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Reportage
5 Maggio Mag 2018 1200 05 maggio 2018

Libano, il seme del cambiamento in una politica nepotista

Il Paese torna al voto dopo nove anni. Per rinnovare un parlamento dominato sempre dalle solite famiglie. E tra i tradizionali blocchi filo e anti-siriano cresce un movimento di attivisti. Il reportage di L43.

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da Beirut

In questi giorni Beirut sembra in festa. In tutte le piazze più importanti ci sono piccoli e grandi palchi, auto con le bandiere e i clacson spiegati girano per le vie della città e alla sera ovunque si accendono fuochi d’artificio. Domenica 6 maggio il Libano torna al voto, nove anni dopo - quattro più di quelli previsti dalla Costituzione - le ultime elezioni parlamentari. Il ritardo è stato causato, o forse è meglio dire giustificato, dal disaccordo sulla stesura di una nuova legge elettorale, dai problemi di sicurezza legati alla guerra in Siria e dallo stallo politico che ha portato alla mancata elezione del presidente della Repubblica per due anni. In questa situazione, il parlamento ha esteso il suo mandato per ben due volte. Ora, con una nuova legge elettorale, un ibrido basato sul sistema proporzionale in cui gli elettori devono scegliere una lista di candidati predefinita per il loro collegio, il Libano si prepara a un turno elettorale che potrebbe riservare novità.

I manifesti elettorali per le elezioni del 6 maggio. In alto da sinistra: Camille Chamoun e il nonno, l'attuale primo ministro Saad Hariri e il padre, Walid Jumblatt e il figlio. In mezzo da sinistra: Nehme Frem, Sami Fatfat, Raji Assaad. In basso da sinistra: Tony Franjieh, Faisal Karameh e Zaher Eido.

In corsa per i 128 seggi ci sono 976 candidati, tra cui 111 donne contro le 12 che avevano partecipato alle elezioni del 2009

In corsa per i 128 seggi ci sono 976 candidati, tra cui 111 donne contro le 12 che avevano partecipato alle elezioni del 2009. Nelle liste ci sono quasi tutti i parlamentari uscenti, ma anche molti volti nuovi che arrivano dalla televisione, dal mondo della cultura e dalla società civile. Così, oltre a veterani come l'ex primo ministro Tammam Salam, Michel Murr, Marwan Hamadeh e Yassine Jaber, si trovano decine di figli e figlie di ex e attuali politici, compresi i neofiti come Taymour Jumblatt (figlio di Walid Jumblatt), Tony Franjieh (nipote di Suleiman Franjieh) e Michelle Tueni (figlia di Gebran Tueni).

LA POLITICA DEI "FIGLI DI". In un Paese dove il primo ministro, Saad Hariri, è figlio dell'ex primo ministro Rafik Hariri, il ministro degli Esteri, Gibran Bassil, è il genero del presidente, Michel Aoun, e le dinastie familiari controllano da sempre le proprie comunità, queste candidature non stupiscono. Fa più scalpore, e in parte preoccupa la vecchia nomenclatura, la presenza di una nuova categoria di candidati, costituita da attivisti della società civile pronta a confrontarsi con i pesi massimi della politica libanese.

Un corteo elettorale a favore del premier Hariri.

Negli ultimi mesi s'è ingrossata la coalizione nazionale Tahaluf Watani (Alleanza Civile), che comprende 11 diversi movimenti e si presenta in tutti i 15 distretti del Paese. Tra i candidati di questa lista figurano Asaad Thebian, Marwan Maalouf e Imad Bazzi, leader del movimento You stink (Tu puzzi), che nel 2015 riempì le piazze di Beirut in una lunga protesta legata alla crisi dei rifiuti. Nella stessa lista anche la celebrità locale Paula Yacoubian, conduttrice di un talk show politico sulla Future Tv di proprietà del primo ministro Hariri, che ha lasciato il suo lavoro in televisione per candidarsi. «Abbiamo deciso di candidarci perché chi è sceso in piazza nel 2011 e nel 2015 vuole far sentire la propria voce in parlamento», ha dichiarato Thebian. «Abbiamo bisogno di cambiamenti radicali nel sistema, servono uno Stato funzionante e parlamentari che conoscano la società. Noi non siamo settari, abbiamo unito le nostre forze per cercare soluzioni ai problemi della gente».

Il parlamento libanese, a Beirut.

L'attuale panorama parlamentare è dominato da due coalizioni contrapposte: l'Alleanza 8 marzo filo-siriana (53 seggi), di cui fa parte tra gli altri Hezbollah, e l'Alleanza del 14 marzo (50 seggi), in cui rientra il Movimento Futuro del premier sunnita Hariri. Molti tra gli esponenti politici si aspettano dalle urne un risultato in continuità, con un impatto minimo del nuovo movimento Tahaluf Watani. «Sono come chi fa la pipì nell'oceano e pensa che il livello dell’acqua salirà», ha commentato il parlamentare Bassem Shabb. «Non li vedo come una minaccia, piuttosto come agenti di cambiamento positivo». I partiti tradizionali, comunque, sono corsi ai ripari e hanno diversificato le liste dei loro candidati, seguendo la tendenza e adottando celebrità locali e attivisti della società civile. Le Forze Libanesi, formazione della destra cristiana, hanno arruolato la popolare attrice Jessica Azar, mentre l'attivista Nehme Mahfoud è candidata nel Movimento Futuro.

IL PESO DI ARABIA SAUDITA E IRAN. Secondo Rabie Barakat, un commentatore politico libanese, «il movimento della società civile difficilmente vedrà risultati tangibili nelle elezioni. Mancano di coordinamento adeguato e di risorse sufficienti e non fanno parte dell'attuale struttura clientelare in Libano. Inoltre, la maggior parte dei partiti tradizionali sono sostenuti dagli attori regionali (Arabia Saudita e Iran, ndr), il che aumenta le loro possibilità elettorali». Di diverso parere un altro analista, Amin Fakhia: «Una cosa è certa, qualcosa cambierà. Forse i cambiamenti saranno piccoli, ma saranno diffusi. Il 6 maggio sarà seminato qualcosa di nuovo, come crescerà non possiamo ancora prevederlo».

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