Bianconero0389
1 Luglio Lug 2018 1500 01 luglio 2018

Etiopia, storia dell'ex pugile italiano che toglie i ragazzi dalla strada

Boxeur dilettante in passato, Aldo Noce ha aperto ad Addis Adeba l'unica palestra privata della capitale. Con l'obiettivo di aiutare i giovani lasciati indietro da un Paese a due velocità. Il reportage di L43.

  • Davide Lemmi, Marco Simoncelli e Franco Zambon
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da Addis Adeba

Ad Addis Abeba è ormai calato il buio. Appena dietro Meskel Square, all’interno del vecchio Juventus Club, Aldo Noce sta sistemando i sacchi da boxe in una piccola palestra. Sono le 10 passate e gli allenamenti sono finiti. «I ragazzi sono andati via. È ora de mette' a posto!», dice con un accento a metà tra il romanesco e il vercellese. Poi prende in mano dei vecchi guantoni: «Quando ho aperto, quattro anni fa, non avevo molti materiali. Ho iniziato con un sacco che mi è stato regalato dalla mia matrigna, quattro corde e due paia di guanti che mi sono portato dall’Italia. Uno mio personale e l’altro regalato dal pugile vercellese Francesco Pinto», dice ridacchiando. «Man mano che andavo avanti gli internazionali che facevano rientro nei loro rispettivi Paesi dopo un periodo di lavoro in Etiopia mi lasciavano qualcosa: guanti, fasce, caschi da sparring e così via».

I PRIMI GANCI A 17 ANNI. Aldo è un ex pugile italo-etiope rientrato ad Addis Abeba cinque anni fa dopo aver vissuto per 24 anni in Italia tra la Sicilia, Roma e Vercelli. Di padre etiope e madre italiana, scappò dal Paese africano nel 1991 quando le truppe ribelli entrarono ad Addis per cacciare il dittatore Mengistu. «L’ambasciata ci offrì la possibilità di uscire dal Paese, la situazione a quel tempo era imprevedibile e avevamo paura per ciò che sarebbe potuto succedere», ricorda il pugile. Oggi Aldo gestisce l’unica palestra di boxe privata dell’Etiopia e, tra enormi difficoltà, cerca di portare avanti il suo sogno di insegnare la nobile arte ai più giovani. «Ho iniziato a boxare a 17 anni quando ero a Roma. Un amico mi aveva insegnato a tirare qualche colpo. Poi mi sono trasferito su in Piemonte dove ho fatto l’imbianchino e il panettiere». Aldo tira un gancio e un montante a un vecchio sacco, poi continua: «Volevo farmi degli amici, così sono andato al Boxe Club Vercelli e lì mi ha accolto il mio maestro, Gianni Caccavo. Lui mi ha trasmesso dei valori: essere umile, rispettare gli altri e lottare per qualcosa che voglio ottenere. Sia nella boxe che nella mia vita quotidiana».

Aldo ha combattuto 25 incontri da dilettante in Italia: nove vittorie, sette sconfitte e nove pareggi. Nel 2013 la ditta per cui lavorava a Vercelli chiuse. Lui finì in cassa integrazione per un anno, cercò un altro lavoro, ma senza successo. Alla fine prese una decisione coraggiosa: tornare in Etiopia per aprire una sua palestra di boxe. «Le cose lì si mettevano male. Qui ho una casa e non pago l’affitto. Così, con i soldi guadagnati e i mestieri che ho imparato in Italia, ho pensato di tornare per fare qualcosa di buono per i miei compaesani». Aldo dice di essersi trovato bene in Italia, ma è sempre rimasto molto legato alla sua terra. Per questo ha deciso di tornare nonostante il parere contrario di parenti e amici. «Mi dicevano: "C’è gente che migra verso l’Europa, facendo sacrifici e rischiando la vita nel deserto!", ma io ho fatto la cosa contraria».

L'AFFILIAZIONE CON LA FEDERAZIONE ETIOPE. I primi tempi dopo il rientro non sono stati facili. L’ex pugile ha trovato qualche lavoro come imbianchino nella caotica capitale etiope e nel frattempo cercava un posto dove poter realizzare il suo vero obiettivo. Dopo un anno l’ha trovato. Un piccolo spazio all’interno di un circolo sportivo che gli ha permesso di inaugurare il “Noce Aldo Boxing Club”. Malgrado la farraginosa burocrazia etiope due anni fa Aldo è riuscito ad affiliare la sua palestra alla Federazione pugilistica etiope. «Nonostante avessi tutti i documenti in regola, cioè i certificati acquisiti dalla Federazione Italiana, non mi accettavano come insegnante. Ma alla fine è andata. Oggi ad Addis ci sono solo sei palestre di boxe e fra queste la mia è l’unica privata».

