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7 Luglio Lug 2018 1200 07 luglio 2018

Mooc, come funzionano le piattaforme online per studiare gratis

Cinque anni fa in Italia erano appena 18, oggi sono 400. Raccolgono 80 milioni di universitari nel mondo. Un dato destinato presto a raddoppiare. Guida alla nuova frontiera della formazione via web.

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Cinque anni fa in Italia erano appena 18, oggi sono 400. Sono i Mooc, acronimo di Massive Open Online Course. Corsi gratuiti online, insomma. Il mondo li ha scoperti nel 2012, dice il New York Times, il nostro Paese con deciso ritardo, ma sembra intenzionato a recuperare il gap, tant'è che i rappresentanti degli atenei italiani si sono riuniti a Udine per produrre un piano di intervento da sottoporre al nuovo governo.

1. Gli studenti "virtuali": 80 milioni nel mondo, ed entro il 2025 raddoppieranno

In tutto il mondo, sono circa 80 milioni gli “studenti universitari” che si preparano frequentando, virtualmente, i Mooc. Cinque anni fa erano 5 milioni. Secondo le stime, entro il 2025 quasi raddoppieranno. In Italia, i corsisti digitali sono invece attualmente almeno 200 mila, un lustro fa erano 48 mila.

2. La natura dei Mooc: non confondeteli con l'e-learning

Guai a chiamarlo e-learning. Secondo quanto è emerso durante la due giorni udinese dei “Magnifici Incontri Crui 2018” (un summit di oltre 250 tra studiosi ed esperti provenienti da 140 tra università, istituzioni, centri di ricerca e organizzazioni pubbliche e private), mentre nel contesto universitario l’e-learning si era prevalentemente sviluppato come supporto e integrazione della didattica tradizionale d’aula e si riduceva alla distribuzione per via telematica di materiali didattici a un numero limitato di studenti, i Mooc hanno avuto quale elemento di rottura l'introduzione dell’uso intensivo e sistematico della componente video nell’organizzazione dei corsi, realizzando una didattica sostitutiva se non persino migliorativa di quella tradizionale.

3. Il mercato: il ruolo da protagonista degli atenei Usa

Con l’ingresso sulla scena mondiale dei grandi atenei americani, c’è stato un brusco salto di qualità e di scala. Grazie alla dimensione open-access e globale dei corsi, i Mooc hanno imposto standard elevati, cambiando radicalmente lo storytelling della formazione a distanza, oggi sempre più percepita come una risposta didattica d’avanguardia ai bisogni formativi delle generazioni digitali. Come tutti i prodotti sul mercato, i Mooc hanno iniziato a diffondersi e ad avere fortuna grazie a due fattori: presenza di know-how (in questo caso accademico) e di un brand di richiamo. Infatti, secondo gli analisti, i corsi online hanno iniziato ad avere fortuna proprio con l'arrivo sulla scena digitale delle prestigiose università statunitensi.

Una delle piattaforme nazionali è Rete Eduopen, che comprende ben 17 atenei, da Modena a Reggio, passando per Genova, Padova, Venezia Ca’ Foscari, Parma e Bari

4. I provider: un oligopolio che raccoglie il 68% degli iscritti

Non meno determinante è risultata la concentrazione della distribuzione in pochi aggregatori. Al posto della erogazione frammentata e poco visibile dell’e-learning di prima generazione, peraltro quasi sempre limitata agli iscritti ai singoli atenei, i grandi provider globali si sono affermati come gatekeeper oligopolistici, realizzando considerevoli economie di scala, nel marketing come nel data mining degli iscritti. Da soli, i tre principali provider Usa concentrano, oggi, i due terzi dei learner. Tuttavia, ciò che ha avvantaggiato la diffusione dei Mooc, oggi ne rappresenta il collo di bottiglia, rischiando di trasformare in un bene di lucro qualcosa nato con tutt'altro scopo, soffocandone le notevoli potenzialità. Data la crescita del mercato, i pochi provider che oggi si spartiscono la torta hanno iniziato a modificare la formula dei corsi. Infatti, si legge nel documento di analisi che ha guidato la due giorni friulana del Paese accademico: «Il boom iniziale era stato fortemente collegato alla possibilità di poter seguire gratuitamente un corso doc di Stanford o Yale. Questa identificazione si è andata attenuando. Sia per le esigenze dei provider di disporre di corsi più agili, e più adatti alle esigenze del mondo lavorativo, sia per la riluttanza dei provider come degli atenei a incrementare l’offerta di corsi curriculari, col rischio di intaccare il lucrosissimo mercato captive degli iscritti agli atenei, prevalentemente privati, di maggior prestigio».

5. Il panorama italiano: da 18 a 400 Mooc

«O i corsi online li facciamo noi, e meglio, o li faranno gli altri, anche in Italia». Riassumendo, è questo il pensiero che esce dalla due giorni di Udine. I Mooc italiani nel 2013 erano soltanto 18, erogati da due università. L’anno successivo erano già diventati 39, quindi 94 e oggi stiamo per sfiorare i 400 per 200 mila studenti da una ventina di atenei. L'aggregatore Federica è stato aperto 10 anni fa dalla Federico II di Napoli e oggi è allargato a Padova e Pavia che permettono di seguire, tra gli altri, le videolezioni di Sabino Cassese in Diritto amministrativo e di Nando Pagnoncelli in Scienza politica. Un'altra delle piattaforme nazionali è Rete Eduopen, che comprende ben 17 atenei, da Modena a Reggio, passando per Genova, Padova, Venezia Ca’ Foscari, Parma e Bari.

6. Le richieste al governo: innovazione, inclusività, flessibilità

«È emersa la necessità», si evidenzia nel documento provvisorio di sintesi, «di fare sistema e di aprire un gruppo di lavoro congiunto tra Crui e ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (Miur), che potrà attingere alle significative competenze dei soggetti che nel mondo universitario e nel Paese supportano azioni specifiche relative a questo processo». Il risultato dei lavori, prosegue il documento, «porterà alla stesura di un Manifesto, che possa rappresentare il punto di partenza di un percorso di profondo cambiamento dell’università italiana, con l’auspicio di poter presentare i primi frutti già durante Expo Dubai 2020, dove il sistema universitario sarà presentato e promosso come una delle ricchezze del nostro Paese». Gli obiettivi primari del futuro Piano Nazionale per l’Università digitale saranno: «Innovazione nella didattica, maggiore inclusività nelle lauree per colmare il gap con l’Europa, più flessibilità e interazione con le esigenze del mondo del lavoro, guardando anche alla grande domanda di formazione continua».

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