte.

Quindi gli agenti possono trattenere un cellulare e persino intimare la cancellazione di quanto ripreso?
Assolutamente no, non essendoci reati di mezzo. Tolto il clamore politico e l'uso strumentale mediatico, da un punto di vista giuridico occorre analizzare questi fatti per quello che sono. Dopo alcuni attimi nei quali la situazione stava trascendendo, il cellulare è stato fortunatamente restituito, impedendo quindi la consumazione di abusi veri e propri. Anche i filmati non sono stati cancellati, tant'è che abbiamo potuto visionarli. Quindi cosa resta? Una condotta deprecabile ma che appare troppo lieve per instaurare un giudizio, non essendoci danni per chi si ritiene vittima dell'abuso. In più si deve tenere conto della situazione di stress nella quale operano gli agenti.

Però fatti analoghi sembrano accadere solo nelle manifestazioni con il ministro Salvini...
In realtà ho memoria di un fatto simile che risale al 2016. In occasione di una visita dell'allora presidente del Consiglio Matteo Renzi a Prato, alcuni militanti di Forza Italia affissero un cartellone che recitava: «Renzi hai fallito». Qui, riportano le cronache, gli agenti della questura lo tagliarono a metà nottetempo, facendo sparire il nome del premier. Rimase semplicemente la scritta «hai fallito».

14 Maggio Mag 2019 1025 14 maggio 2019
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