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Reportage
23 Giugno Giu 2018 1800 23 giugno 2018

Racconto di Roma, città inghiottita dalla malagestione generale

Buche nelle strade, anzi voragini transennate. Servizi assenti, plebe inviperita, nuove inchieste, burocrati che distruggono la vita del Comune. Reportage dalla Capitale che è la sconfitta di tutto.

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Solo a Roma, forse, puoi precipitare con lo sguardo in una voragine transennata con un tubo immane, spaventoso, la coda di un coccodrillo, i resti di un dinosauro, una conduttura che spunta da sotto un'edicola. E il bambino che osserva dal parabrezza del pullman: «Guarda, papà, ci sono le siringhe che sbucano dal prato!». Stiamo circumnavigando via della Lega Lombarda, la zona della stazione Tirburtina futuribile ma già decrepita, cupa, diretti al terminal dove sbarcano corriere da tutta Italia e due americane, ancor giovani (non troppo), bellocce, di quella ricercatezza un po' sul minaccioso, prede o cacciatrici si vedrà, mormorano: disgusting, disgusting.

TUTTI RABBUIATI IN SÉ STESSI. Che cosa le faccia inorridire è difficile dirlo, forse quell'aria greve, plumbea, che s'appiccica a facce di vetro: sto aspettando il mio contatto fuori dal terminal e non c'è nessuno che sorrida, tutti rabbuiati in sé stessi, persi in pensieri di morte. C'è un gran puzzo di piscio che esala da un baracchino di cingalesi o quello che sono, ma no, non è il baracchino, è il cesso pubblico proprio a fianco, da chissà quanto fuori servizio, e, sopra, un cartello “per informazioni chiamare il Comune al numero...”. Seeh, ciao core!

ORMAI NON C'È PIÙ L'ASFALTO. «Ma perché, da sorridere cosa c'è?», mi si duole l'amico che mi trasporta in motorino. Centriamo tutte le mitiche buche di Roma perché a Roma non c'è più l'asfalto, ci son solo le buche, un rally straccione e noi sembriamo una comica di Ridolini mentre tra una bestemmia e l'altra, tra una voragine e l'altra rimbalziamo e lui mi ragguaglia con racconti allucinanti, ahò, così romani: il Comune che rifiuta le migliaia di cause per risarcimento. Come le rifiuta? «Ma sì, non le accettano più, le stracciano, siamo oltre il collasso, il limite è la morte o almeno l'invalidità permanente, al di sotto non se ne fa niente e i romani se ne son fatta una ragione».

Le buche di Roma.
ANSA

I divieti di sosta misteriosi, irragionevoli, dalla sera alla mattina e la gente ci casca, 250 mila verbali l'anno, «ma non dire cazzate, ma quali 250 mila, ma come fanno». «Come no, guarda che sono meno di 700 al giorno, a Roma ogni giorno ci stanno in 4 milioni, quasi 1 milione di veicoli, che ci vuole? Poi se protesti te li tolgono pure, perché lo sanno che è assurdo, ma chi lo fa? Il 10%? E va beh, restano 225 mila multe da 70 euro cadauna».

CON LA PIOGGIA SPUNTANO PISCINE. Le mitiche buche le avevo in mente, cosa diventano se piove no, non l'avevo considerato e oggi viene giù «pure Gesù Cristo», un nubifragio forse in ossequio alla desertificazione annunciata e uno allora se ne accorge subito. Piscine romane. Cisterne. Terme. Mentre noi corravam la morta gora, dinanzi mi si fece un pien di fango e trascinava non tanto le cattedrali di monnezza accumulata, ma il prato basso di lordura, cartacce, rifiuti organici, misteriosi, carcasse, lattine che a volte le cornacchie intente a razzolare tranquille per i marciapiedi, in mezzo agli umani, fanno rotolare con frullo d'ali rabbiose.

UNA CITTÀ OLTRE LA RASSEGNAZIONE. Roma è peggio che spiaggiata, è sotto la noncaganza, come dicono qui per dire una città che non si ascolta, non si conosce, non si vive più. È oltre la rassegnazione concentrata, è il calabrone che, così come è conciato, non dovrebbe volare e infatti non vola.

