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23 Marzo Mar 2018 1845 23 marzo 2018

Non usciremo mai da Facebook, volenterosi carnefici di noi stessi

Le nostre relazioni, i nostri contatti, il nostro stesso lavoro sta incatenato lì dentro. Il padrone di casa lo sa. Passata la bufera sui big data, tutti crederemo a nuove tutele. Che in realtà non esisteranno.

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Come si fa a regolamentare nel segno della privacy un sistema senza confini che ha nella sparizione della privacy la sua ragion d'essere? Qui si infrangono i tentativi di normatizzare, o normalizzare, qualcosa che normale non è: il ribaltamento del Panopticon benthamiano, non più gli individui contenuti nel luogo fisico e qui controllati, ma l'individuo stesso Panopticon, tramite le sue protesi elettroniche che si fanno nervose, fisiche: se è vero che ogni dispositivo che ci portiamo addosso serve non solo a farci tracciare, identificare, ma, sempre più, anche a rivelare le nostre funzioni biologiche sulle quali i profiler, gli esperti di identificazione digitale, conducono i loro esperimenti.

ORA SCOPRIAMO L'ACQUA CALDA. Monadi iperconnesse che lasciano scie di sé ovunque. Dopo anni di narcosi, è improvvisamente di moda scoprire l'acqua calda, «per la comodità abbiamo ceduto la nostra privacy». Ma non è proprio così: è che la privacy l'abbiamo dovuta cedere giocoforza altrimenti non passavamo nel mondo virtuale. Le leggi, i regolamenti, i contratti c'erano anche prima, ma nessuno poteva leggere 50 o 100 pagine di cavilli in inglese, così come nessuno può rifiutare il proprio consenso all'utilizzo dei propri dati, pena il mancato utilizzo del programma al quale ci siamo rivolti.

QUANTI RICATTI AUTOMATIZZATI. A chiunque capiterà 100 volte al giorno di accettare, ignorandolo, il seguente, insulso messaggio: «Questo sito si serve dei cookie di Google per l'erogazione dei servizi, la personalizzazione degli annunci e l'analisi del traffico. Le informazioni sul tuo utilizzo del sito sono condivise con Google. Se prosegui la navigazione acconsenti all'utilizzo dei cookie». Cos'è mai se non l'avvertimento di una profilazione? Ed è su questi ricatti normatizzati che è cresciuta la sostanziale impunità di un sistema fondato sulla totale e irreversibile mancanza di dimensione privata dei suoi iscritti.

Mark Zuckerberg.

Dopo lo scandalo di Cambridge Analytica è chiaro che “qualcosa” dovrà cambiare perché la politica, anche se conta sempre meno, non può rinunciare a dar segno di vita. Pertanto stanno per scattare nuove leggi col proposito di vincolare i colossi che mangiano privacy e di tutelare la sfera privata dei cittadini-utenti; il problema è capire se e quanto risolvano davvero queste norme, posto che le aziende sono bravissime a superarle ogni volta con un tasso di innovazione sempre più spinto, che le svuota da dentro, le lascia lettera morta, rivolta a un passato che, anche se vecchio di pochi mesi, appare già remoto.

PRIMA DI TRUMP, OBAMA USÒ I DATI. E la politica conta sempre meno, proprio perché dipende dalla tecnologia come mai prima. Oggi va di moda maledire Donald Trump, il villico cattivo e probabilmente corrotto, anche per l'ultimo scandalo, che del resto vede in prima linea il suo Rasputin, Steve Bannon. Ma basterebbe guardare ad appena ieri, 2009, per ricordare il successo di Barack Obama, cresciuto proprio su un uso allora innovativo e intensivo dei moderni sistemi di profilazione dei dati. Cosa che, all'epoca, fu salutata come il trionfo della sagacia democratica e politicamente corretta anziché la ordinaria spregiudicatezza del controllo.

