Hong Kong Ponte Macao
Reportage
24 Novembre Nov 2018 1800 24 novembre 2018

Viaggio lungo il ponte dei record che "incatena" Hong Kong

Il nuovo Hzm Bridge unisce l'isola alla Cina. Permettendo a Pechino di stringere la presa sull'ex colonia britannica. Mentre burocrazia e incognite economiche zavorrano l'opera. Il reportage.

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da Hong Kong

La foschia che normalmente si addensa sull’immenso delta del Fiume delle Perle – sul quale si affacciano megalopoli come Hong Kong, Macao, Zuhai, Shenzen e Guangzhou – si stende sul mare con un manto di umidità sottile, che scherma il bagliore del sole e rende evanescente l’orizzonte. L’incertezza dello sguardo accentua l’impressione di trovarsi proprio in mezzo al mare, di attraversarlo, seduti sulle comode poltrone di un autobus.

Siamo gli unici occidentali tra i primi passeggeri che attraversano il ponte dei record, i 55 chilometri del nuovissimo Hong Kong-Zhuhai-Macau Bridge (Hzmb in sigla), l’ultima – l’ennesima sarebbe meglio dire – mastodontica impresa ingegneristica della nuova Cina, potenza planetaria del Terzo millennio. Inaugurato il 23 ottobre e appena aperto al traffico privato di pullman e autovetture, il ponte che consente di andare comodamente in macchina da Hong Kong a Macao (o di “deviare” direttamente nella città cinese di Zhuhai, al confine terrestre di Macao) è attualmente la realizzazione ingegneristica più avanzata al mondo. Un’impresa durata 12 anni (considerati persino troppi per gli standard cinesi). E i suoi numeri parlano da soli: 55 chilometri di lunghezza interamente illuminati di notte, due isole artificiali create in mezzo al mare per consentire all’autostrada a sei corsie di inabissarsi per sette chilometri in un tunnel sottomarino, la sezione di ponte ininterrotta più lunga che raggiunge quasi i 30 chilometri e comprende tre campate sospese, strallate, lunghe tra i 300 e i 500 metri ognuna.

Il ponte Hzmb è lungo 55 chilometri.

Costato quasi 20 miliardi di dollari e progettato per durare almeno 120 anni, collaudato per resistere a un terremoto di magnitudo 8, a tifoni e calamità naturali o all'urto di una nave cargo di 300 mila tonnellate, è stato realizzato con 420 mila tonnellate d’acciaio (quattro volte e mezzo la quantità utilizzata per il Golden Gate di San Francisco, 60 volte quella per la Tour Eiffel a Parigi), 1,08 milioni di metri cubi di cemento, una flotta di 100 navi per i lavori e 14 mila operai. Il numero esatto di quelli morti o feriti nella costruzione resta un segreto gelosamente custodito dalle autorità cinesi. Nel progetto voluto dal presidente a vita, il “nuovo imperatore della Cina” Xi Jinping, c’è l'intenzione di creare attorno alla Grande Baia del Fiume delle Perle una gigantesca regione economica, capace di eguagliare e superare gli agglomerati di New York, San Francisco e Tokyo. Messi insieme, infatti, i Pil di Hong Kong con la sua potenza di piazza finanziaria, di Macao, capitale mondiale del gioco d’azzardo, di Zhuhai, di Shenzhen con la sua alta tecnologia e le sue fabbriche e di Guangzhou, capitale manifatturiera del mondo, valgono 1,5 trilioni di dollari.

LA BUROCRAZIA COMPLICA L'ACCESSO DELLE AUTO PRIVATE

Mentre corriamo sull’autobus dorato della neo-compagnia di trasporti Hzmb, gli altri passeggeri, tutti cinesi, non risparmiano gridolini di ammirato stupore, scattano fotografie a raffica e si danno gomitate l’un l’altro, increduli. Davanti e dietro di noi una fila quasi continua di autobus come il nostro riversa da una parte all’altra del ponte 100 mila visitatori al giorno. Colpisce invece la quasi assoluta mancanza di automobili private. Dal punto di vista del trasporto automobilistico, infatti, i primi giorni di apertura del ponte parrebbero un flop. Complici le complicazioni burocratiche che costringono un automobilista che vuole andare da Hong Kong a Macao con la sua auto a richiedere addirittura una seconda targa da attaccare sulla propria vettura. E persino una terza se volesse muoversi liberamente anche in Cina. Con un esborso significativo e la necessità di attendere fino a due settimane per le relative pratiche da una parte o dall’altra del ponte. Senza contare la necessità di attraversare diverse dogane e posti di frontiera nel tragitto.