I grillini alla fine, avendo capito che nun se po' fa gnente, nun fanno gnente, anche perché come provano a fare qualcosa creano ulteriori sfasci

Invece brucia. Meno male che adesso non c'è Nerone, in compenso ci sono autobus che «s'enfocano» e si sente il profumo di gomma e acciaio bruciato come in un continuo, incruento attentato. Ma Roma il male se lo fa da sola, con la mediocrità di ogni cosa, l'assenteismo cronico, la parentopoli a metastasi, le inchieste che si aprono e si chiudono, in quella, freschissima, per lo stadio nuovo, se dietro le intercettazioni c'è sostanza allora hanno rubato tutti, mica solo i grillini e di comune accordo, altro che opposizione chiara e decisa.

QUI IL VAFFA È UNA REGOLA DI VITA. I servizi che sono sempre gli stessi, «ma vaffanculo, va', a morto de fame!», la plebe inviperita, i burocrati che possono distruggerle la vita e lo fanno, non sono i grillini ad averla conquistata, è Roma, come sempre, che ha conquistato gli invasori, qui il vaffanculo a regola di vita c'è da molto prima, i grillini alla fine sono dei socratici, dei cinici, come vi pare ma gente che, avendo capito che nun se po' fa gnente, nun fa gnente, anche perché come prova a fare qualcosa crea ulteriori sfasci.

MEGLIO IL TIRARE A CAMPARE. Per cui all'attivismo spumeggiante ma foriero di sicuri disastri - nella Prima Repubblica si chiamava «pomicinare», dall'effervescente ministro Cirino Pomicino, quello che occupava manu militari la Rai per la partita del Napoli con 50 clientes al grido “guagliò, mo' trasimme tutte e quante perché la Rai è di tutti, non è vero?” - i grillini preferiscono le nomine e il tirare a campare di cui i rivoli di merda trascinati dall'alluvione quotidiana sono inequivocabile allegoria.

Un bus in fiamme in centro a Roma.
ANSA

Tutto è allagato qui: la rete idrica e le strade - pardòn, le buche -, il senso civico, i bilanci, 13,6 miliardi di deficit ha Roma, e un'aria monsonica che ricorda Calcutta, non la Città Eterna, Caput Mundezza. Ma la leader di Fratelli d'Italia, la giovane italiana Giorgia Meloni, ancora in campagna elettorale ha detto: «Che state a fa' i micragnosi, Roma merita più soldi». Per farci che?

NELLA METRO C'È LA CITTÀ DOLENTE. A starci dentro anche poche ore, si capisce tutta la noia, la sofferenza dell'alito di questo mastodonte decomposto che s'è mangiato la poesia dopo se stesso: oggi è solo il grottesco, il lugubre, il malfamato, il bestiale, per le strade, oltre alla cornacchie, cinghiali in famiglia, sorci che ti fissano, pure i pitoni hanno trovato abbandonati. E a scendere la metro si passa nella città dolente, nell'eterno dolore, nella perduta gente. Chi la canta più Roma? Se succede, è per le tinte noir, per l'orrore e comunque virato al passato, in una eterna fuga nostalgica come quella del romanziere Aurelio Picca che nel presente vede solo il vuoto.

NEANCHE VERDONE CI RIDEREBBE SU. Oggi l'ultima grande maschera romana, Carlo Verdone, non potrebbe più uscir fuori come 40 anni fa, quando creò il suo mito esagerando tipi umani più reali del vero. Oggi non c'è nessuno addosso a queste facce incazzate, tutte bianche nei loro mille colori etnici, nei loro occhi di filo spinato. Carlo Verdone è stato immenso tra gli immensi perché t'ammazzava di risate per lasciarti con un cuore grosso così in mano. Immagina la scena finale di Un sacco bello, Mimmo che se ne va carico di cartocci verso un destino a forma di madre carnivora, tra echi di bombe, di solitudine che esplode, di traffico che non ti vede, e quella Roma lì era già spietata ma ancora calda, ancora palpitante. Sopravvivente.