E POI NEL 2016 TOCCÒ PURE A HILLARY. Nel 2012 lo stesso Obama lanciò una poderosa campagna online per scongiurare il ripetersi della batosta rimediata dal Congresso nel 2010, e che cosa fece se non utilizzare le analisi dei “data” per avere ancora più leggibili i profili degli elettori? Fino al 2016, ultima campagna elettorale, dove Hillary Clinton ha investito 1,1 miliardi di dollari in pubblicità elettorale, in massiccia parte riversati sulla dimensione online, meglio tracciabile rispetto alla cara vecchia tivù.

Barack Obama e Hillary Clinton.

Il capo della sua comunicazione, John Podesta, mandava per gli auguri di buon 2016 alla attuale direttore operativo di Facebook, Sheryl Kara Sandberg, email dal seguente tenore: «Avanti verso la prima donna presidente degli Stati Uniti». Il che dovrebbe indurre prudenza circa le facili conclusioni secondo cui Facebook ha determinato Trump e Brexit. Caro Zuckerberg, se davvero si è trattato solo di «un errore», questo errore ha una coda di paglia molto lunga.

È IL METODO DELLA CASALEGGIO. Può la politica, a questo livello di dipendenza dalla tecnologia, varare contromisure davvero efficaci a tutela di una sfera privata che essa politica per prima non vuole, che essa per prima viola costantemente, pena la sua irrilevanza? In Italia abbiamo la Casaleggio Associati che figura come una società di strategie in Rete, ma in soldoni opera allo stesso modo: raccoglie dati, profila i cittadini-utenti-elettori e ha messo qualche brivido la recente ammissione di Davide Casaleggio sul fatto che ogni voto gli sia «costato 8 centesimi».

ORA SI ACCORGONO GLI SPROVVEDUTI. Voleva paragonare l'economia spinta dei suoi metodi rispetto ai partiti tradizionali, che per un elettore-tipo spendono 8 euro, ma, dato il suo ruolo particolare, il messaggio mantiene una ambiguità interpretativa che non lascia tranquilli: il nostro Lorenzo Andraghetti non si stanca di informarci sui presupposti dell'operazione cinque stelle, mentre Iacopo Iacoboni ha ricostruito nel suo libro L'esperimento la parabola di un Movimento la cui costruzione parte in anticipo, i cui obiettivi guardano lontano e applicano quelle stesse procedure che oggi fanno gridare all'allarme gli sprovveduti, quelli che d'improvviso si scoprono a culo scoperto.

La Casaleggio srl assume: i dipendenti li pagano i parlamentari M5s

Peccato che nonostante gli attacchi hacker dell'estate 2017 e la relativa relazione del Garante della Privacy, che aveva bocciato le norme di sicurezza per la conservazione dei dati degli utenti, Casaleggio al momento non sembra voler assumere alcun esperto di sicurezza di sistemi informatici, bensì un "consulente di strategia digitale", che tradotto vuol dire: un altro di quei ruoli atti a incrementare il traffico e l'utenza dei clienti della Casaleggio.

L'idea di un mondo senza segreti è vecchia di secoli, ma è recente la valenza tutta positiva, tutta esaltata di una simile dimensione: si nasconde solo chi ha qualcosa da nascondere! Condividere vuol dire amarsi! Con questi presupposti demenziali, che poi erano gli stessi di certo giornalismo ipocrita che pretendeva di mettere l'intera sfera pubblica e politica sotto la campana di vetro come avviene nei regimi totalitari, si sono persi due decenni di consapevolezza.

L'UTOPIA DEL MAOISMO DIGITALE. Vent'anni di cessione obbligata, automatica, dei diritti individuali in nome di una stralunata e menzognera socialità. A sedurre i nuovi pensatori era l'utopia che il pioniere della Rete Jaron Lanier avrebbe poi chiamato «maoismo digitale», il neosocialismo tecnologico egualitario senza classi e senza padroni, ma è durata poco; abbastanza, comunque, per far vivere gli internauti, come li chiamano, in una confortevole falsa coscienza.

