Fecebook: affonda a Wall Street, -5,20%
Cambridge Analytica
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21 Marzo Mar 2018 1056 21 marzo 2018

I dati siamo noi, particelle di un mondo di assurdità razionale

Lo scandalo Cambridge Analytica sta (anche) nel miliardo e 950 milioni di utenti di cui non si parla: tutti spacchettati, reimpacchettati, venduti. Individui disumanizzati. Figli di un modello distorto.

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Nello scandalo di Facebook che ha “vulnerato”, vulgo lasciato col culo scoperto, 50 milioni di americani i cui dati personali sono stati usati da Cambridge Analytica per spingere la campagna elettorale di Trump, lo scandalo non sta nei 50 milioni ma nell'altro miliardo e 950 milioni di cui non si parla: tutti spacchettati, reimpacchettati e ridotti a dati, comprati e venduti dai social, dalle app, con la decisiva collaborazione... di noi stessi. Puoi chiamarla “profilazione”, puoi chiamarla scomparsa della privacy, irreversibile a dispetto del profluvio di norme, esitanti, inapplicate, sempre in ritardo rispetto ai balzi in avanti, forsennati, di questi gattopardi tecnologici, ma la solfa non cambia: il succo è sempre il solito “fare soldi per fare soldi per fare soldi”. Di nuovo c'è che non si era mai data una tale commistione fra utente e prodotto, fra consumatore e produttore di merce, laddove la merce è il soggetto stesso che la crea. Ma anche questo scenario apocalittico sta già passando. Lo scandalo Cambridge Analytica (subito sospesa da Zuckerberg, che ha cominciato a far rotolare qualche testa per salvare la sua) si riferisce a situazioni vecchie di oltre un anno se non di due.

Il futuro è ancora più inquietante, anche perché già in atto, e vede l'ulteriore commistione tra spiato e spione: si calcola che entro il 2025 al massimo saranno 5 miliardi i dispositivi in mano alla popolazione globalmente interconnessa, tutti in grado, volendolo o meno, sapendolo o meno, di fornire informazioni privatissime e vitali sui loro simili. Non è un caso che Zuckerberg, il libertario che pensa ai poveri mentre li controlla, abbia deciso che il suo social network da 2 miliardi di iscritti privilegerà i contenuti degli iscritti non quelli dei media; sarà “il popolo di Facebook” a decidere chi è degno di ascolto e chi no. Processo che si riverbera sull'informazione, vale a dire sarà lo stesso popolino o popolaccio del social azzurro a consacrare quali testate, quali fonti saranno attendibili e quali invece spazzatura. Si temeva la fine del giornalismo per inglobamento, siamo alla fine del giornalismo per negazione, per sostituzione. È, in altre parole, il superamento del giornalismo commerciale degli ultimi due secoli a beneficio di una informazione dipendente dal pubblico, laddove il pubblico stesso è agente, agito e valore pubblicitario.

GLI APOSTOLI DELLA CONNESSIONE GLOBALE. Tecnicamente, siamo all'avvento di un non-giornalismo sottoposto alla dittatura dei like: migliaia, milioni di piccoli Cesari che ammazzano o fanno vivere un contenuto, una fonte, una firma, a criterio esclusivamente personale, umorale. I disinformati che giudicano l'informazione, le mamme consapevoli (ma adesso ci sono anche le “sospettose”) che zittiscono gli scienziati, i gruppi di alcoolisti informatici che giudicano e mandano. Espulsa, come un calcolo doloroso, la tradizione funzione del giornalismo come mediatore democratico, anello di congiunzione tra fatto e comprensione, tra specializzazione e semplificazione ad uso delle masse. Da una parte gli apostoli della connessione sociale globale, che vincono; dall'altra i neurobiologi e psichiatri, che, irrisi, avvertono: social e app pregiudicano l'attenzione e la capacità di comprendere un testo scritto, originando un neoanalfabetismo che è sotto gli occhi di tutti. Ed è su questi presupposti che il malato pretende di porsi come medicina.