Roma è la capitale delle disuguaglianze, delle sperequazioni. Senza ascensore sociale, ma con l'ascensore per l'inferno

Dove la giri oggi una scena così, con la colonna sonora di Morricone che aveva capito tutto, col fischio lacerante come marchio di fabbrica anche se di solito glielo faceva Alessandroni, quello dei “Cantori Moderni”. Roma fischiava ancora, adesso digrigna, come nella Geenna della Bibbia. Questa valle d'inferno è la sconfitta di tutto: dei pubblici servizi, delle istituzioni, del privato che fa affari con gli enti rubando, della burocrazia parassitaria e ladra, della pletora di sigle sindacali che rappresentano solo sé stesse, dell'aliquota Irpef più cara d'Italia, della madre di tutte le buche, quella contabile che è il doppio del bilancio del Campidoglio, dei tributi locali triplicati in 20 anni, dei finanziamenti che non bastano mai e vengono subito risucchiati nella voragine, delle varie Acea, Atac, gonfie di dipendenti tra i più cagionevoli d'Italia, dei loro bilanci che pesano per un decimo sul deficit comunale.

TRA PARENTOPOLI E LEGIONARI FINTI. E ancora: della malagestione generale, degli alberi che schiantano, dei ratti negli androni, delle parentopoli, dei legionari finti che restano dove sono, dei botticellari che continuano a torturare i cavalli, dei clan che sono mafie tollerate, di tutte le piccole cosche che non mollano i loro piccoli racket, degli autobus che bruciano e lo capisci dall'aria incendiata a chilometri e dagli abissi tra i sommersi e i salvati, tra gli emarginati periferici di tutti i colori e il solito generone o minestrone che, vada come vada, casca sempre in piedi. Roma capitale delle disuguaglianze, delle sperequazioni. Senza ascensore sociale, ma con l'ascensore per l'inferno.

PERICOLO E CUPEZZA LUGUBRE. Roma potrebbe proclamare, con Iggy Pop: «Ok, ok, questo sono io». E potrebbe rilanciare con Leopardi: «E io chi sono?». Sono una tubatura scoperta, una puzza di piscio rancido, un odore di gomma riarsa. E di paura e di pericolo e di cupezza lugubre, senza immaginazione. Adesso ci siamo spostati verso un bar vicino alla Rai, via Teulada, via Asiago, ho riconosciuto la casa di Camilleri che intervistai una decina d'anni fa presentandomi in un ritardo osceno e, per farmi perdonare, me ne uscii con l'imitazione di Catarella: «Dottori, ci scusassi, mi scappò!».

Il sindaco di Roma Virginia Raggi.

Qui molta happy life, cialtroni dello spettacolo e anche politici maledetti, uno in particolare del Partito democratico, ha appena preso una bastonata epocale ma è tutto tronfio, scoppia di sé, maestoso e felice d'essere al mondo. S'ammazza di lavoro, un drink dopo l'altro. Questa è gente che del popolo, delle politiche sociali, se ne strabatte come più non potrebbe, gli preme solo di sé e hanno un'arroganza naturale clamorosa.

SMARRITO IL FATALISMO IRONICO. Ho incontrato tante persone oggi, e mi sono sembrate tutte sconcertate e sconfitte, malate di un morbo strano, senza diagnosi, non più il fatalismo indolente, ironico che era il polmone psichico di questa città. Gente che si porta addosso la sua malattia misteriosa, senza allegria.

L'amica che c'è adesso mi riporta verso il terminal, saliamo in macchina e lei, che di solito è una persona molto mite, si trasforma nella Strega del Mare. Ingrana la marcia e le vengono degli occhi rossi inquietanti e le zanne, come nei fumetti di Jacovitti, mentre insulta tutto ciò che incontra lungo il percorso. Infila telefonando un rettilineo sotterraneo a velocità suicida e, proditorie, eccole le buche di Roma, una processione che ti lascia la zona scrotale come avessi avessi attaccato le 3 cime di Lavaredo senza sellino.

NON C'È PIÙ NIENTE DA CAPIRE. Le chiedo: Daniela, ma qui a Roma fate sempre così quando guidate? Lei sorride, almeno lei, ma è un sorriso senza imbarazzo, anzi sfrontato, compiaciuto. Un ghigno romano e io ricordo le due americane del pullman, che la sapevano lunga: Nun poi capì, nun poi capì, motteggiavano e avevano ragione. A Roma non c'è più niente da capire, bisogna solo sottoviverla, sopravviverle, e pensare che va già bene così.

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