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23 Maggio Mag 2018 0800 23 maggio 2018

Zuckerberg all'Europarlamento: uno spot per due

Domande a raffica su privacy e sul modello di business mai cambiato. Fondato sullo sfruttamento dei nostri dati. Il creatore di Facebook si scusa. E in un monologo promette più assunzioni e controlli attraverso l'intelligenza artificiale. Ma senza intaccare l'opacità del monopolio. 

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Dice Antonio Tajani che non era corretto dedicare un’intera seduta a un solo imprenditore. E che per questo l’audizione di Mark Zuckerberg di fronte al parlamento europeo sullo scandalo Cambridge Analytica ha avuto quel formato.

DAL MONOPOLIO AL BUSINESS SEMPRE UGUALE. Zuckerberg si è scusato in una seduta riservata ai presidenti dei gruppi politici e delle commissioni Libertà civili, petizioni e al relatore per il nuovo regolamento sulla privacy: «Che si tratti di notizie false, di interferenze straniere nelle elezioni o di sviluppatori che fanno cattivo uso delle informazioni della gente, non abbiamo preso una visione sufficientemente ampia delle nostre responsabilità. È stato un errore, e mi dispiace»,ha dichiarato con il viso contrito oltre che solitamente pallido. Poi è venuta una serie di domande ficcanti – «può promettere che tutti i profili falsi verranno cancellati dalla piattaforma?», «si impegna a rendere trasparenti le informazioni sugli annunci elettorali per ogni elezione o referendum», «è disposto a rilasciare i dati su dove Facebook paga le tasse, quanti dipendenti ha in ogni Paese, che fatturato e che utili», «come pensa di affrontare il suo monopolio», «è disposto a separare i servizi Whatsapp o Instagram», «come possiamo credere al suo impegno nella Gdpr se lei ha incontrato I commissari europei anche per limitare l’approccio della Gdpr» - che hanno a che fare con il libero mercato, la libertà di informazione, la democrazia, la giustizia sociale, i diritti di ognuno di noi e che, concentrate in una mezz'ora, hanno lasciato al padrone di Facebook venti minuti di monologo e di risposte sommarie.

LE DOMANDE GIUSTE, IL FORMAT SBAGLIATO. «Il Congresso americano aveva le domande sbagliate e il format giusto, il parlamento europeo quelle giuste ma il format sbagliato», ha riassunto deluso l'Europarlamentare dei Verdi Sven Giegold. E non aveva ancora sentito le risposte.

Mark Zuckerberg con Antonio Tajani.

Alcune sono state semplicemente banali: «Facebook paga le tasse secondo la legge, investe in Europa in dodici Paesi ed entro la fine dell'anno aprirà un nuovo datacenter in Danimarca», ha spiegato a chi gli contestava la poca trasparenza fiscale. Sottotesto ormai comprensibile: le leggi irlandesi sono più vostra che mia responsabilità. Altre non potevano che essere vuote, come quella sul nuovo regolamento della privacy a cui ovviamente Facebook si adeguerà, ma escludendo tutti i cittadini non Ue e dopo aver cercato di affievolirne la portata attraverso decine di incontri con funzionari e politici Ue (nell'ultimo anno la spesa per le attività di lobbynig del gruppo a Bruxelles è cresciuta a superare i 2milioni di euro, nel 2013, appena cinque anni fa ammontava a meno di 500mila euro).

IL MIO PROFILO VALE 186 DOLLARI. Non ha replicato invece Zuckerberg al leader dei liberali Guy Verhofstadt che aveva chiesto senza mezzi termini «come pensa di pagare i danni i cittadini europei? Ho fatto i calcoli, i dati del mio profilo valgono 186 dollari, mi risarcirà?». Nessun commnento nemmeno alla constatazione cristallina di Claude Moraes, presidente della Commissione per i diritti civili dell'Europarlamento: «Come possiamo credere a un cambiamento, il modello di business è sempre lo stesso». E nemmeno a chi andava al cuore della questione: la trasparenza sugli algoritmi. Alla fine lo staff di Menlo Park ha dovuto accettare di raccogliere le domande dei gruppi e di rispondere ad ognuna per iscritto. lAlla fine un buono spot per entrambe le parti. Ma qualche chiarimento in più sarebbe da esigere anche sulle poche cose che effettivamente Zuckerberg ha promesso.

Mark Zuckerberg nei corridoi dell'Europarlamento.

Facebook, ha annunciato infatti il suo creatore, «non aspetterà più che i problemi vengano segnalati dalla comunità ma cercherà attivamente di risolverli». Per individuare i profili falsi - oggi sono il 3-4% di 2,2 miliardi quindi milioni di utenti - «abbiamo messo a punto un sistema di intelligenza artificiale», ha argomentato e se a fare propaganda politica sarà un falso profilo «si vedrà». L'intelligenza artificiale permetterà anche di individuare in pochi minuti contenuti legati al terrorismo, al bullismo, all'istigazione alla violenza o semplicemente a casi di annunci di suicidio. «Questi strumenti saranno disponibili in tutto il mondo da ques'estate», ha fatto sapere Zuckerberg. Per la lotta contro le fake news invece resta il sistema di squadre di fact checkers avviato già nel 2017 anche se, finora con scarsi risultati: ne saranno assunti di nuovi, un team per ogni Paese. I tecnici di Facebook sono al lavoro anche per individuare le app che utilizzano i dati degli utenti per fini non dichiarati, finora ne sono state trovate 200, ma per concludere l'analisi, ha precisato, «serviranno mesi e mesi».

PIÙ INTERVENTISMO, STESSA OPACITÀ. Quella che ha delineato Zuckerberg in pochi minuti è una vera svolta concettuale per il più grande social network del mondo: il passaggio da un «modello reattivo» a uno «proattivo», ma regolato come sempre da algoritmi riservati. Così mentre Verhofstadt lo invitava a domandarsi se essere ricordato «come un gigante di internet o come un genio che ha creato un mostro digitale», Zuckerberg si è semplicemente scusato di non aver capito prima i rischi della sua creatura. Ci è venuto a dire che eserciterà più controllo. Ci ha spiegato cioè che la sua azienda privata, votata allo sfruttamento dei dati personali e diventata l'infrastruttura delle esistenze di 2,2 miliardi di persone, monitorerà maggiormente e con più attenzione quelle vite, le loro relazioni, comunicazioni, emozioni. Una audizione pubblica, dice Tajani, era troppo per un solo imprenditore. Dipende da cosa controlla e da quale potere ha quell'imprenditore.

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