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12 Aprile Apr 2018 1230 12 aprile 2018

Facebook: quello che Mark Zuckerberg non dice

Quali tipi di dati raccoglie. I silenzi su Cambridge Analytica. L'imbarazzo per la questione monopolio. L'amministratore delegato del social network ha glissato su questioni cruciali davanti al Congresso Usa.

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L'11 aprile 2018 Mark Zuckerberg si è presentato davanti ai deputati del congresso americano per la seconda audizione sul caso Cambridge Analytica, ma la sua deposizione è stata molto più accidentata rispetto a quella del giorno precedente al Senato, dove l'amministratore delegato di Facebook era riuscito a evadere molte domande, anche a causa della limitata conoscenza dei senatori del modo in cui funziona il social network.

INCALZANTI SUL TEMA PRIVACY. Alla Camera Zuckerberg si è ritrovato di fronte a domande più inclazanti sulla privacy degli utenti e sulle possibili nuove regole che il governo americano potrebbe introdurre per le piattaforme digitali. «Bisogna fare attenzione», ha più volte ribadito il fondatore di Facebook appellandosi all'equilibrio e alla necessità di evitare regole che finiscano per soffocare le imprese.

RACCOLTA DATI OLTRE FACEBOOK? Zuckerberg ha insistito sulla libertà di scelta degli utenti circa il livello di privacy nella condivisione di informazioni e contenuti, pur ammettendo che la gran parte non utilizza i controlli messi a disposizione dalla piattaforma per scegliere il livello di protezione del proprio profilo. Quando la deputata democratica Kathy Castor gli ha chiesto se il social raccolga «dati su persone che non sono utenti di Facebook», Zuckerberg non ha dato una risposta chiara, limitandosi a precisare che gli utenti hanno il controllo su come funziona il meccanismo di localizzazione.

La Reuters ha calcolato che per 40 volte durante le audizioni il 33enne proprietario di un'impresa che vale più di 500 miliardi di dollari ha detto di non avere le risposte e di ritenere necessario un confronto con il suo team per poterle produrre con precisione. La deputata democratica Debbie Dingell è stata una delle più dure con il ceo: «Alcune cose colpiscono durante questa conversazione», ha esordito nel suo intervento. «In qualità di amministratore delegato non conosceva alcuni fatti chiave».

QUANTE COSE CHE IL CEO NON SA. «Non è al corrente», ha continuato Dingell, «di alcuni importanti procedimenti giudiziari in corso che riguardano la privacy e la sua azienda»; non sa nemmeno «cosa sia un profilo ombra (shadow profile)», non sa «a quante altre aziende sono stati venduti i dati in possesso di Aleksandr Kogan» o persino «quanti tipi di informazioni sugli utenti raccolga la sua piattaforma».

Come sostiene un modello di business nel quale gli utenti non pagano per il suo servizio?

La (ingenua) domanda del senatore Orrin Hatch

«Quando ho sentito le risposte di Zuckerberg al Senato americano, mi sono solo venute molte altre domande da fargli», aveva commentato il 10 aprile Vera Jourova, commissaria europea alla giustizia, dopo la prima udienza.

DOMANDE DEBOLI DEI SENATORI. L'audizione del 10 aprile è sembrata a molti osservatori più una lunga lezione ai senatori americani su come funziona Facebook che un'analisi puntuale sui limiti e gli errori della piattaforma. «Come sostiene un modello di business nel quale gli utenti non pagano per il suo servizio?», è arrivato a chiedere il senatore Orrin Hatch, dimostrando assoluta non contezza di come il social network funzioni - monetizzando i dati degli utenti attraverso la pubblicità - e Zuckerberg ha avuto buon gioco: «Senatore, noi raccogliamo pubblicità».

QUALI MISURE PER LA PRIVACY? L'imprenditore ha più volte ripetuto di essere disponibile a collaborare con le autorità americane, persino a rivedere il “modello di business” di Facebook, di essere dispiaciuto per ciò che è successo con Cambridge Analytica - confessando che anche i suoi dati sono stati trafugati dalla società inglese - e di essere impegnato con il suo team per migliorare il sistema di protezione dei dati e di tutela della privacy della piattaforma. Già, ma come?

Zuckerberg non ha spiegato quale tipo di nuove regole per la tutela della privacy accetterebbe dal governo americano; ha parlato di alcuni rimedi, per esempio usare un linguaggio più semplice per le privacy policy, ma senza entrare nei dettagli delle implementazioni a cui Facebook sta lavorando per tutelare i suoi iscritti, per dare loro maggiore controllo suoi propri dati e su come vengono condivisi.

FIN DOVE ARRIVA IL MONITORAGGIO? Più in generale, non ha chiarito fin dove arriva il monitoraggio dei dati degli utenti - alla domanda «Per quanto tempo Facebook li conserva?», ha risposto di non saperlo con esattezza, di dover chiedere al suo staff - o perché la piattaforma non sia stata più trasparente con i suoi utenti rispetto al modo in cui venivano utilizzati i loro dati.

VAGO SULLA TRASPARENZA DEGLI ALGORITMI. Il ceo ha rivelato invece che il team che monitora i contenuti sulla piattaforma verrà ampliato di 20 mila persone e che l'Intelligenza Artificiale contribuirà a risolvere i problemi relativi all'hate speech o alle fake news: in che modo? Con quali rischi di censura? Si può pensare che sia un algoritmo a discernere cosa pubblicare? Soprattutto, con quale trasaprenza sugli algoritmi stessi che verranno utilizzati? Domande rimaste senza risposta.

Mark Zuckerberg durante la deposizione di fronte al Congresso.

Anche quando i senatori hanno provato a incalzarlo, Zuckerberg è riuscito a sviare. La senatrice californiana Kamala Harris gli ha chiesto come mai non era in grado di spiegare in che modo Facebook ha monitorato l'attività degli utenti oltre le piattaforme di proprietà di Facebook e soprattutto perché la società non avesse informato gli utenti già dal 2015 che i loro dati erano stati condivisi con Cambridge Analytica e abbia invece aspettato le rivelazioni di stampa per spiegare cosa era successo. Zuckerberg ha poi ammesso che Aleksandr Kogan, il ricercatore che ha passato i dati a Cambridge Analytica, li ha dati anche ad altre società, senza rivelare quali.

L'IMBARAZZO SUL MONOPOLIO. Ma la risposta forse più imbarazzata del 33enne proprietario della più grande comunità digitale del mondo è arrivata sulla questione del monopolio. Il senatore Lindsey Graham ha chiesto a Zuckerberg quale fosse il suo più grande competitor e se considerasse la piattaforma un monopolio: «Non mi sembra», ha risposto Mark dopo aver tentato, maldestramente, ti tirare in ballo altre aziende come concorrenti di Facebook. «Ogni americano usa in media 8 diverse app per restare connesso», si è difeso l'imprenditore. Già, ma quante di queste sono di proprietà di Facebook?

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