Reportage
19 Novembre Nov 2017 1200 19 novembre 2017

Kosovo, il monastero simbolo di tensioni etniche mai sopite

Monaci serbo-ortodossi da una parte. Abitanti albanesi dall'altra. In mezzo un contingente (anche) italiano, col compito di mantenere l'ordine. In un clima di odio che si auto-alimenta. L43 a Dečani.

  • Stefano Fasano
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da Dečani, Kosovo

Uzurpatorë: è questo il termine albanese con cui gli abitanti del piccolo villaggio di Dečani, nel Kosovo occidentale, di solito si riferiscono ai monaci serbo-ortodossi dell’omonimo monastero situato poco fuori dal centro abitato. Si tratta di un piccolo gioiello architettonico del XIV secolo, incastonato in una valle tra due montagne e Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, al cui interno sono presenti diversi affreschi bizantini di immenso valore, grazie ai quali è stato definito la “Cappella Sistina dei Balcani” (guarda le foto). Qui, una comunità di 20 monaci manda avanti quella che è una piccola realtà autosufficiente, interamente dedicata all’allevamento e alla preghiera, nel silenzio della valle. Con una particolarità: l’intero monastero è attualmente protetto h24 dalla sorveglianza armata dell’esercito italiano, nell’ambito della missione Nato Kfor. L’accesso è controllato da due checkpoint armati, in cui vengono normalmente lasciati i documenti dei visitatori, mentre all’interno dei cortili del monastero è cosa comune l’alternanza di monaci dalle lunghe barbe in tonaca nera che passeggiano e pattuglie di soldati armati in mimetica.

QUOTIDIANITÀ MILITARIZZATA. La militarizzazione fa ormai parte della vita quotidiana dei religiosi, come la sveglia all’alba, il lavoro nei campi o la preghiera. «Non oso immaginare cosa sarebbe accaduto senza la protezione dei soldati italiani, e cosa potrebbe accadere ancora oggi: la situazione è ben lontana dal poter essere definita sicura», spiega a Lettera43.it Padre Petar, monaco nel complesso di Dečani dal 2002, il quale ha imparato a parlare negli anni un discreto italiano, soprattutto grazie alla presenza dei militari. Le origini della surreale situazione del monastero sono da ricercare negli eventi accaduti nel 1999, al tempo della guerra tra l’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uçk) e le forze armate serbe. A seguito di poco meno di tre mesi di bombardamenti queste ultime furono costrette al ritiro, seguite da migliaia di civili di etnia serba, che si lasciarono però alle spalle centinaia di piccole enclavi e monasteri serbo-ortodossi. Realtà che si ritrovarono quindi ben presto circondate da intere comunità di etnia albanese e religione musulmana, che ne fecero l’oggetto della propria vendetta per le violenze subite dalle forze serbe.

Sono stati circa 150 i luoghi di culto serbo-ortodossi distrutti o danneggiati dall’odio interetnico negli ultimi 18 anni

Sono stati infatti circa 150 i luoghi di culto serbo-ortodossi distrutti o danneggiati dall’odio interetnico negli ultimi 18 anni. Un odio del quale è stato oggetto anche il monastero di Dečani, che ha visto nello stesso periodo l’esplosione di ben 20 granate e un razzo sparato lungo le mura perimetrali, mentre lo scorso anno quattro persone armate sono state fermate a uno dei checkpoint lungo la strada che conduce al complesso. Nel villaggio più a valle, ancora oggi, l’avversione per per la nazione che indirettamente i monaci rappresentano è ancora chiaramente percepibile nei discorsi di chi, nella guerra, per mano dei serbi ha perso un padre o un fratello. Un astio che si ripercuote sui rapporti tra i monaci e l’amministrazione locale, visto che quest’ultima si è recentemente rifiutata di dare applicazione a una sentenza della Corte Suprema kosovara che assegnava al monastero 23 ettari di terreno a esso adiacenti. Consolidando, di fatto, la percezione di uno “stato di assedio” nella testa dei monaci, e rinforzando la loro scarsa fiducia nelle amministrazioni locali.

