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Web, nasce il sito di social bombing italiano

Ma Twitter prova a bloccarlo: «È spam».

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Il logo di Socialbombing.org.

È iniziata col giallo l'avventura del primo portale di social bombing all'italiana.
Tutta colpa di Twitter, che rischia di bloccarla, per questioni di policy aziendale.
Socialbombing.org è un sito che si presenta come «il primo aggregatore mondiale delle missioni social.
Con l'obiettivo di chiedere al ministro della Cultura Dario Franceschini di 'non fare retromarcia' e 'non introdurre' il balzello su smartphone e tablet a uso e consumo della Siae.
IL MESSAGGIO DIVENTA «INELUDIBILE». Il portale - che, come recita il sito, «mette a disposizione uno spazio virtuale per lanciare una missione su un dato tema e, allo stesso tempo, consente a chiunque di aderire alle missioni esistenti» - sfrutta la possibilità di far arrivare a un destinatario lo «stesso tweet di protesta o proposta» un numero potenzialmente illimitato di volte, rendendo così il messaggio «ineludibile».
PER TWITTER È UNA PRATICA BORDERLINE. Ma è proprio questo modo di fare che ha messo in difficoltà Twitter, che lo considera borderline allo spam e quindi 'sanzionabile' in base alle regole in vigore presso il sito con base a San Francisco.
Destino, quello della chiusura per violazione delle regole, toccato a suo tempo anche a Thunderclap, il sito usato anche dalla Casa Bianca per amplificare la portata social delle sue campagne.
TANTI MESSAGGI LANCIATI IN UN SOL COLPO. L'idea di base è quella di raggruppare sotto una stessa bandiera una moltitudine di messaggi per poi rilasciarli in un sol colpo nel mare magnum di Twitter, smuovendo così i trending topic e raggiungere visibilità. Che poi è quanto speravano di ottenere gli autori della campagna #iniquocompenso - firmata, tra gli altri, anche da Altro Consumo - lanciata per solleticare la sensibilità del ministro Franceschini.
IL FONDATORE: «È TUTTO TRASPARENTE». «La vera novità», ha spiegato Marco Camisani Calzolari, imprenditore milanese con base a Londra e fondatore di Socialbombing.org, «è la possibilità di aggregare azioni che fino a ieri erano sparse o singole. Al contrario delle petizioni online, non bisogna aspettare un certo numero di adesioni prima di poter iniziare a far pesare il messaggio. E poi è tutto trasparente: i numeri sono pubblici, facilmente controllabili».
MA TWITTER BLOCCA LE API. Insomma, nell'era della accountability a oltranza, anche il messaggero non si può permettere zone d'ombra. Come, ad esempio, dati sensibili alloggiati al sicuro nei server degli aggregatori di petizioni. Twitter che rema contro, ovviamente, non è un buon viatico per la rivoluzione. Il diavolo, come sempre, sta nei dettagli. In questo caso si tratta degli Api. Ovvero le chiavi di accesso che Twitter mette a disposizione dei produttori di app terzi. «Ci hanno impedito di postare per conto degli utenti della piattaforma», ha spiegato ancora Camisani Calzolari. Il metodo, pur non essendo automatizzato, perché coinvolge utenti reali, potrebbe infatti lasciar presagire a un'armata di 'robot' - profili fasulli - in agguato.
LA REPLICA: «NON È SPAM MA ATTIVISMO». Destino amaro per chi è diventato noto proprio smascherando l'uso pesante di bot nei profili di aziende e politici (uno su tutti Beppe Grillo): «In realtà», ha concluso il creatore di Socialbombing.org, «è l'esatto opposto: lo spam è un'azione ripetuta non voluta, mentre qui esiste in quanto attivismo».
COINVOLTI ANCHE GLI INFLUENCER. L'altra novità sta poi nel coinvolgimento di legioni di influencer - 10 mila per ogni Paese - nella diffusione del messaggio. In pratica ogni volta che un utente aderisce a una campagna, lo stesso tweet viene inviato, oltre che al destinatario, ai 'twitterati' più influenti.
TRATTATIVE IN CORSO CON TWITTER. In attesa che San Francisco veda la differenza - le trattative sono in corso - gli 'elfi' di Socialbombing.org hanno trovato degli escamotage tecnici che rendono possibile usare comunque la piattaforma, benché con qualche click in più da parte degli utenti. La battaglia dunque continua. E a farne le spese potrebbe essere presto lo stesso presidente del Consiglio Matteo Renzi, che su Twitter si è sempre dimostrato attivo. La sua colpa? Pare essere troppo cauto in materia di agenda digitale.

12 Aprile Apr 2014 1638 12 aprile 2014
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