Etiopia: la crescita da record e gli interessi italiani

ECONOMIA L'Etiopia cresce dell'11% all'anno. È il Paese più stabile nella regione. E traina il mercato energetico. Roma intensifica i rapporti, tra fondi allo sviluppo e appalti. Sulla scia del premier Matteo Renzi, anche il capo di Stato Sergio Mattarella visita l'Africa.

Addis Abeba è fra le città con il più alto numero di minori abbandonati al mondo

Il club di Aldo ci ha messo un po’ ad ingranare. Ancora oggi molti clienti stranieri frequentano la palestra solo durante il loro periodo di permanenza nel Paese. «C’è un via vai continuo, in questi quattro anni sono passate 600 persone da tutto il mondo». Sono segnali positivi, ma i soldi non bastano per pagare l’affitto della palestra e il materiale per l’allenamento. Spesso Aldo deve riscoprirsi imbianchino per riuscire a colmare i debiti. «In questi quattro anni l’80% delle spese del club le ho pagate con il lavoro da imbianchino che faccio durante il giorno, non con quello che guadagno in palestra». Per sostenere le spese avrebbe bisogno di più clienti e di maggiore continuità, soprattutto per realizzare il suo vero sogno nato al rientro in Etiopia. Non una semplice palestra di pugilato. Un posto aperto, gratuitamente, ai ragazzi di strada.

L'ECONOMIA CRESCE, LE DISEGUAGLIANZE PURE. Addis Abeba è fra le città con il più alto numero di minori abbandonati al mondo. Nel 2012 l’Unicef aveva calcolato ce ne fossero 60 mila. Oggi, l’esplosione demografica del Paese, seconda nazione più popolosa d’Africa con più di 100 milioni di abitanti, ha più che raddoppiato i cittadini della capitale, arrivati a quasi 8 milioni, e con essi il numero di giovani dimenticati. Decine di migliaia di bambini e giovanissimi vivono sotto i ponti, nei ripari offerti dalle fogne o nei cantieri dei palazzi in costruzione. Vita di strada fatta di espedienti, violenza, droga e spesso criminalità. E mentre l’Etiopia cresce anche economicamente, nel 2018 stando all’Fmi sarà la locomotiva d’Africa con un +8.5%, la disuguaglianza cavalca. Il tasso di disoccupazione si attesta al 16,8%, mentre il 30% della popolazione si trova al di sotto della linea della povertà e il reddito medio annuo adeguato al potere d’acquisto è di soli 1608 dollari all’anno. L’indice Gini, al momento dell’ultima rilevazione della Banca Mondiale nel 2015, era abbastanza basso, 39.1, ma negli ultimi cinque anni aveva registrato un incremento di 6 punti. Con l’esplosione del Pil, gli economisti prevedono una forbice della distribuzione ulteriormente aperta.

Nesredin è uno dei ragazzi di Aldo. Ha 19 anni e nel 2017 ha debuttato in un combattimento, il primo della storia in Etiopia per un pugile non legato a un ente governativo

Aldo ha visto tutto questo e ha coinvolto sette ragazzi che frequentano gratuitamente la palestra: a loro cerca di trovare un lavoro o di insegnare il suo da imbianchino. «È un grosso sacrificio finanziario e fisico, perché per allenarsi un pugile deve mangiare bene. Per preparare Nesredin spesso ho rinunciato ai miei pasti…». Nesredin è uno dei ragazzi di Aldo, il suo primo pugile. Ha 19 anni e nel maggio 2017 ha debuttato in un combattimento, il primo della storia in Etiopia per un pugile non legato a un ente governativo. Nasredin è sempre l’ultimo ad andar via dalla palestra. Ascolta e interviene: «Se non ci fosse stato Aldo, ora sarei rimasto per strada come molti dei miei amici. L’unico posto che mi dà un po’ di felicità e serenità è questo».

«IO LOTTO CONTRO L'EGOISMO». Fra poco Aldo diventerà padre per la prima volta. «Quando mio figlio crescerà spero e voglio che diventi pugile. Che prenda il mio posto quando sarò vecchio». Fa una pausa guardandosi le mani, poi continua: «Vorrei trasmettergli i valori della boxe. L’educazione che ti trasmette. La disciplina». Si alza, guarda il suo riflesso allo specchio, saltella sul posto e tira qualche jab a vuoto. Poi si ferma. «Non c’è cosa più brutta al mondo dell’egoismo, oggi ce n’è troppo. Io lotto contro quello. Se ognuno di noi facesse una minima parte potremmo cambiare qualcosa». Lui nel suo piccolo ci sta provando.

* Foto di Davide Lemmi e Franco Zambon

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