SOCIALITÀ ASOCIALE CHE SFOCIA IN VIOLENZA. Zuckerberg, il giovane favoloso in dollari, ritratto nel film The Social Network come l'essere più arido e asociale del pianeta, ha in mente una sola idea: la socialità totale per quantità e qualità, senza zone d'ombra, senza margine di privacy e con l'affaire Cambridge Analytica anche gli sprovveduti hanno capito perché; ma è il suo modello di Panopticon 4.0 ad atterrire. Un luogo infernale dove chiunque è senza difese e vige la socialità asociale che sfocia psichiatricamente in violenza, disperazione, alienazione, paranoia, come dimostrato in modo grottesco da tutti i reality di questo mondo. “Social” nelle intenzioni di chi li padroneggia doveva essere il ritorno digitale al love-in da summer of love, fiori nei capelli e Monterey Festival: si è risolto nella spazzatura dei fatti personali, nella pornografia esibizionistica, nei risentimenti, nei pettegolezzi da ringhiera informatica, le sassate alla reputazione scagliate da mani anonime, i messaggi costellati di strafalcioni di generazioni uscite da scuole dell'obbligo e università di massa che non li hanno risolti né come cittadini né come lettori. E questi dovrebbero giudicare il mestiere dei giornalisti e il prodotto del loro mestiere.

Forse non è esattamente quello che intendeva Montanelli con il suo ritornello retorico, «Il mio unico padrone è il lettore», che suonava bene ma nel quale lui per primo non credeva. Oggi in qualche modo è più vero, più inevitabile: i nostri unici padroni sono i lettori con evidenti difficoltà di comprensione, i lettori che si stufano “in tempo reale” se qualcosa non è abbastanza pruriginoso o stupido o fazioso, che si vantano di non leggere, come quella aspirante miss che ha messo in vendita la verginità, poi si è pentita e ha chiesto scusa a tutti, naturalmente su Facebook: «Sapete, io leggo poco, preferisco Uomini e Donne». I padroni sono i lettori abbeverati alle “scuole” di Maria e di Barbara, oppure quelli che si sentono evoluti perché difendono una sottocultura di nicchia, elitaria, che ne pregiudica lo sguardo d'insieme, la sintesi alta. Sono gli involuti che per esprimere un concetto basilare impiegano lenzuolate di commenti stravolti come matasse di parole. E, sopra di questi, gli influencer con tanti seguaci, che applicano la logica del branco e scatenano la canea omicida. Questi sarebbero i nostri padroni, naturalmente posseduti da Zuckerberg & soci.

DA INFORMATORI A SMANETTONI. Già noi del mestiere abbiamo dovuto trasformarci da informatori in smanettoni, i nostri scioglidita sulla tastiera sempre meno concentrati sul racconto, sullo stile e sempre più sugli algoritmi, su processi tecnici dei quali, a rigore, dovremmo poco interessarci. Ma va così e nessuno può restare indietro. Ma che questo conformismo intellettuale debba ritrovarsi ostaggio del ricatto perenne di un lettorato fazioso, polarizzato, infoiato, per il quale è attendibile solo ciò che rimane nel proprio orto mentale, è dura da mandar giù. Il giudizio del pubblico, necessario antidoto contro la presunzione di chi informa, c'era ma come determinazione binaria, come controllo sull'informatore che a sua volta rifluiva sulla platea, riconducendola a pluralismi, a tolleranze democratiche. Oggi tutto si è spaventosamente rimpicciolito quanto a prospettive qualitative e analitiche – la Bassa Risoluzione di cui parla Massimo Mantellini nel suo libro più recente.

