Cambiamenti Climatici
Scienza e Tech
4 Marzo Mar 2018 1500 04 marzo 2018

Clima, perché il 2020 è il punto di non ritorno per salvare la Terra

Rinnovabili. Veicoli elettrici. Decarbonizzazione. Stop allo sfruttamento del suolo. Investimenti di mille miliardi l’anno. Così il Pianeta deve ridurre in due anni le emissioni di Co2. O si rischia la catastrofe.

  • Elena Paparelli
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Apocalittici, moderati o negazionisti? In fatto di cambiamento climatico le scuole di pensiero sono diverse, ma il calendario non smette di suscitare una certa apprensione. Gli ultimi tre anni - dati ufficiali dell'Amministrazione nazionale oceanica e atmosferica (Noaa) - sono stati i più caldi dal 1880. E quelli che mancano al 2020 sarebbero decisivi per evitare una catastrofe ambientale.

OCEANI E MARI DA CONTROLLARE. Tanto da spingere un gruppo di climatologi ed esperti di sostenibilità a lanciare la Campagna di sensibilizzazione Missione 2020 con il preciso obiettivo di diminuire - fino a fermarle - le emissioni di anidride carbonica (CO2) e controllare l’incremento della temperatura media del Pianeta, tenendo d’occhio l’acidificazione degli oceani e il livello dei mari.

UNA ROAD MAP TERAPEUTICA. Il 2020 è considerato infatti il punto di “svolta” per il mutamento climatico, secondo un rapporto a cui hanno lavorato istituti e organizzazioni di ricerca sul clima redatto dall’Università di Yale, Carbon Tracker e Climate Action Tracker. L’avvertimento di chi sostiene la campagna è diretto: in fatto di clima è indispensabile intervenire per invertire la rotta secondo sei direttrici fondamentali. Che tracciano i contorni di una roadmap “terapeutica” per la Terra.

  1. Prima di tutto, sul fronte energia, occorre puntare sulle rinnovabili. Che dovrebbero potersi battere ad armi pari con i combustibili fossili come fonte nella produzione di energia elettrica in tutto il mondo. Per il gruppo di climatologi sarebbe buono un incremento delle rinnovabili fino almeno al 30%, e zero nuovi impianti fondati sul carbone.
  2. Sul fronte trasporti, largo invece ai veicoli elettrici a emissioni zero, per una mobilità sostenibile in tutte le metropoli del mondo.
  3. Capitolo Infrastrutture: la “mission” delle politiche, dei piani e dei regolamenti di città e Stati dovrebbe essere la totale “decarbonizzazione” delle stesse entro il 2050.
  4. E ancora. Sul tema “sfruttamento del suolo”, no alle deforestazioni su larga scala, in favore invece del recupero del territorio e di pratiche più ecosostenibili in agricoltura.
  5. Alla voce “industria”, linea netta: è necessario che l’industria pesante sia in linea e compatibile con gli accordi presi a Parigi.
  6. Infine, la finanza: gli investimenti in azioni che hanno come obiettivo la gestione del cambiamento del clima dovrebbero essere più di mille miliardi all’anno e tutte le istituzioni finanziare dovrebbero essere tenute a comunicare una strategia di transizione.

Fin qui la direzione di marcia, con un preciso monito: se le emissioni non subiranno un ribasso entro il 2020, il contenimento di 2 gradi centigradi dell’aumento della temperatura al 2100 non sarà più possibile.

DECISIVA LA COP24 NEL 2018. Il fatto dunque che negli ultimi tre anni le emissioni globali di CO2 prodotte dall’utilizzo di combustibili fossili si siano stabilizzate non deve portare i politici a dormire sugli allori. La prima data da segnare sul calendario è quella che riguarda la conferenza mondiale sul clima, la Cop24, in programma a Katowice, in Polonia, nel dicembre del 2018.

CO2, IMPEGNI DA RIESAMINARE. Il 2018 è l’anno in cui avrà luogo il “Dialogo di Talanoa”, secondo la definizione che ne è stata data durante la Cop23 di Bonn e che ha come scopo quello di riesaminare gli impegni dei governi di tutto il mondo in fatto di riduzione delle emissioni di CO2.

Se le emissioni non subiranno un ribasso entro il 2020, il contenimento di 2 gradi centigradi dell’aumento della temperatura al 2100 non sarà più possibile. (Getty)

“Talanoa” è una parola che nella lingua delle isole Fiji significa una forma di dialogo partecipativo e trasparente. Si tratta dunque di una riflessione preparatoria sullo stato dell’arte delle cosidette Ndc (Nationally determined contributions), cioè le promesse portate avanti dai singoli governi, in vista della fase più propriamente politica che avverrà durante la Cop24, e che vedrà i rappresentati di Stato impegnati a dibattere sugli obiettivi di Parigi e sulla loro maggiore o minore vicinanza.

LA BANCA MONDIALE FA IL SUO. Intanto la Banca Mondiale al One Planet Summit di Parigi del dicembre 2017 voluto dal presidente francese Emmanuel Macron ha comunicato che non finanzierà più attività di esplorazione e produzione di greggio e gas dal 2019. Facendo anche presente di aver intrapreso un percorso verso un importante traguardo: proprio entro il 2020 il 28% dei suoi prestiti andrà a progetti e azioni sul clima.

CREDIBILITÀ DA RIGUADAGNARE. Ma il summit non ha mancato di suscitare polemiche di associazioni ambientaliste come Greenpeace. «Sul cambiamento climatico», ha detto il direttore di Greenpeace Eu, Jorge Riss, «l’Europa sta giocando ben al di sotto del suo potenziale». E ha aggiunto: «Se il Vecchio continente vuole riguadagnare parte della sua credibilità sui cambiamenti climatici, i governi devono rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro e dovrebbero iniziare a farlo innalzando gli obiettivi dell’Ue per il 2030 per ridurre i gas serra e aumentare la quota di energie rinnovabili».

Rispetto agli ultimi 1.500 anni il ghiaccio dell'Artico si sta riducendo in minor tempo. (Getty)

L’esperto di questioni relative alla sostenibilità globale Johan Rockström ha spiegato: «Finora siamo stati beneficati dalla notevole resilienza del Pianeta negli ultimi 100 anni, che ha assorbito la maggior parte dei nostri abusi sul clima. Ora abbiamo raggiunto la fine di questa epoca e abbiamo bisogno di piegare immediatamente la curva globale delle emissioni, per evitare risultati ingestibili per il nostro mondo moderno».

CALA IL GHIACCIO DELL'ARTICO. Il “global warming” è dunque un problema di strettissima attualità, viste le evidenti conseguenze dell’aumento della temperatura globale. A cominciare dalla copertura di ghiaccio dell’Artico, che - secondo la 2017 Arctic Report Card - rispetto agli ultimi 1.500 anni si sta riducendo in minor tempo.

L'UOMO È IL PRIMO FATTORE. E, soprattutto, è un problema che tocca direttamente la responsabilità dell’essere umano: secondo una ricerca dell’Iia-Cnr, pubblicata sulla rivista Scientific Reports, reti di neuroni artificiali che imparano come funziona il sistema climatico sulla base dei dati presi in considerazione nel passato indicano le azioni dell’uomo come fattore di primo piano nel generare il recente riscaldamento globale.

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