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La moda che cambia
27 Maggio Mag 2018 0900 27 maggio 2018

Tutela della privacy, cosa si capisce dal tono delle mail

Debolezze, vanità, auto-determinazione, sensibilità. Gli avvisi spediti dalle aziende parlano. E sono molto più rivelatori dei dati personali che abbiamo affidato a loro tanto tempo fa. 

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Arrivano le nuove regole sulla privacy e con queste una poderosa messe di mail che mi/ci invitano a «prendere visione delle nuove norme» per la tutela dei nostri dati personali, ormai ampiamente condivisi e oggetto di vendita (non è certo per caso se sui miei account social trovo solo offerte di libri, tour golfistici e di capi di moda e non proposte di pentole e affini che invece ingolfano gli account dell’amica pr di food), ma tant’è.

SI CHIUDE LA STALLA COIN I BUOI AL PASCOLO. Cambridge Analytica è andata a gambe all’aria, e il mondo è pieno di supermercati che, la storia è nota, vengono a sapere della gravidanza di un’adolescente prima della sua stessa famiglia, offrendole già pannolini da neonato in offerta. Per dirla con il consueto proverbio, purtroppo mai desueto, si chiudono le porte della stalla con i buoi già da tempo al pascolo. Come credo chiunque di noi intrattenga rapporti esterni alle mura di casa, in questi ultimi tre giorni ho ricevuto qualche centinaio di messaggi che mi invitavano a prendere nota dell’assoluta garanzia che chi possedeva i miei dati personali avrebbe dato la vita pur di non cederli a terzi. L’aspetto interessante di questa noiosa vicenda è il modo in cui l’ha fatto.

Si capiscono molte cose dal tono, dal modo, e naturalmente dal lessico con cui un’azienda si rivolge a noi, quali elementi ritenga importanti e quali no, o se consideri se stessa superiore, per status e, per così dire, brand, rispetto a noi

Leggendo l’intestazione di queste mail, una dopo l’altra, mi è venuta in mente la chiusura di un programma di culto della Rai Anni 70, Milleluci, dove Raffaella Carrà e Gianni Mina si passavano la battuta “chiudendo” nei modi più diversi e inscenando l’addio spiritoso, quello sbrigativo, quello malizioso eccetera. Con il Gdpr sta andando nello stesso modo.

DIMMI COME SCRIVI E TI DIRÒ CHI SEI. Dal tono e l’intestazione della mail si capisce perfino di che cosa si occupa l’azienda che invia il documento. C’è l’intellettuale-seria, organizzatrice di mostre («Nuovo regolamento Generale per la Protezione dei Dati»); quella semi-internazionale che si dà un tono («We would love for us to stay connected» – tre righe sotto capisci che cosa diavolo voglia); l’egoriferita («resta connesso con me»); l’affettuosa («abbiamo a cuore la tua privacy»); la sottomessa («la tua privacy è fondamentale per noi»); la nobile-imperativa («last chance to stay in touch with us»: chi scrive è, in effetti, nobile di antica schiatta, ma credo che non coglierò la chance); l’esortativa con la mano sul cuore («il nostro impegno è la tua privacy»).

LINGUAGGI RIVELATORI. Si capiscono molte cose dal tono, dal modo, e naturalmente dal lessico con cui un’azienda si rivolge a noi, quali elementi ritenga importanti e quali no, o se consideri se stessa superiore, per status e, per così dire, brand, rispetto a noi, se magari reputi di farci una concessione comunicando con noi oppure no. Da quanto ho letto in questi due giorni, ho intuito debolezze, vanità, auto-determinazione, sensibilità: mi domando se e quante di queste mail, quanti di questi testi, siano stati controllati dal direttore della comunicazione e quanti lasciati all’iniziativa del singolo account. Perché, se così fosse, quanto mi è stato raccontato attraverso questi testi è molto, ma molto più rivelatore dei dati personali che ho affidato loro, anni e anni fa.

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