UN EQUILIBRIO INSTABILE. La verità tuttavia è che tale stato di assedio risulta essere una percezione alquanto enfatizzata della realtà delle cose: raramente, infatti, l’astio si tramuta in qualcosa in più di qualche sguardo torvo, o qualche insulto, e per rendersene conto è sufficiente parlare con i militari che presidiano il complesso di Dečani da ormai 18 anni. «La situazione, in realtà, è abbastanza calma e stabile. Certo, presenta elementi di fragilità, dovuti principalmente alla generale situazione di tensione della regione, ma non vi sono state serie minacce nel recente passato», spiega il Ten. Col. Antonio Bernardo, portavoce del comando italiano della missione Kfor nel settore occidentale del Kosovo. «Il nostro compito, oltre alla sorveglianza statica e in movimento attraverso pattuglie, è quello di essere “primi risponditori” in caso di pericolo per il complesso o i religiosi», specifica Bernardo.

IN ATTESA DELLA TRANSIZIONE. Normalmente tuttavia il compito di Kfor, formato da forze austriache, slovene e moldave, oltre che italiane, non è quello di fornire prima assistenza in caso di minaccia (delegato ormai da tempo alla polizia kosovara), ma qui al monastero la transizione non è stata ancora effettuata. E, se da un lato le voci ufficiali si rifiutano di offrire spiegazioni ufficiali nel merito, dall’altro basta scambiare qualche parola in giro per il meraviglioso chiostro del monastero: «I monaci non si fidano della polizia kosovara», è la spiegazione più gettonata. E questo pensiero trova pieno riscontro nelle parole dei religiosi: «Nonostante molti, giù in paese, ci confidino di non avere in realtà nulla contro di noi, nessuno si esporrebbe ad aiutarci se succedesse qualcosa. Nemmeno la polizia kosovara». Questo isolamento, tuttavia, viene anche enfatizzato dallo stesso comportamento dei monaci: pochissimi di essi parlano un buon albanese, e praticamente nessuno si spinge giù in paese da anni, nemmeno per fare gli acquisti più banali. E così, come un fuoco che si autoalimenta, la percezione di pericolo costante dei monaci incontra l’odio etnico degli abitanti che li circondano, che a sua volta rinfocola le sensazioni dei religiosi.

L’unica delle parti in causa a essere paradossalmente in buoni rapporti con tutti è quella dei militari. «Il nostro rapporto con i soldati, ma soprattutto con quelli italiani, che sono stati qui sin dall’inizio, è semplicemente fantastico», ammette Padre Petar, sorridendo. E anche tra la comunità kosovaro-albanese è possibile trovare riscontri di questo tipo: «Sono convinto la presenza dei militari al monastero serva ancora», commenta Bezart, 25 anni, giovane abitante della vicina città di Gjakova. «Nessuno vuole distruggere il monastero, è in fondo il nostro patrimonio culturale. Ma conosco la mia gente, e i loro colpi di testa», ammette. Il problema principale, nonostante le iniziative messe in campo proprio dai militari per aiutare la transizione e la convivenza tra le due etnie, rimane quello educativo. Sono infatti i giovani quelli da cui i monaci sentono provenire le maggiori minacce, quelli che non hanno mai sperimentato la convivenza tra le due etnie precedente alla guerra.

NAZIONALISMO DILAGANTE. «Il nazionalismo dilagante è alla base del problema», analizza Padre Petar. «La classe politica continua a soffiare sul fuoco della divisione, del “noi” e del “loro”, per creare un consenso. Solo che il “loro” questa volta siamo noi». E in effetti, tutta la retorica politica nel Paese è basata su roboante nazionalismo e lasciti del periodo post-bellico: basti pensare che il neo-eletto premier kosovaro, Ramush Haradinaj, è un ex eroe di guerra soprannominato “Rambo”, e negli Anni 2000 è stato al centro di alcune accuse di violenze contro civili serbi, albanesi e rom, al fine di consolidare il potere dell’Uçk. Un problema non nuovo, quello dell’odio utilizzato come arma politica per creare consenso. «La soluzione del problema può venire solo dall’educazione. Da una vera educazione, a rispettare l’identità e la diversità, ad imparare la tolleranza», riflette Padre Petar, giocherellando con la manica della propria tonaca. Evidenziando, peraltro, una situazione da cui sembra impossibile uscire in breve tempo.

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