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Rio, la crisi inquina il vertice

Leader politici assenti al Summit della Terra.

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Consultazioni intergovernative preparatorie del terzo Summit della Terra, a Rio de Janeiro.

Vent’anni esatti dopo la prima conferenza mondiale sull’ambiente e lo sviluppo, dal 20 al 22 giugno Rio de Janeiro torna a ospitare 130 capi di Stato e di governo impegnati alla ricerca di accordi per promuovere la sostenibilità. I temi, per lo più sconosciuti due decenni fa, oggi sono pane quotidiano di cittadini, legislatori e ambientalisti: green economy, governance ambientale e regole su temi che vanno dal risparmio energetico fino al diritto all’acqua e la tutela degli oceani e della fauna marina.
Eppure, se il «Summit della terra», nel 1992, aveva portato a storici traguardi come la Convenzione sul clima da cui nacque il protocollo di Kyoto e la redazione di Agenda 21, Rio+20 rischia di finire con un nulla di fatto.
L'AMBIENTE NON È QUESTIONE PRIORITARIA. Preoccupati dalla crisi permanente della zona euro e dalla debolezza di altri grandi economie, per molti governi l’ambiente e lo sosteniblità non sembrano essere oggi questioni prioritarie, e l’assenza a Rio di molti influenti leader tra cui Barack Obama, David Cameron e Angela Merkel lo conferma, oltre a vanificare la possibilità di qualsiasi accordo di larga intesa.
IN 20 ANNI MOLTI I GLI OBIETTIVI NON CENTRATI. L’Unep, il programma dell’Onu per l’ambiente nato in seno alla prima conferenza di Rio, ha appena denunciato che in 20 anni molti degli obiettivi concordati per la gestione sostenibile dell’ambiente sono rimasti incompiuti.
Su 90 target esaminati, sono appena quattro quelli che hanno registrato progressi significativi, ovvero l’eliminazione delle sostanze nocive per lo strato di ozono e del piombo dai carburanti; il maggiore accesso ai servizi idrici e l’aumento della ricerca per diminuire l’inquinamento dei mari.
Poco o nulla invece è stato fatto per altri 24 obiettivi, dai cambiamenti climatici alla tutela del depauperato patrimonio ittico, per frenare la desertificazione e la distruzione delle barriere coralline.

L'investitura dell'Unep e l'importanza di instaurare un clima negoziale

«È proprio l’Unep che deve vigilare sugli impegni presi dai governi», ha spiegato a Lettera43.it Alessandro Giannì, direttore campagne di Greenpeace Italia, «ma fino ad oggi non ha avuto un mandato chiaro né i mezzi finanziari necessari. Dopo Rio+20 dovrebbe diventare un’agenzia, come la Fao, e quindi dotata di ben altri poteri di controllo e intervento. Non siamo fiduciosi sui possibili risultati politici del vertice, a parte forse qualche traguardo sulle aree marine protette, ma credo che Rio+20 sia comunque importante per creare il giusto clima negoziale per il futuro».
RESPONSABILITÀ SULL'INQUINAMENTO. Come è avvenuto in altri summit sul clima, la principale scommessa di Rio+20 è riuscire ad avvicinare le posizioni fra i Paesi industrializzati e quelli emergenti, da sempre divisi sulle rispettive responsabilità sull’inquinamento e lo sfruttamento delle risorse e di conseguenza sul prezzo da pagare nella definizione dei nuovi obiettivi di sviluppo sostenibile del pianeta.
I BRICS NON CEDONO I PRIVILEGI. Da un lato ci sono i Paesi cosiddetti Brics (Brasile, Cina, India, Russia e Sudafrica), che in asse con i Paesi emergenti riuniti nel G77, danno priorità alla crescita e non hanno intenzione di arretrare di un millimetro sul «principio delle responsabilità comuni ma differenziate» (common but differentiated responsibility cbdr, la sigla in inglese), secondo cui i Paesi ricchi devono pagare gran parte dei costi della transizione verso un modello che tuteli l’ambiente e favorisca lo sviluppo, a causa dei danni provocati dagli occidentali con la distruzione della natura e il consumo eccessivo.
Gli emergenti chiedono che il cbdr sia inserito nel testo di 80 pagine che sarà presentato nella seduta di apertura del summit. E, nemmeno a dirlo, il capo dei negoziatori Usa, Todd Stern, ha già chiesto che dal testo venga ritirato il principio.
CANADA IN DIFESA DELLE PROPRIE RISORSE IDRICHE. Proprio gli Stati Uniti, assieme al Canada, mostrano le posizioni più rigide. Ottawa, ad esempio, non è d’accordo a sottoscrivere una dichiarazione unanime che sancisca l’accesso all’acqua potabile come un diritto umano universale. Il Paese all’estremo Nord dell’America, disseminato di laghi fiumi e sorgenti, teme che un accordo in questo senso possa compromettere la sua libertà di commerciare le acque ponendo limiti all’esportazione dell’oro blu.
EQUILIBRIO DELLE DIVERGENZE. Rio+20 si presenta come un «equilibrio delle divergenze», come lo ha definito Luiz Alberto Figueredo, coordinatore brasiliano delle trattative, dimostrando quanto numerosi e articolati siano i contrasti in campo.
«È indubbio che i Paesi occidentali sono stati finora i responsabili dello sfruttamento delle risorse e del cambiamento climatico e nei precedenti negoziati hanno mancato di buona volontà», ha spiegato Giannì, «ma è altrettanto vero che per i paesi emergenti è stato facile assumere un atteggiamento che, nascosto dietro la differenza di responsabilità, vedeva la libertà di inquinare».
Insomma, «se dunque i Paesi occidentali si decideranno a compiere un’azione virtuosa, perché concreta, i Paesi in via di sviluppo si sentiranno vincolati a fare altrettanto. Infine va ricordato che un Paese come la Cina, che è oggi tra i più inquinanti e che continua a installare centrali a carbone, al contempo investe moltissimo in energie rinnovabili, più di quanto fanno in proporzione molti Paesi europei».

20 Giugno Giu 2012 0800 20 giugno 2012
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