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30 Giugno Giu 2018 0900 30 giugno 2018

Unione digitale, a rischio la libertà di informazione e di espressione

Di Maio critica la direttiva europea in materia di web, ma non è il solo. Gli articoli Link tax e Censorship machines possono trasformare per sempre il web a cui siamo abituati. E sono in corso di approvazione.

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La conferma in assemblea plenaria della Direttiva europea sul diritto d'autore per il mercato unico digitale, già approvata dal Comitato Affari Legali del Parlamento Ue lo scorso 20 giugno, potrebbe arrivare il 5 luglio prossimo. Contiene i tanto discussi articoli 11 e 13: il primo è sulla «protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo digitale» ed è già stato ribattezzato Link tax, mentre il secondo, sull'«utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi della società dell’informazione che memorizzano e danno accesso a grandi quantità di opere e altri materiali caricati dagli utenti», è ormai noto all'opinione pubblica come Censorship Machines.

QUESTIONE DI LIBERTÀ. Per come sono scritti, infatti, questi articoli vanno a limitare significativamente la libertà degli utenti di condividere link e caricare contenuti multimediali. Inoltre di fatto trasformano colossi come Google, Facebook, Youtube e altri aggregatori in veri e propri editori responsabili dei contenuti dei propri utenti ancor prima che vengano pubblicati. Di fatto si «compie un passo senza precedenti verso la trasformazione di Internet da piattaforma aperta per condividere e innovare a strumento per la sorveglianza e il controllo automatico degli utenti», scrivono 70 tra i più autorevoli esperti di Internet in una lettera aperta al presidente del parlamento dell'Unione europea Antonio Tajani.

Luigi Di Maio, vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, ha parlato di «due articoli che potrebbero mettere il bavaglio alla rete» , minacciando che se la direttiva dovesse rimanere com'è «siamo anche disposti a non recepirla». A prescindere dal fatto che questa possibilità è esclusa per gli Stati membri (che hanno solo la libertà di definire attraverso quali disposizioni nazionali vadano raggiunti gli obiettivi indicati dalle direttive europee), la battaglia è ampia e trasversale.

LA CAMPAGNA #SAVEYOURINTERNET. Julia Reda, l'europarlamentare tedesca del Partito Pirata, avvisa che a essere in pericolo è «la stessa libertà di esprimere noi stessi online». Su Twitter, l'hashtag #SaveYourInternet raccoglie la chiamata alle armi di chi si oppone al fatto che siano algoritmi per buona parte opachi sia al legislatore che all'opinione pubblica a decidere cosa i singoli possono pubblicare, con il rischio che satira, propaganda, citazioni e meme scompaiano preventivamente dalla nostra vita online.

È in gioco la stessa libertà di esprimere noi stessi online

Julia Reda, europarlamentare

La Link tax, invece, apre alla possibilità per gli editori di farsi pagare i diritti per la semplice pubblicazione di un link che prevede l'anteprima dell'articolo correlato (in gergo snippets). Ma quella che era nata per tutelare gli interessi degli editori che lamentano i mancati introiti dalle condivisioni dei propri articoli su aggregatori e social media rischia di trasformarsi in un boomerang. Innanzitutto, piccoli editori e blogger rischiano di scomparire a meno di non stringere specifici accordi sull'indicizzazione e pubblicazioni di estratti degli articoli con relativo link. Inoltre, si rischia la scomparsa degli aggregatori che tanto hanno facilitato la diffusione e la fruizione di approfondimenti tematici e più in generale verticali.

GLI ESEMPI SPAGNOLO E TEDESCO. Un assaggio di quello che potrebbe accadere lo troviamo in Spagna dove una legge simile è in vigore dal 2014. Google non ha voluto pagare e il suo aggregatore di news è scomparso. Inoltre, si è riscontrato un aumento di articoli e notizie che riguardano la Spagna da Paesi altri ma di lingua spagnola. In Germania, dove la legge è meno restrittiva, gli aggregatori possono pubblicare link e foto senza estratto dall'articolo ma per il pubblico quel tipo di contenuto è certamente meno appetibile.

UN DANNO PER INTERNET. Secondo Raegan MacDonald, responsabile per la politica pubblica europa del browser Mozilla, «è particolarmente deludente che solo poche settimane dopo l'entrata in vigore del GDPR, una legge che ha reso l'Europa un portatore di standard normativi globali, i parlamentari abbiano approvato una legge che danneggerà fondamentalmente Internet in Europa, con ramificazioni globali».

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