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16 Giugno Giu 2018 1500 16 giugno 2018

Siria, il calcio come terapia per i disabili di guerra

Trenta ospiti, un pallone per mettersi alle spalle atroci sofferenze: un centro alla periferia di Damasco cerca di aiutare attraverso lo sport ex soldati, ma anche civili. Il reportage di L43.

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da Damasco

Al fischio dell'arbitro il giovane attaccante si appoggia alle stampelle e calcia il pallone con la sua unica gamba. Inizia, così, un’accesa partita che vede in campo due squadre composte da disabili di guerra. Adulti e ragazzi che corrono con le loro grucce o senza un braccio si incontrano e si scontrano in quello che i vecchi cronisti sportivi avrebbero definito un "incontro maschio". Così dopo una "lunga azione manovrata" la palla arriva sull’unico piede dell’attaccante, che ben piantato sulle sue grucce fa partire un gran tiro. Il portiere, privo del braccio destro, intuisce la traiettoria e si tuffa, ma un rimbalzo anomalo lo spiazza e il pallone gonfia la rete alle sue spalle. Applausi e fischi delle due tifoserie accompagnano la ripresa della partita.

«VOGLIO GIOCARE, VOGLIO VIVERE». Il campo si trova alla periferia di Damasco. Qui, in un centro per la fisioterapia e la riabilitazione, da alcuni mesi il calcio è diventato per una trentina di ospiti la terapia migliore. Alcuni di loro sono militari, altri civili, ma in comune hanno l’amore per il calcio e una vita da ricostruire. «A volte mi arriva un passaggio perfetto da calciare con il sinistro, l’istinto mi spinge a tirare ma poi mi ricordo di non avere più quella gamba», racconta Shala: poco più che 20enne, ha perso la gamba due anni fa in seguito a un bombardamento statunitense sulla "sua" Raqqa. «Da tre mesi ho ricominciato a giocare a calcio, ma alcune cose, come correre velocemente, sono ancora molto difficili». «Con gli ultimi soldi rimasti», prosegue, «la mia famiglia ha pagato gli uomini dell'Isis per riuscire a lasciare la città e arrivare a Damasco. Quando sono arrivato non conoscevo nessuno. Pensavo solo al passato, non volevo uscire, non mi piaceva essere visto dalla gente. Poi ho incontrato la squadra ed è stato come rinascere. Ho perso un arto ma la vita va avanti. Voglio vivere la mia vita il più positivamente possibile. Voglio giocare a calcio, nuotare, vivere».

Nel seguire questi ragazzi non avevamo solo l’obiettivo della riabilitazione fisica, volevamo anche accompagnarli nell’affrontare la loro nuova situazione

Mohammad, fisioterapista

Fondato poco più di un anno fa, il centro ha trattato oltre 900 feriti di guerra, uomini e donne di tutte le età con ferite che vanno dalle semplici fratture alle amputazioni. «Nel seguire questi ragazzi non avevamo solo l’obiettivo della riabilitazione fisica», dice Mohammad, fisioterapista, «volevamo anche accompagnarli nell’affrontare la loro nuova situazione. In questo il calcio si è dimostrato uno strumento validissimo. Ora ci stiamo attrezzando anche per il nuoto e il body building». Intanto, i calciatori si allenano tre volte a settimana. A bordo campo, durante una pausa, Abdel ci racconta la sua storia: «Ho 35 anni e ho sempre amato e giocato al calcio. A Homs, dove sono nato, giocavo in una bella squadra, quando è scoppiata la guerra sono entrato nell’esercito, e nonostante le battaglie ogni tanto riuscivo a dare due calci al pallone».

IL CENTRO IN LUTTO. Nel 2015, durante uno scontro, fu ferito e perse la gamba destra. «Scoprire di non avere più una gamba è stato tremendo. A lungo sono stato convinto di non poter fare più nulla. Poi all’inizio di quest’anno ho scoperto la squadra e di nuovo la mia vita è cambiata. Non solo sono tornato a giocare, ma ora so che posso fare quasi tutto». La guerra in Siria, però, è ben lontana dall'essere finita. Domani al centro sarà una giornata triste. «Abbiamo organizzato una cerimonia per ricordare Rabia», dice Mohammad, «aveva 28 anni ed era uno dei nostri migliori difensori. La settimana scorsa aveva deciso di tornare a casa a trovare sua sorella, vicino a Raqqa. Il pulmino dove viaggiava è saltato in aria, forse per una bomba o forse per una mina, e lui è tra le vittime.”

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