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Scienza e Tech
14 Luglio Lug 2018 1538 14 luglio 2018

La pesca e i rischi dell'overfishing sull'ecosistema

Nel mondo circa il 60% degli stock ittici è sfruttato al massimo, il 30% è già sopra i limiti. Percentuale che sale all'80% nel Mediterraneo. L'allarme del Wwf.

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Il sovrasfruttamento della pesca o overfishing è una vera e propria minaccia per i nostri mari, destinata a incidere sempre più negativamente sull’equilibrio dell’ecosistema marino. I dati parlano chiaro: nel mondo circa il 60% degli stock ittici monitorati (le parti della popolazione di una specie soggette a pesca commerciale) è sfruttato al massimo, mentre il 30% circa è già sopra i limiti massimi di sfruttamento. Stringendo il campo al Mediterraneo, circa l’80% degli stock ittici soggetti a valutazione è considerato sovrasfruttato.

«La causa va ricercata nel cambiamento del modo di pescare, oggi molto più invasivo. Le imbarcazioni sono aumentate di numero e di dimensione, i motori sono più potenti e negli anni sono stati sviluppati eco-scandagli che identificano i banchi di pesce. A ben guardare quindi il fenomeno dell’overfishing non è altro che l’effetto di una pesca più veloce rispetto alla capacità di una specie di riprodursi. E se la pesca è ormai un’industria su scala globale, la domanda di pesce continua ad aumentare: secondo la Fao il suo consumo crescerà del 19% entro il 2026.

Pratesi (Wwf): «A rischio l'equilibrio dell'ecosistema»

«La conseguenza biologica primaria», spiega a L43 Isabella Pratesi, direttrice conservazione Wwf Italia, «è che si catturano pesci di taglie sempre più piccole, che non sono ancora riusciti a riprodursi e quindi a ricostituire la propria popolazione». Mentre la conseguenza economica è il declino della redditività dell’attività di pesca: «Si aumenta lo sforzo per riuscire a catturare lo stesso quantitativo di pesce, di taglia sempre più piccola e quindi di minore valore commerciale, e così le spese del settore ittico superano i guadagni». La conseguenza estrema di tutto questo, come facilmente immaginabile, è il collasso dello stock ittico e dell’attività di pesca che da esso dipende.

La sovrapesca, va da sé, rischia di modificare gli ecosistemi in particolare quando interessa grandi predatori come tonni, pesci spada, squali che hanno un ruolo chiave nel mantenere l'equilibrio della catena alimentare. «Sottraendo i grandi predatori da un ecosistema», puntualizza Pratesi, «si generano degli effetti a catena che alterano le abbondanze delle specie a tutti i livelli della rete alimentare fino ai produttori primari, portando spesso a squilibri dannosi per il mare e per noi, come per esempio il proliferare di meduse o la scomparsa delle praterie marine». Inoltre, ad aggravare gli effetti della sovrapesca, c’è anche l’utilizzo di attrezzi distruttivi come le reti a strascico su habitat essenziali che forniscono rifugio a molte specie ittiche per la crescita e la riproduzione. La conclusione è che «un ecosistema duramente colpito dalla sovrapesca è meno “resiliente” ad altri impatti come l’inquinamento o il cambiamento climatico», è il ragionamento, «cioè più debole e meno capace di tornare allo stato di equilibrio in seguito a perturbazioni».

In Europa il settore è regolamentato dalla Politica comune della Pesca (Pcp). Si tratta di una serie di norme per la gestione delle flotte pescherecce europee e la conservazione degli stock ittici. «Essenzialmente», fa notare Pratesi, «L’Ue sta spingendo per vietare sussidi nocivi che contribuiscono alla pesca non sostenibile, in linea con il 14esimo dei 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) delle Nazioni Unite, che invita il mondo a conservare e utilizzare in modo sostenibile l'oceano e a ridurre gli incentivi perversi che portano alla pesca eccessiva».

Il problema però è anche quello dei controlli, non sempre facili nei Paesi in via di sviluppo. «Molti Paesi dell’Africa non hanno spesso i mezzi per controllare adeguatamente le attività di pesca svolte nelle proprie acque», dice la direttrice del Wwf. Per arginare dunque il fenomeno della sovrapesca sono state istituite le Organizzazioni regionali per la gestione della pesca (Orgp), organismi internazionali costituiti da Paesi con interessi comuni in specifiche aree. «Il coordinamento di queste organizzazioni», spiega Pratesi, «è di competenza sia degli Stati costieri che si affacciano nei mari delle regioni di riferimento, sia dei Paesi che operano attività di pesca nelle zone in questione. Se alcune Orpg svolgono un ruolo puramente consultivo, la maggior parte di esse svolge funzioni di regolamentazione, stabilisce i limiti per le catture e lo sforzo di pesca e fissa le misure tecniche e gli obblighi in materia di controlli».

L'Italia esaurisce le proprie disponibilità di pesce nei primi mesi dell'anno

In Italia in particolare la sovrapesca è un tema ancora poco conosciuto. «Si tratta di un fenomeno abbastanza recente», aggiunge Pratesi. «A questo aspetto si sommano la scarsa educazione ambientale e la ridotta informazione fornita dalle autorità competenti e dai media». In più, c’è anche il fatto che il nostro Paese esaurisce le proprie disponibilità di pesce proveniente dai mari locali nei primi mesi dell’anno. Per il periodo restante il pesce consumato è di importazione. Basti pensare che l’Ue risulta il maggiore importatore di pesce al mondo».

Per sensibilizzare l’Italia verso una pesca sostenibile entro il 2020, il Wwf ha lanciato nel 2015 il progetto Fish Forward in 11 Paesi europei, promuovendo la Seafood Guide per diventare consumatori responsabili. Il tutto con l'obiettivo di informare della relazione esistente, a livello globale, tra il consumo di pesce e i suoi effetti sull’ambiente e sulle persone, coinvolgendo il pubblico dei consumatori finali, certamente, ma anche le aziende e le istituzioni. «In questo modo», continua Pratesi, «potremo far sì che sempre più cittadini responsabili facciano scelte d’acquisto consapevoli, promuovendo metodi di pesca e di allevamento ittico sostenibili». E conclude: «Ci rivolgiamo alle istituzioni perché possano sostenere gli sforzi per sopprimere la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata e implementare le normative per la produzione sostenibile di pesce e frutti di mare».

Alcuni traguardi sono già stati raggiunti. «Abbiamo calcolato che oggi più del 50% dei consumatori in Europa è capace di riconoscere il pesce proveniente da Paesi in via di sviluppo ed è intenzionato ad acquistare prodotti ittici pescati in maniera sostenibile». E non è poco.

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