Ucraina Proteste Maidan Guerra
Reportage
23 Novembre Nov 2018 1000 23 novembre 2018

Viaggio a Kiev cinque anni dopo la scintilla di Maidan

Il 21 novembre 2013 iniziavano le proteste contro il governo ucraino. Un lustro più tardi, il presidente Poroshenko è stato scaricato. Mentre sale Tymoshenko. Ma il potere resta in mano ai soliti oligarchi.

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da Kiev

A due passi da Maidan c'è Pizza Veterano. Ex soldati ucraini che hanno combattuto nel Donbass sono passati dai kalashnikov a pomodoro e mozzarella. Ottima iniziativa di un gruppo che non si è fermato alla margherita di Piazza indipendenza, ma ha aperto in tutta Kiev un paio di locali, caffè e pure un servizio taxi. Mentre nel Sud-Est dell'Ucraina il conflitto prosegue sottotraccia, c'è insomma chi prova a ripartire in un'altra direzione, anche cavalcando la propaganda nazionalista tra forni e birre. Sempre nel centro della capitale, dove la sera del 21 novembre del 2013 si raccolsero le prime centinaia di persone per protestare contro l'annuncio ufficiale che il governo non avrebbe firmato l'Accordo di associazione con l'Unione europea, si possono prenotare le escursioni verso Mezhyhirya, la residenza dell'ex capo di Stato Victor Yanukovich, diventato il simbo della cleptocrazia presidenziale e di una rivoluzione fatta solo a metà.

Sono passati cinque anni dall'inizio delle manifestazioni che condussero al regime change nell'ex repubblica sovietica, ma poco è cambiato. Non è bastato in definitiva tagliare una testa sola per dare una svolta al Paese, rimasto incagliato in un sistema oligarchico e corrotto, con l'aggiunta di una guerra che, se a Kiev sembra lontana, pesa come un macigno sullo sviluppo complessivo dell'Ucraina. A Maidan in questi giorni campeggiano manifesti che ricordano la rivolta contro Yanukovich. Partita con una spinta spontanea ed europeista, venne poi cavalcata sia dalle forze radicali ucraine, dall'estrema destra extra-parlamentare e dai gruppi milizarizzati, sia da chi tra Stati Uniti ed Europa spinse per un cambio di regime a tutti costi, senza badare alle peggiori conseguenze. Non solo il centinaio di morti tra Piazza indipendenza e le vie tra il palazzo presidenziale della Bankova e quello del governo poco distante, ma quello che venne dopo, con la risposta della Russia a quello che fu considerato un colpo di Stato e non un passaggio popolare e democratico, attraverso l'annessione della Crimea e l'avvio della guerra nel Donbass.

IL MITO DI UNA UCRAINA VITTIMA DELLA SOLA RUSSIA

Già, perchè Maidan è stato sì l'epicentro della rivoluzione di novembre 2013, ma anche il teatro del massacro di febbraio 2014 (di cui oggi non si sa chi siano i colpevoli e la giustizia ucraina non ha mai chiarito davvero il ruolo degli sniper che diedero il contributo fondamentale all'escalation) e soprattutto il luogo dove il compromesso raggiunto tra l'ex presidente e l'opposizione diventò carta straccia per opera degli estremisti di Pravy Sektor (settore di destra). L'accordo controfirmato dai ministri degli Esteri di Germania, Francia e Polonia, che prevedeva l'installazione di un governo di unità nazionale ed elezioni presidenziali anticipate, fini nella spazzatura dopo che i falchi di Maidan rifiutarono di scendere a patti e partirono per tirare Yanukovich fuori da Mezhyhirya e appenderlo a testa in giù in mezzo alla piazza. Questa parte mancante della storia non si trova nelle ricostruzioni odierne che a Kiev celebrano i “cento eroi celesti” caduti durante la rivoluzione e non hanno chiarito i passaggi cruciali di una vicenda che ormai in fondo interessa a nessuno, perchè su di essa è stato creato il nuovo mito dell'Ucraina vittima non anche di se stessa, ma solo ed esclusivamente della Russia.

Un manifesto di Yulia Tymoshenko.

Certo, il Cremlino ha fatto le sue pressioni nel duello con Europa e Usa e ha il suo ruolo nella guerra del Donbass, il fallimento però di quella che è stata chiamata la “rivoluzione della dignità” è tutta farina del sacco del nuovo presidente Petro Poroshenko e della classe politica, rimasta la stessa di prima. Non è bastato appunto tagliare una testa, se le altre sono rimaste al proprio posto. È stato eliminato un clan oligarchico, sono rimasti gli altri. Non per nulla Poroshenko, i cui manifesti elettorali per le prossime presidenziali di marzo 2019 campeggiano un po' ovunque, è finito nei sondaggi a livelli infimi, tanto che solo otto ucraini su 100 lo voterebbero alla prossima tornata. Promesse mancate, riforme in stallo, corruzione dilagante tanto quanto prima e i commenti raccolti a caso intorno a Maidan sono del tenore «Poroshenko? Il più ladro di tutti...». Gli ucraini, che già si fecero illudere con la “rivoluzione arancione” del 2004, sono stati imbrogliati un'altra volta. Anche allora ci fu un cambio ai vertici, le strutture rimasero però le medesime: sistema malfunzionante, businness governato dall'oligarchia, commistione cronica tra politica ed economia, corruzione.

LUCE VERDE DEGLI OLIGARCHI A TYMOSHENKO

Non per nulla Yanukovich, silurato nel 2004, riuscì ad arrivare alla Bankova nel 2010, lasciando a bocca asciutta gli eroi arancioni Yulia Tymoshenko e Victor Yushchenko. Poi è stato il suo turno, con le maniere forti, e il prossimo a dover far le valige sarà con grande probabilità Poroshenko. Vicino ai suoi a Kiev, ci sono i manifesti di Tymoshenko, la grande favorita alla presidenza. Finite nella patrie galere a Kharkiv sotto Yanukovich è tornata per prendersi tutto, con il permesso dei soliti oligarchi più o meno dietro le quinte, Akhmetov, Pinchuk e via dicendo. Cambiando i prodotti, il risultato non cambia. Tempi duri quindi per l'Ucraina, con l'Europa che rimane un miraggio, la Russia che preme ai confini, Bruxelles che ha altro a cui pensare e Washington che continua a partecipare alla proxy war, la guerra per procura, con l'unico obiettivo di contrastare il Cremlino. Il conflitto nel Donbass ha causato oltre 10 mila morti e un paio di milioni di profughi, tra Ucraina e Russia. Agli ex soldati di Pizza Veterano e alle pseudo guide turistiche di Mezhyhirya la geopolitica interessa poco, ma la realtá è che i giochi vengono fatti come sempre sopra le loro teste. La rivoluzione del 2013-2014 rimane incompiuta e la ferita del Sud-Est aperta. Perché fa comodo a qualcuno.

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