Ritratto Iannaccone
Cervelli di ritorno
24 Ottobre Ott 2010 0837 24 ottobre 2010

Un uomo da un milione di $

Matteo Iannacone, 34 anni, torna a fare ricerca in Italia.

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il ricercatore americano nella sede del medical school di Boston

Sul suo profilo Facebook, c’è una frase di Thomas Edison che lo descrive meglio di mille parole: «Il genio è 1% ispirazione, 99% traspirazione». Fatica, impegno, pazienza. «Se un ricercatore non si sveglia la mattina con la smania di sapere quale è stata la reazione a un esperimento, allora è meglio che cambi mestiere», racconta via Skype da Boston Matteo Iannacone, 34 anni, senior research associate presso la Harvard Medical School e giovane promessa della ricerca immunologica mondiale.
Nel 2009, Iannacone ha vinto, unico italiano su 50 candidati provenienti da tutto il mondo, un milione di dollari messo in palio dalla Armenise Harvard Foundation per il sostegno a progetti di ricerca innovativi nel campo delle scienze biologiche. Le sue scoperte sui meccanismi di risposta del sistema immunitario, «abbiamo seguito alcuni virus che erano riusciti a raggiungere il cervello e abbiamo individuato quali erano le loro porte d'accesso», si sono guadagnate le prime pagine della rivista Nature, numerosi riconoscimenti internazionali e la speranza di una svolta significativa nella lotta contro malattie come l'epatite e l’Hiv.

Si riparte dal San Raffaele di Milano

il ricercatore americano nella sede del medical school di Boston

Con i soldi dell’Armenise Harvard Foundation, però, Iannacone ha deciso di tornare a fare ricerca in Italia, al San Raffaele di Milano, dove si è laureato in medicina nel 2001 e dove si è specializzato nel 2007 dopo tre anni di dottorato al The Scripps research institute di San Diego, in California. «Il laboratorio si chiamerà "Immune Cell Dynamics Lab". Avremo un team di cinque o sei persone, tutte provenienti da paesi diversi, perché la ricerca vive, e raggiunge risultati importanti, se è internazionale», sottolinea.
Cervelli di ritorno, si dirà. Non proprio. Perché l’avventura atlantica di Iannacone è nata da un sogno tutto italiano: «Aprire a Milano un mio laboratorio. Sono andato ad Harvard perché lì sono molto avanti nell’utilizzo dell’imaging per la ricerca immunologica, ma ho sempre saputo che sarei ritornato. Ora ho i soldi per farlo».
Niente nostalgia, insomma, «perché», dice con voce soave, «al San Raffaele saremo molto competitivi: lì ci sono alcuni tra i migliori cervelli del mondo nel mio settore di ricerca. Penso per esempio a Luca Guidotti, che lavora tra l’Italia e San Diego, a Giulio Cossu, Luigi Naldini, Mariagrazia Roncarolo, veri mostri sacri della terapia genica». Talenti, dunque, ma anche tecnologie ultramoderne.
Nel laboratorio del San Raffaele, infatti, l'indagine sulle risposte immunitarie antivirali sarà realizzata con un dispositivo d’avanguardia, importato direttamente dagli Usa: «la microscopia intravitale multifotone, una tecnica di imaging che permette di analizzare in tempo reale cosa succede quando un virus entra nell'organismo e il modo in cui reagiscono le cellule». È come una partita di calcio, spiega: «se guardi fotogrammi in sequenza, non capisci il gioco. Se osservi la partita nel suo insieme, mentre si sta svolgendo, si».

La ricerca? È un problema di soldi

Una storia, quella di Iannacone, che sfata un po’ di falsi miti sulla tanto bistrattata ricerca italiana. «Il problema non è la fuga di cervelli, perchè fare almeno una esperienza di lavoro all’estero è l’abc di ogni buon ricercatore», precisa lo scienziato milanese. «Il problema semmai sono i fondi: In Italia ce ne sono troppo pochi. Non riusciamo ad attirare le intelligenze straniere e non mettiamo in condizione quelle italiane di ritornare».
Così, nei laboratori di San Diego o di Boston capita di sentir parlare più veneto e siciliano che inglese o francese: «In America ho incontrato decine di italiani che lavorano ad altissimi livelli. Gente che dirige interi dipartimenti, ha a disposizione risorse e strutture, eppure vorrebbe tornare». Perché? «Perché dopo un po’ non ne puoi più dell’american way of life!», scherza. «Negli Usa si vive molto di amicizie fugaci e mobilità estrema». C’è però qualcosa a Boston che Matteo non ritroverà negli affetti e nella buona cucina italiana: «Sono un pianista jazz, e Boston è la città del jazz. Mi mancheranno le sue atmosfere musicali, le lunghe passeggiate in bicicletta, quegli enormi spazi verdi».

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