RETE IN MANO A POCHE COMPAGNIE. Oggi lo stato dell'arte è praticamente l'opposto dell'utopia: la Rete è stata colonizzata da pochissime enormi compagnie che di fatto la privano di ulteriori sbocchi; si prende quello che si trova, e quello che si trova è una miriade di programmi, di app, di utilizzi inutili, ludici, che dietro il velo del divertimento o della utilità non necessaria servono esclusivamente a fornire dati a chi controlla tutto: parametri fisiologici, medici, di movimento, di opinione, di attività, di attitudini, di gusti, di relazioni.

I social network sono società private, ma costituiscono una nuova infrastruttura pubblica su cui si muovono interessi economici e il dibattito pubblico

Il ricercatore Lorenzo Castellani su List

Al di fuori di questo immenso luna park dove, quando entri, non paghi un biglietto ma lasci la carta d'identità della tua anima, non si ravvisano ulteriori utilizzi, la creatività possibile di internet è andata, sparita forse per sempre, certamente a lungo. Un po' come quando, per cercare uno specifico contenuto sui motori di ricerca, ci si ferma sempre alla prima voce proposta, massimo alla terza.

DATACRAZIA ANCORA INESPLORATA. Oggi, al di là delle implicazioni normative, che lasciano il tempo che trovano, il dibattito si sta concentrando su alcune issue dai contorni senz'altro urgenti: come riassume il ricercatore Lorenzo Castellani su List, «I social network sono società private, ma di fatto costituiscono una nuova infrastruttura pubblica su cui si muovono interessi economici e, soprattutto, il dibattito pubblico. È ancora possibile lasciare in mano alle élite della Silicon Valley, senza alcuna regolamentazione, la gestione di questa infrastruttura? La datacrazia, il potere di processare i dati e il loro utilizzo, è una materia ancora largamente inesplorata dal pensiero politico, ma pone fondamentali spunti di riflessione».

La figura dello statista è stata sostituita da quella del politico artificiale, prodotto in laboratorio dagli onnipresenti spin doctor che studiano gli algoritmi

Federico Cartelli, "Contro il pensiero breve"

Ma gli spunti di riflessione si infrangono sulla solita domanda-scoglio: è realistico pensare ad argini etici e giuridici da parte di un potere politico che, oltre a capire sempre meno, conta sempre meno e solo in funzione delle tecnologie applicate? C'è un saggio dello studio Federico Cartelli, Contro il pensiero breve, appena uscito: «La figura dello statista è stata sostituita da quella del politico artificiale, prodotto in laboratorio dagli onnipresenti spin doctor che studiano gli algoritmi, analizzano i big data, pesano i sondaggi, sondano il web, contano i follower, carpiscono gli umori dell’opinione pubblica per convertirli prima in like e poi in voti sonanti».

HOMO VIDENS DIVENTATO HOMO ALGORITMUS. E ancora: «Una politica i cui episodici interpreti sono costruiti a tavolino è destinata, tuttavia, a non avere più la statura necessaria per sedere a tavoli ben più importanti. Una politica la cui missione primaria è divenuta intercettare i byte e rincorrere il clickbait perde la sua stessa ragion d’essere, ed è condannata all’obsolescenza programmata. E l’homo videns preconizzato da Giovanni Sartori è già divenuto un homo algoritmus».

SCENARI PREOCCUPANTI ALLA BLACK MIRROR. E, se così è, ci sono poche speranze che il processo possa essere non tanto invertito quanto anche solo arginato. Sempre Castellani dà conto di un episodio della preoccupante serie Black Mirror nel quale «i cittadini vengono valutati dal governo in base alle loro interazioni sui social network e accedono ai benefit del welfare e ai diritti di cittadinanza a seconda del punteggio ottenuto. Maggiore il punteggio da buon cittadino, maggiori le libertà. Al contrario, quando lo score si abbassa, si perdono tutti i diritti e i benefici sia economici sia civili».

