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Scienza e Tech
12 Maggio Mag 2018 1600 12 maggio 2018

New York, cos'è LinkNYC e perché è importante saperlo

Nella Grande Mela il wifi pubblico non costa nulla: si finanzia con la pubblicità. Ma fa capo a un'azienda della galassia Google. E se nell'economia delle città l'industria dei dati stesse per sostituire l'immobiliare?

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Chiunque sia stato a New York nell'ultimo anno si sarà accorto che le vecchie cabine telefoniche sono state sostituite da snelli parallelepipedi. Si chiamano LinkNYC e offrono accesso a wifi, telefonate nazionali, elettricità per ricaricare i device e altri servizi di pubblica utilità. Il tutto gratuitamente. E, udite udite, sono a costo zero anche per la municipalità.

MODELLO FACEBOOK. Attualmente sono oltre 1.500, ma raggiungeranno presto il numero di 10 mila unità. A Manhattan si trovano a ogni incrocio e il progetto è piaciuto tanto che si sta estendendo ad altre città. Seattle si è detta interessata, mentre Londra ne ha già installati 200 (si chiamano InLinkUk). Secondo quanto si legge sul sito del progetto, non solo non sono state toccate le tasche dei cittadini, ma nell'immediato futuro l'utilizzo di queste "centraline" genererà mezzo miliardo di dollari perla Grande Mela. Come? Con le inserzioni pubblicitarie. Per questo, soprattutto dopo lo scandalo Cambridge Analytica, i cittadini stanno drizzando le orecchie.

Uno dei LinkNYC.

Le recenti esperienze ci hanno insegnato che in assenza di costi per gli utenti, il guadagno per le aziende hi-tech sta nei dati che raccolgono dalle nostre attività online. E allora vale la pena guardarli più da vicino questi LinkNYC, non tanto per capirne funzionamento e struttura – che è modulare per facilitare il ricambio e l'aggiornamento delle varie componenti – ma per risalire alle aziende che li hanno inventati, a chi ci guadagna e per farsi un'idea del vero obiettivo dell'operazione. Ma andiamo con ordine.

NELLA GALASSIA DI GOOGLE. Il progetto nasce dalla collaborazione della città di New York con CityBridge, un consorzio capitanato da Intesection, di cui una quota minoritaria è di Sidewalk Labs, azienda della galassia di Alphabet, conglomerato di Mountain View. Come dire Google? Sì, ma c'è un altro aspetto societario da notare. Il presidente di Intersection è Dan Doctoroff, cofondatore (assieme a Craig Nevill-Manning, ingegnere dei primordi di Google e oggi direttore tecnico di Alphabet) e amministratore delegato di Sidewalk Labs. Ma qualcosa di più si apprende anche dalla sua biografia.

DA FINANZIERE A URBANISTA. Doctoroff, classe 1958, ha iniziato alla Lehman Brothers ma la sua figura è cominciata a emergere negli Anni 90 quando propose un mega progetto sportivo-immobiliare in vista della candidaura alle Olimpiadi della città. Era così convincente che il sindaco Michael Bloomberg lo volle, dal 2001 al 2008, come suo vice per lo sviluppo economico. Il suo lavoro deve essere stato apprezzato, visto che arrivò ai vertici di Bloomberg Lp dove, dal 2008 al 2014, ha ricoperto le cariche di presidente e ad. Poi la svolta.

Dan Doctoroff.

Mentre tutto il mondo era concentrato sulle presidenziali americane che avrebbero incoronato Donald Trump, Doctoroff ha convinto Google a finanziare «la quarta rivoluzione» nelle infrastrutture urbane. L'idea era quella di lavorare a una città intelligente che operasse su sensori, videocamere, dati, algoritmi, sistemi integrati e intelligenze artificiali per risolvere i problemi strutturali delle megalopoli.

URBANISTICA TECNOSCIENTIFICA. È il sogno di un'urbanistica tecnoscientifica, quella che il programmatore Paul McFedries spiega così: «La città è un computer e l'arredo urbano la sua interfaccia. Tu sei il cursore e il tuo smartphone un interruttore. Questa è la versione bottom-up della città-computer. Ma c'è anche la versione top-down, che è basata sulle infrastrutture. Pensate quanto migliorerebbe l'efficienza e l'organizzazione se il traffico, la raccolta dei rifiuti e la distribuzione dell'acqua fossero smart».

SOLO UNA PARTE DEGLI INCASSI ALLA CITTÀ. Ecco. Teniamo a mente quest'utopia tecnoscientifica e torniamo a LinkNYC. Il sistema operativo è Android, se dovessero esserci altri dubbi su quanto Google sia parte del progetto. La città di New York, dal canto suo, offre a Intersection e ai suoi partner l'utilizzo degli spazi pubblici in cambio dei servizi offerti dai Link e di una parte degli incassi generati dalle inserzioni pubblicitarie.

La città è un computer e l'arredo urbano la sua interfaccia. Tu sei il cursore e il tuo smartphone un interruttore

Paul McFedries, programmatore

I cittadini, specie quelli in difficoltà economiche, apparentemente hanno solo da guadagnarci. La fibra ottica permette addirittura di scaricare dati più velocemente che nella maggior parte delle case di New York e un accesso gratuito a Internet per le strade fa sempre comodo. Ma i dubbi che solleva il servizio sono tanti. Prima di tutto riguardo la privacy.

DUBBI SULLA PRIVACY. Per accedere alla connessione pubblica è necessario registrarsi con un nome e un indirizzo email, ma se si legge attentamente l'informativa a cui bisogna dare il consenso si capisce come CityBridge possa anche raccogliere dati sui propri device: dagli indirizzi Internet alla cronologia delle ricerche effettuate. Certo, lo fa «in forma anonima e aggregata», ma abbiamo già imparato la quantità incredibile di informazioni personali che algoritmi ben scritti possono raccogliere attraverso i nostri metadata.

GLI INTERESSI DI ALPHABET. E poi c'è un altro punto. Dando per assodato che l'analisi complessiva degli spostamenti e dei desiderata dei cittadini serve a rimodellare le nostre città migliorandone la rete dei mezzi pubblici e dei servizi, non dovrebbe essere la municipalità a detenere e a gestire gli archivi? Ricordiamoci che Alphabet ha enormi interessi privati in diversi campi. Tra cui, e forse non è un caso, nell'industria nascente delle macchine senza guidatore. Il timore è che, se il settore non verrà regolato per tempo, le smart city del futuro saranno in mano ai soliti privati. E che il mercato dei dati sostituirà ben presto quello dell'immobiliare e della finanza nella vitalità economica delle metropoli. O almeno, questo è quello che sta succedendo nella Grande Mela.

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