SCENARI DI INUSITATA COMPLESSITÀ. Il giornalista di mestiere è chiamato a confrontarsi con scenari di inusitata complessità: l'America in crisi di leadership vive un passaggio cruciale, stretta fra l'aggressione economica cinese e la risorgenza politico-militare russa; per il momento Trump sta facendo filare oltre le previsioni l'economia del suo Paese a beneficio anche delle classi popolari, per effetto delle discusse (col metro europeo) misure legate ai dazi e al rilancio dell'industria pesante e dell'edilizia pubblica; la Cina reintroduce la dittatura a vita e vuole, soprattutto può, sopravanzare gli Usa entro il 2030; restano crisi umanitarie e enormi nodi geostrategici da risolvere dopo le conseguenze della politica estera, debole, involuta, di Obama in Medio Oriente, in Iran, in Corea del Nord, in Turchia, con la conseguente affermazione di Putin, che ha rimesso la Russia al centro del gioco con spregiudicatezza e abilità politica ed ha trionfato per la quarta volta, addirittura corroborato dagli incauti sospetti di terrorspionismo mossigli dal Regno Unito. Di fronte a tutto questo, l'opinionista anonimo di Facebook se la cava così: «Trump è un coglione». È tutto, a voi la linea.

Mark Zuckerberg.

Saranno i fanatici di Chiara Ferragni, di professione se stessa, a decidere l'agenda-setting, cioè cosa va somministrato al mondo ogni mattina e in quali termini? Sarà tutto troppo difficile, troppo “palloso” per essere letto, divulgato? Già oggi molte testate aprono con Leone, il figlio di Chiara e Fedez che vale tante esclusive quanto pesa, e Leone di Fedez è notizia del giorno su Twitter, dunque ovunque. I giornali o ciò che ne resta non sembrano avere la forza di invertire questi processi che li stanno (s)travolgendo, tanto più che le felpette californiane li stanno inglobando: Zuckerberg dall'interno, Bezos ha trasformato il Washington Post nella Gazzetta di Amazon, Apple ha appena acquisito Texture, l'edicola universale del web. Da tempo sappiamo che il percorso lineare, virtuoso, del giornalismo classico è sparito, sostituito da una molteplicità di attori; sì, d'accordo, ma con l'avvertenza che ciascuno restava nel suo ruolo, che ad una esperienza, ad una professionalità fosse ancora riconosciuto il diritto di esistere.

UN MONDO DI ASSURDITÀ RAZIONALE. La trovata di Zuckerberg scardina tutto, priva il sistema di ogni logica che non sia la sua. E ce l'ha una logica, se è vero che lui punta a sedersi alla Casa Bianca nel giro di 4-8 anni. Così i “big data”, cioè noialtri, li vende a se stesso e il cerchio si chiude. Qui ci sono quelli come Grillo che, dopo avere infamato per anni giornalisti e televisione come «merda», da un giorno all'altro se ne esce così: «L'era del vaffanculo è finita» e arruola in parlamento, tramite la Casaleggio, società informatica attiva nelle strategie di Rete, giornalisti televisivi. È un mondo di assurdità razionale così come l'hanno ridisegnato i boss di Menlo Park e della Silicon Valley, una entità numerale che converge inesorabilmente in un modello matematico della realtà, sempre più efficiente e più tetro, più sinistro. Ma è singolare che, in un passaggio storico che teme i neo o alt-populisti con tutto il loro carico di suggestioni rozze e approssimative, un populista a capo di 2 miliardi di individui disumanizzati e ridotti a “big data”, vale a dire controllati in modo capillare, mediti la sua ascesa sulla poltrona più pesante del pianeta partendo proprio dall'azzeramento del giornalismo la cui liquidazione viene affidata a utenti che non sono cittadini, lettori che non sanno leggere, teorici di un giornalismo che non hanno mai sospettato.

E ZUCK SI NASCONDE. Oggi Zuck, profeta della trasparenza e della condivisione totale, tace. Si nega. Non risponde alle convocazioni, in verità un po' patetiche, da Westminster e dal parlamento europeo. Ma il guaio grosso non sono i 50 o 500 milioni di profili usati per influire prima sull'elezione di Obama, poi su quella di Trump, forse anche sulla Brexit; la madre di tutte le sciagure sta in una serie di distorsioni dell'umanità che derivano principalmente dalla totale cancellazione della privacy. Sta nel comportamento innaturale di chi se gli nasce un figlio tiene una conferenza stampa, se gli muore un figlio tiene una conferenza stampa. Gli animali sono più civili, quando sentono la fine vanno a nascondersi.

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