È lo scenario paventato nel romanzo distopico Il Cerchio, di Dave Eggers, ed è precisamente quanto già in uso nella Cina attuale. “Profilare”, dopo anni di aura mistica, oggi è improvvisamente diventato sinonimo di spionaggio, di manipolazione, distorsione ma significa semplicemente capire, farsi un'idea di chi si ha di fronte in base ai segnali da questi espressi; il reato, se mai, arriva dopo, con l'uso più o meno perverso, illecito, che se ne fa.

QUELL'ESPERIMENTO FINITO MALE. A riprova che il futuro ha un cuore (nero) antico, uno dei primi esperimenti criminali sulla socialità totale fu quello, vent'anni fa, del Capsule Hotel, albergo di New York senza porte e senza protezioni dove «nulla poteva essere tenuto privato, neanche i pensieri o le azioni più intime dei suoi ospiti». Tutto lì dentro era gratis, eppure finì male: struttura chiusa dalla polizia dopo la sua degenerazione in “apparato totalitario”, ospiti devastati, esauriti o suicidi, il titolare, certo Josh Harris, alla deriva e infine sparito al mondo.

AL GRIDO DI "FUORI DA FACEBOOK". Ma l'uomo non impara dai suoi errori e oggi appare piuttosto... distopico il fatto che, a lamentarsi delle procedure ambigue e “criminose” di Facebook siano i due miliardi di umani che vivono in Facebook. Tutto gratis, ovviamente. Adesso è di moda il grido, anzi l'hashtag “fuori da Facebook” (lanciato dal cofondatore di WhatsApp, Brian Acton, in sospetto malanimo verso Zuckerberg). Sapendo che nessuno ne uscirà mai, perché le nostre relazioni, i nostri contatti, il nostro stesso lavoro sta incatenato lì dentro e il padrone di casa lo sa.

Facebook & Co, tutte le manipolazioni di cui non ci accorgiamo

Per ogni sito web 100 attori raccolgono i nostri dati. Con meccanismi intrusivi raffinati. Il garante Ue: "La tecnologia è in simbiosi col potere". Nuove regole in arrivo: Zuckerberg rischia una multa da 1,6 miliardi.

Sa che, passata la bufera, tutti si adegueranno fingendo di credere a nuove tutele che non esisteranno mai (anzi). Per questo può permettersi di mentire quando parla di «sbagli che non dovranno più accadere»: se vuol dire ai sottoposti di farsi più furbi, allora ci siamo, ma se intende che ha scoperto la sacralità dei profili dei suoi utenti, allora merita di bruciare all'inferno. Frattanto, appare minacciato da nuove leggi e nuove multe che potrebbero portargli via 1,6 miliardi.

SOLO UNA MULTINA SUBITO SPALMATA. Ma, più che le ritorsioni della politica, è il tanto vituperato mercato a fare giustizia: in poche ore, 48, dallo scandalo Cambridge Analytica che lo coinvolge, Zuckerberg s'è fumato 60 miliardi di capitalizzazione in Borsa. Una bella sberla, ma il ragazzo è perfettamente in grado di assorbirla, visto che il titolo, dopo alcune incertezze iniziali, stava sotto i 50 dollari nel 2013 e il 20 marzo ha chiuso a 168,15 dollari e secondo alcuni analisti può arrivare fino a 250 dollari. Che vuoi che sia una multa da un paio di miliardini, subito spalmata?

LA POLITICA FARÀ LEGGI DI FACCIATA. Certo, nuovi profili giuridici dopo un casino come questo non potranno non giungere; ma saranno leggi di facciata, perché come fa la politica a imporre leggi efficaci a qualcuno dal quale dipende e che può crescere solo senza le leggi che lo limitano? A non avere scelta siamo noi, volenterosi carnefici di noi stessi.

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