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Reportage
25 Marzo Mar 2018 0900 25 marzo 2018

Sesto San Giovanni, cosa c'è dietro la moschea della discordia

Il primo sindaco di destra in 72 anni aveva bloccato la costruzione del Centro islamico. Ma il Tar gli ha dato torto. Mentre l'imam si appella alla libertà di culto. Reportage di L43 nell'ex Stalingrado d'Italia.

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da Sesto San Giovanni

"Sesto pronta al referendum contro la grande moschea". Il titolo a tutta pagina della cronaca di Milano di Libero su una bacheca puntellata da vecchi adesivi della Lega Nord per la Padania accoglie chiunque scenda alla fermata della metropolitana Sesto Rondò. D'altronde anche noi siamo qui per questo. Il 9 marzo 2018 il Tar della Lombardia ha annullato lo stop alla costruzione della moschea di Sesto San Giovanni (Milano), o meglio ha annullato la delibera votata dal Consiglio comunale che toglieva il diritto di superficie sul terreno. Il sindaco non l'ha presa bene. Su Facebook parla di «follia», promette un referendum e un ricorso al Consiglio di Stato.

PRIMO PUNTO DEL PROGRAMMA. D'altronde quella delibera era stata una delle prime azioni fatte dal sindaco Roberto Di Stefano, il quasi 40enne che ha messo un fine ai 72 anni di governo di sinistra che avevano affibbiato al comune l'appellativo di Stalingrado d'Italia. Al primo punto del suo programma c'era il "No alla grande moschea" e lui non ha intenzione di perdere la faccia.

Il sindaco di Sesto Roberto Di Stefano con la moglie Silvia Sardone, anche lei politica in Forza Italia, consigliere comunale a Milano e neoeletta al Consiglio regionale della Lombardia.

Lo incontriamo nei suoi uffici istituzionali, in piazza della Resistenza. Fuori un gruppo di una cinquantina di persone senza bandiere politiche manifesta per la chiusura di un asilo nido. "L'educazione dei bambini è un investimento, non è una spesa", si legge sui manifesti. E ancora: "I nidi comunali sono una ricchezza".

IL SINDACO STA TIRANDO LA CORDA. In piazza, accanto al bassorilievo che celebra le vicende che hanno segnato la Resistenza dal 1922 alla Liberazione, un'educatrice che preferisce rimanere anonima ci tiene a farci sapere che quella dei nidi è la goccia che farà traboccare il vaso. «In poco più di sei mesi il sindaco ha imposto simboli cattolici nelle scuole, è uscito dalla rete pubblica contro le discriminazioni di genere, ha chiuso le sedi locali dell'Anpi e alzato le rette agli asili e ai centri estivi per favorire i soggetti privati e renderli economicamente inaccessibili ai figli degli stranieri». E ancora: «Ha disertato le manifestazioni antifasciste e, per la prima volta nella storia di Sesto, ha negato l'invio del gonfalone alla manifestazione al monumento al deportato al Parco Nord. Uno scandalo!».

Manifestazione di fronte al Comune a Sesto San Giovanni.
Cecilia Attanasio Ghezzi

In netto contrasto con tutto ciò che accade fuori, dentro al palazzetto del Comune regna una gran calma. Il sindaco ci accoglie nei suoi uffici, e ci fa accomodare su una poltrona. In maniera informale si siede sul divano accanto. Sorride e fa roteare tra le dita uno spinner. Non smetterà di trastullarsi con quell'antistress per tutto il tempo dell'intervista. A parte questo dettaglio, risponde senza esitazioni a tutte le domande. Sembra molto sicuro di sé, ma semplifica e amplifica ogni affermazione come se fosse ancora in campagna elettorale.

«UN SISTEMA DI CLIENTELISMO». «Dietro la falsa riga dell'integrazione si è sviluppato un sistema di clientelismo. Un tempo favoriva i meridionali, oggi gli stranieri». È convinto che la sinistra sia riuscita a governare così a lungo proprio grazie a questi metodi: «Al posto di lavoro seguiva la casa popolare e poi i contributi. Di fatto gli abitanti di Sesto erano a libro paga delle istituzioni. Ecco spiegato il modello della Stalingrado d'Italia».

«TROPPA FINANZA CREATIVA». Di Stefano lamenta di essersi trovato con 14 milioni di squilibrio di cassa e una serie di situazioni opache - «associazioni che non pagano affitti o utenze, assegnazioni di case popolari in deroga alle graduatorie e più in generale un metodo di finanza creativa in cui il debito di alcune realtà veniva scaricato su quello del Comune» - che promette di portare di fronte alla Corte dei conti. Di certo i riferimenti politici sono cambiati.

La bacheca con i giornali a Sesto Rondò.
Cecilia Attanasio Ghezzi

Negli Anni 50 il Partito comunista di Sesto aveva 16 mila iscritti: un abitante su due. Da allora la popolazione è più che raddoppiata e il centrosinistra si è assottigliato, ma ha sempre vinto le elezioni, fino al ballottaggio del 25 giugno 2017. Per diventare sindaco a Di Stefano - sostenuto da alcune liste civiche, Lega, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Alleanza nazionale - sono bastati 16 mila voti. L'astensione ha sfiorato il 55%.

«NON COMANDANO A CASA NOSTRA». Non sarebbe il caso di mediare con il resto della popolazione? «La volontà popolare è chiara: no alla grande moschea. Non vorrei che la libertà di culto stesse diventando un pretesto per non rispettare gli elettori», si scalda subito il sindaco. «Mica possono venire a comandare a casa nostra!». Eppure Di Stefano è figlio di due migranti. Ci racconta che i suoi genitori sono arrivati a Sesto per sfuggire alla fame del Sud d'Italia e che qui hanno trovato lavoro e messo su famiglia. La loro è la storia di tanti.