Al rischio di un fallimento economico legato alle complicazioni burocratiche per il traffico privato, si è aggiunta la sottovalutazione da parte delle autorità di Hong Kong dell’impatto di un simile flusso improvviso di visitatori giornalieri sul delicato equilibrio della ex colonia britannica. Nei primi giorni di apertura del ponte, al terminal di Tung Chung, nei pressi dell’aeroporto di Hong Kong, si sono creati ingorghi e si sono registrati scontri tra residenti e quelle che i giornali di Hong Kong hanno definito “orde selvagge” di turisti provenienti dalla Cina attraverso il ponte, tanto da rendere necessario l’intervento della polizia in assetto anti sommossa per ristabilire la calma. Ma le polemiche legate all’apertura del ponte non sono finite qui. Da tempo ormai le organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani hanno denunciato il progressivo deterioramento della tutela delle libertà fondamentali a Hong Kong. E il ponte è stato visto come la longa manus, estesa sulla ex colonia dalla Cina centrale, per esercitare su quest’ultima un controllo ormai totale: non solo ideologico ma adesso anche fisico, unendola stabilmente alla “madrepatria”. Per meglio controllarla. Insomma, più che un ponte, una catena lunga 55 chilometri.

IL TEMA DEI DIRITTI UMANI SCUOTE L'EX COLONIA

Le preoccupazioni circa il mancato rispetto delle libertà fondamentali e dei diritti umani a Hong Kong, teoricamente garantite per altri 30 anni dall’accordo firmato al momento del ritorno della ex colonia alla Cina, nel 1997, a 20 anni di distanza da quell’intesa sembrano deteriorarsi sempre di più. Secondo gli attivisti pro-democrazia a Hong Kong - i movimenti giovanili che qualche anno fa diedero vita alla “primavera hongkonghese” che invase le strade dell’ex colonia al grido di Occupy Central -, il peggio ha avuto inizio con la sparizione di cinque librai all’inizio del 2016, svaniti nel nulla da un giorno all’altro perché colpevoli, a quanto pare, di avere contribuito a diffondere testi di dissidenti sgraditi a Pechino. Solo poche settimane fa, la Cina ha ammesso di averne uno «in custodia» (eufemismo per la detenzione in qualche “campo di rieducazione” per dissidenti anti-regime), mentre degli altri quattro ancora non si sa nulla.

Ogni giorno accorrono via bus 100 mila visitatori.

La situazione è precipitata a tal punto che, per la prima volta dal ritorno di Hong Kong alla Cina, l’11 ottobre scorso i rappresentanti delle organizzazioni per i diritti umani di Australia, Canada e Francia – alle quali poco dopo si sono aggiunti quelli di Indonesia, Filippine e Croazia – hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche lamentando l’ormai palese e continuata violazione delle libertà fondamentali nell’ex colonia, attraverso l’ingerenza sempre più pesante del governo di Pechino. Pochi giorni prima, il 7 ottobre, Victor Mallet, storico corrispondente locale del Financial Times e vice presidente del Club dei corrispondenti esteri, il Foreign correspondent club (Fcc), si è visto negare il rinnovo del visto e l’accesso a Hong Kong, causando la reazione indignata della stampa internazionale, mentre il suo giornale ha promosso una petizione pubblica per chiederne il rientro. Ai primi di novembre è stata la volta di Ma Jian, scrittore molto popolare nella Repubblica popolare e ancora di più all’estero, considerato la punta di diamante della dissidenza culturale cinese, che con il suo ultimo libro, China Dream, ha scritto una graffiante e caustica satira del totalitarismo al potere a Pechino.

XI JINPING STRINGE LA PRESA SU HONG KONG

Lo scrittore, atteso a Hong Kong per tenere un ciclo di conferenze, si è visto in un primo tempo rifiutare il visto e solo dopo una sua pubblica dichiarazione, nella quale si impegnava a non utilizzare la sua visita per promuovere o solo accennare ai contenuti del suo libro, ha ottenuto l’accesso temporaneo nella ex colonia. La Cina dell’”Imperatore” Xi, insomma, sembra tollerare sempre meno le pretese democratiche e legittimiste di quella che considera ormai alla stregua di una provincia ribelle, deciso a stroncarne una volta per tutte le aspirazioni. Incurante di tutto e di tutti, comprese le recenti dichiarazioni del governo britannico che, per bocca del ministro per gli Affari esteri con delega per la regione Asia/Pacifico, Mark Field, impegnato in un viaggio ufficiale a Singapore e in Vietnam e giunto a Hong Kong l’8 novembre scorso, ha protestato chiedendo la riammissione del corrispondente del Financial Times. Con il risultato che al giornalista inglese è stato rifiutato anche il visto turistico di tre mesi, bannadolo così, di fatto permanentemente, dal territorio di Hong Kong.

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