Stato Karen Guerra Birmania

Viaggio nello Stato Karen, teatro della guerra più lunga al mondo

Si combatte dal 31 gennaio del 1949. Da una parte, l'esercito birmano. Dall'altra, il Karen National Liberation Army. In mezzo, colpi di Stato e trattati non rispettati.

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da Oo Kray Khee

Nello Stato Karen, una striscia di terra tra la giungla della Birmania Orientale, è mezzogiorno. Il viaggio dalla città thailandese di Mae Sot dura circa sei ore. Il confine si attraversa illegalmente, lasciando la strada principale con i suoi pericolosi tornanti e i numerosi check-point dell'esercito di Bangkok, per poi entrare nella fitta boscaglia della foresta. Le autorità birmane hanno chiamato questa zona Black Area. Una zona nera dove i giornalisti non possono entrare ma dove tutto è possibile. Anche stuprare e uccidere un bambino. Si spara a vista e le violenze, iniziate nel lontano 1949, non sono mai finite. Qui si combatte la guerra di liberazione più lunga al mondo. Il 31 gennaio, i Karen celebrano il «Revolution Day», che quest'anno sigla 70 anni passati in trincea, per richiedere la libertà del proprio popolo. Eppure, secondo i governi occidentali, dopo la vittoria alle elezioni nel novembre 2015 del National League for Democracy (Nld), il partito guidato dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, tutto sarebbe dovuto tornare alla normalità.

DALLA MIGRAZIONE NEL 730 A.C. ALLA GUERRA

Il fiume di fango della stagione delle piogge lascia spazio alla terra di color rosso che caratterizza questo posto incantato. Rosso, però, è anche il colore del sangue che i Karen stanno versando per ottenere la propria libertà. «Siamo costretti a combattere», spiega a Lettera43.it il generale Nerdah Mya – figlio di Bo Mya, leggendario eroe della resistenza scomparso nel 2006 – dal villaggio di Oo Kray Khee, dove si trova la roccaforte del Karen National Defence Organization (Kndo), un reparto speciale d'assalto. «Dobbiamo difendere la terra dei nostri avi, la nostra gente e le nostre tradizioni», aggiunge con una naturalezza che non si addice all’epoca moderna. I Karen, originari della Mongolia e del Tibet, sono arrivati in queste zone dopo una lunga migrazione nel 730 a.C. Animisti, buddisti, cristiani e musulmani vivono in armonia tra loro e con la natura che li circonda. È l’esercito birmano il problema. La guerra ha causato migliaia di vittime e numerosi Karen sono fuggiti dai loro villaggi. Almeno 500 mila sono i rifugiati interni, oltre 130 mila quelli che sono finiti nei campi profughi disseminati nella vicina Tailandia.

Molte persone porteranno per tutta la vita i segni indelebili delle mine anti-uomo con cui le truppe di Yangon hanno reso impenetrabile la giungla. «Stavo rientrando nel villaggio dopo una giornata di lavoro nella mia piantagione di mais, quando all’improvviso ho sentito un dolore fortissimo e sono svenuto», racconta Moh Shank, un contadino che in questo sporco conflitto ha perso una gamba. «Da quel giorno», spiega indicando la malandata protesi che sostituisce l’arto, «sono rimasto così». La situazione sarebbe dovuta cambiare. Il nuovo governo, proprio nel giorno dell’insediamento, aveva promesso di dare «priorità al raggiungimento di un cessate il fuoco su scala nazionale, per interrompere i conflitti che proseguono da molti anni tra le minoranze etniche e il governo centrale». Qui, però, sembra tutto come prima. «Non è cambiato niente con le elezioni vinte da Aung San Suu Kyi», conferma il numero uno del Kndo. «Il Tatmadaw (l’esercito birmano, ndr) un mese dopo le votazioni ha lanciato una potente offensiva contro gli Shan, i Kachin e ovviamente contro di noi». Gli scontri sono in corso nel Nord dello Stato Karen e hanno provocato la reazione del Karen National Liberation Army (Knla), che nella parte settentrionale è controllata dalla V Brigata del comandante Baw Kyaw – soprannominato «la Tigre» – da sempre contrario al trattato di pace.