TOPONOMASTICA COMUNISTA. Se la toponomastica della cittadina racconta una storia operaia e comunista (viale Gramsci, piazzale Primo maggio, parco Marx, via Falck, via acciaierie), l'urbanistica lascia chiaramente intendere cosa ne è stato dopo. Un terzo dell’intera superficie del comune è occupato dagli scheletri delle acciaierie Falck e degli altri capannoni e impianti industriali abbandonati. Poche le persone per strada, molte le serrande abbassate e le finestre chiuse. Di fatto Sesto sarebbe la periferia di un'ipotetica città metropolitana, ma allo stato attuale fa comune a sé.

Il rendering della moschea che dovrebbe essere costruita a Sesto San Giovanni.

«I miei coetanei, quelli che hanno messo su famiglia, non abitano più qui. Sono dove c'è lavoro: in Brianza o a Milano», spiega ancora Di Stefano. «E sono stati sostituiti dagli stranieri. Se costruissimo quella moschea Sesto diventerebbe il punto di riferimento per gli islamici di tutto il Nord d'Italia. Una massa di popolazione che un Comune così piccolo non ha la forza di gestire». Però motiva la sua presa di posizione con una serie di informazioni che risultano essere sbagliate.

SNOCCIOLATE TANTE FAKE NEWS. La moschea non potrà ospitare 5 mila fedeli, ma appena 600. E nonostante lui continui a instillare il dubbio, la prefettura smentisce categoricamente che sia finanziata con i soldi del Qatar. Quello è un argomento da campagna elettorale che funzionava su un elettorato ancora influenzato dal clamoroso scontro a fuoco nel quale la polizia aveva ucciso Anis Amri, il tunisino sospettato di aver partecipato all’attacco terroristico al mercatino di Natale di Berlino. In ogni caso, conclude il sindaco, «l'attuale struttura adibita a moschea è più che sufficiente e non dà fastidio a nessuno».

IN CITTÀ IL 17% DI STRANIERI. Per la verità in città non vediamo nemmeno troppi stranieri. Ma le statistiche parlano di circa il 17% dei quasi 82 mila residenti. Di questi, circa 4.500 sarebbero di fede musulmana e poco più del 10% di loro avrebbero diritto al voto. Oggi pregano in un prefabbricato che ne può ospitare appena 300. È sito ai margini del Comune, in via Luini, uno spazio ricavato tra un parcheggio, un cavalcavia e la ferrovia. Quando ci arriviamo, di venerdì, fatichiamo a riconoscere il luogo di culto. L'imam Abdullah Tchina arriva poco più tardi. Abbiamo il tempo di visitare i locali adibiti alla preghiera e alle abluzioni.

Il prefabbricato che oggi ospita la moschea e il Centro Islamico di Sesto San Giovanni
Cecilia Attanasio Ghezzi

All'ingresso c'è una scatola per le offerte: "Metti un tuo mattone in moschea", c'è scritto in arabo e in italiano. Il plastico e il rendering di quello che sarà il centro islamico di Milano Sesto è nella stessa direzione della Mecca. I fedeli pregano, inginocchiandosi in quella direzione. Sarà una struttura di 2.500 metri quadrati tra minareto, spazi di preghiera, biblioteca, ristorante, giardino e parcheggio. E sorgerà qui. «Abbiamo bonificato l'intera area, i residenti non possono che essere contenti», ci dice l'imam. Il signor Tchina è nato in Algeria ed è arrivato in Italia quando aveva poco più di 20 anni. E si sente, come la sua famiglia, italiano.

«IL CULTO È UN DIRITTO». «Facciamo riferimento alla Costituzione di un grande Paese: il culto è un diritto. E inoltre abbiamo bisogno di uno spazio polivalente che possa ospitare anche le nostre molteplici attività culturali». Come tutte le autorità religiose, anche l'imam a modo suo è un politico. Ci offre un dattero e ci fa sedere su una sedia di fronte a lui. Ci comunica che ora che il Tar si è espresso «bisogna gestire la questione in un altro modo: sedersi a un tavolo con la nuova amministrazione». Ma i lavori partiranno comunque? «Certamente». Quando? «Quando la situazione lo consentirà». Tchina è evasivo, parla poco, non risponde mai nel merito e non dice mai di no. Ci mostra alcune pubblicazioni, tra cui l'esegesi in italiano del Corano, e cambia di frequente discorso.

Quando gli chiediamo che tipo di attività svolge il centro culturale islamico ci dice che ci dobbiamo documentare sulla sua pagina Facebook (lo abbiamo fatto, ma non si capisce). Quando gli chiediamo di mostrarci i bilanci per capire come si finanzia il centro culturale, risponde che non ha problemi a mostrarceli ma che non è tenuto a farlo. Quando insistiamo, capiamo che non lo farà. Allo stesso modo nega che l'elettorato di Sesto abbia premiato chi prometteva più sicurezza o che ci sia una parte della popolazione che lega la presenza musulmana a un maggior rischio di terrorismo islamico.

«LA COSTITUZIONE SOPRA TUTTO». Rivendica la storia di apertura che ha contraddistinto la Sesto del Dopoguerra e i suoi sforzi di cooperazione con le associazioni e la Chiesa locale. «A Sesto c'è sicurezza e coesione sociale», dice. «E in ogni caso un sindaco è tenuto a amministrare tutta la città. Non può dividerla in un “noi” e “voi”». Ma Di Stefano lo sta già facendo, contestiamo cercando di riportarlo su un piano concreto. E sta valutando di indire un referendum popolare proprio sulla costruzione della moschea. Come risponderanno gli abitanti di Sesto? «La Costituzione», risponde sornione, «è superiore a qualsiasi volontà popolare».

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