TRA GIADA E OPPIO, UNA TERRA CHE FA GOLA A TUTTI

Secondo Nerdah Mya, l’obiettivo delle truppe regolari è annientare le etnie e continuare ad arricchirsi: «La verità è che i nostri territori sono pieni di risorse naturali che noi non siamo disposti a far sfruttare selvaggiamente dalle grandi compagnie. Proprio per questo vogliono eliminarci». Non è una novità. I generali che hanno controllato per decenni il Paese si sono arricchiti sfruttando i territori etnici. Nell’ottobre 2015 un rapporto scritto da Global Witness, organizzazione investigativa con base a Londra specializzata sul tema delle risorse naturali, sosteneva che il solo business della giada aveva portato nelle tasche della famiglia di Than Shwe, padre-padrone della Birmania dal 1992 al 2011, più di 220 milioni di dollari nel biennio 2013-2014. Insieme a lui, negli sporchi affari legati alla pietra preziosa, c’erano altri nomi di ex generali ed ex ministri. Ma non solo. Nel documento si legge anche che l’esercito regolare sarebbe legato al mercato del narcotraffico. E non è un caso che la Birmania sia il secondo produttore mondiale di oppio dopo l’Afghanistan. Anche qui, stiamo parlando di un affare da miliardi di dollari. Lo stesso narcotraffico che molte etnie stanno combattendo. I Karen, per una ragione etica, sono contrari alla coltivazione, alla vendita e al consumo di qualsiasi tipo di droga.

«La situazione non cambierà mai finché i generali avranno potere», spiega il figlio del leggendario eroe della resistenza Karen. E di potere ne hanno veramente tanto. Anche ora che il mondo grida a un nuovo corso del Paese guidato dal premio Nobel per la Pace. La Carta costituzionale della Birmania, infatti, non solo riserva ai militari il 25% dei seggi parlamentari indipendentemente dall’esito delle elezioni, ma permette loro di controllare il ministero degli Interni, della Difesa e per gli Affari di Confine che, non è una casualità, è proprio quello che si occupa delle zone abitate dalle diverse etnie. Ma non è finita qui. Sempre la vecchia giunta è parte del Consiglio per la Difesa e la Sicurezza Nazionale, che può in qualsiasi momento bloccare o modificare le leggi considerate pericolose per l’unità e la sicurezza del Paese. È per questo che la guerra prosegue. Da una parte c’è chi vuole difendere terra sacra e tradizioni. Dall’altra chi uccide per soldi e potere.

IL TRATTATO (MAI RISPETTATO) DI PLANGLONG

Gli interessi sono, purtroppo, parte integrante di ogni conflitto. Lo sanno bene i Karen che combattono da tanto, troppo tempo. Nerdah Mya, però, è determinato: «Non deporremo le armi finché il governo birmano non riconoscerà la nostra nazione». Una nazione che gli era stata promessa alla fine del secondo conflitto mondiale, quando, con il Trattato di Planglong, Aung San – il presidente del Paese di allora e padre della leader di oggi – aveva concordato con i capi delle più grandi etnie del complesso mosaico birmano la possibilità di scegliere il proprio destino politico e sociale entro 10 anni. Ma l’accordo non è stato mai rispettato. Con un colpo di Stato Aung San è stato ucciso e il potere è passato alla spietata giunta militare. Da quel giorno i Karen hanno iniziato a lottare. Armi in pugno. E non sembrano disposti a fare nessun passo indietro. Ancora oggi, che dall'inizio della guerra sono passati sette lunghi decenni.

31 Gennaio Gen 2019 1508 31 gennaio 2019
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