Cronomedicina
Scienza e Tech
21 Luglio Lug 2018 1200 21 luglio 2018

La cronomedicina può aiutare a sconfiggere i tumori

Nature pubblica la storia di Carole Godain, guarita grazie a terapie sincronizzate sui suoi ritmi circadiani. Gli studi di Lévi dimostrano l'importanza del timing delle cure.

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Può l’ora del giorno in cui si prende un farmaco essere più importante della dose? La risposta è sì. Almeno quattro decenni di studi dell’oncologo francese Francis Lévi, hanno dimostrato che sincronizzare la terapia con l’orologio biologico del paziente influisce sull’efficacia della medesima. Carole Godain, psicologa a Tours, in Francia, oggi 43enne, racconta sulla rivista scientifica inglese Nature la sua storia: un cancro al colon che non aveva risposto al trattamento chemioterapico e 27 noduli tumorali al fegato. Nove anni fa colse l’opportunità di partecipare a un esperimento clinico all’Ospedale Paul Brousse a Villejuif condotto da Lévi. Il trial intendeva dimostrare come, somministrando la chemioterapia, se si teneva conto dell’orologio biologico del paziente aumentavano le possibilità di cura. «Nel mio caso il trattamento era alle 10 di ogni sera» ricorda Godain, oggi libera dal cancro. Un risultato tanto strabiliante quanto anomalo che dovrebbe incoraggiare a investire nella ricerca sulla cosiddetta cronoterapia o cronomedicina, per aumentare i benefici dei farmaci e ridurne gli effetti tossici collaterali.

LE CURE CONTRO IL TUMORE E I RITMI CIRCANDIANI

«Se un tempo era solo un’intuizione, ora è la biologia molecolare a dimostrarlo: il nostro orologio biologico si basa sull’espressione di alcuni geni e ciò avviene in maniera ciclica nell’arco delle 24 ore secondo ritmi circadiani che variano da una persona all’altra» spiega Francesco Benedetti, che al San Raffaele di Milano dirige l’Unità di ricerca in Psichiatria e Psicobiologia clinica. «Un meccanismo endogeno con variabili genetiche individuali di cui oggi si hanno le prove. Le cellule dell’organismo, seppure impazzite come quelle cancerose, rimangono talvolta sincronizzate con l’orologio biologico centrale che è nel cervello e hanno cicli di replicazione che le rendono più vulnerabili alle terapie in certi momenti del giorno invece di altri. Se il timing è giusto l’efficacia dei farmaci è maggiore». Vale non solo per il cancro, ma anche per le terapie contro l’asma o gli attacchi epilettici: la biologia molecolare è alla base dei ritmi circadiani. «Un ambito di ricerca che ha avuto nel 2017Nat un riconoscimento e un incentivo dall’assegnazione del Nobel per la medicina ai tre scienziati che hanno chiarito i meccanismi che regolano l’orologio biologico». Un orologio interno la cui centrale è nel nostro cervello, esattamente nell’ipotalamo, e controlla una rete di orologi periferici che stanno in ogni organo e tessuto del corpo, e accendono e spengono i geni che governano i bersagli molecolari dei farmaci e degli enzimi che li degradano.

EFFICACIA VERIFICATA NEI TUMORI A SENO, OVAIE E COLON

Questi geni si attivano con ciclicità a seconda dell’ora del giorno e sono particolarmente importanti nel cancro perché governano il ciclo cellulare, la morte delle cellule, e i meccanismi di riparazione del loro Dna. «Certo non è così per tutti i tipi di cancro, la ricerca si sta concentrando su questo aspetto. Studi condotti in passato hanno dimostrato come i farmaci somministrati secondo i ritmi circadiani possano dare maggiori benefici nel cancro al seno e alle ovaie» dice Benedetti. Uno degli studi più citati di cronoterapia del team di Lèvi è per il tumore al colon: l’infusione della chemioterapia sincronizzata con l’orologio biologico dei pazienti ha dato risultati migliori. Purtroppo delle migliaia di trial clinici che sono oggi in corso nel mondo, come rileva un’indagine condotta nel 2016, solo una piccola percentuale, forse l’1 per cento, prende in considerazione il “timing” per l’assunzione dei farmaci o per eseguire anche interventi chirurgici. In uno studio pubblicato su Lancet nel gennaio 2018 i ricercatori hanno rilevato come nei 298 pazienti assegnati casualmente a un intervento di chirurgia cardiaca nel pomeriggio il rischio di andare incontro a conseguenze maggiori fosse dimezzato rispetto a quelli che avevano subìto lo stesso intervento al mattino. Anche per i trattamenti con radiazioni un altro team di ricercatori ha concluso che farle al mattino fosse preferibile rispetto al pomeriggio.

MA LE CASE FARMACEUTICHE FRENANO

Tuttavia la cronoterapia continua a restare ai margini della pratica clinica quotidiana e le industrie farmaceutiche non sembrano interessate a tenerne conto nei loro programmi di ricerca e sviluppo. «Eppure differenziare i trattamenti sulla base di un profilo genetico che riveli le varianti dell’orologio biologico di ciascun individuo e stabilisca la ciclicità dell’espressione di certi geni per somministrare la terapia è solo apparentemente più costoso» sostiene Benedetti. «La spesa per la caratterizzazione dei polimorfismi genetici e la definizione dei ritmi circadiani (pochi euro) è compensata dal fatto che le cure sono più brevi e il ritorno dell’ammalato alla salute (e alla vita produttiva) più rapido». La riluttanza delle industrie farmaceutiche ha diversi motivi. Secondo David Ray, endocrinologo all’Università di Manchester, in Gran Bretagna, è già difficile che i pazienti prendano la terapia senza badare a quale ora. Solo il 50 per cento dei malati cronici, sottolinea l’Organizzazione mondiale della salute, osserva le raccomandazioni terapeutiche. Inoltre, le agenzie regolatorie che approvano i farmaci potrebbero richiedere avvertenze aggiuntive sui rischi di non assumerli seguendo uno schema orario preciso. Una complicazione in più. E se i medicinali già rendono in termini di vendite (e di soldi) non si intravede un incentivo a introdurre modifiche. «A sostegno della cronoterapia, e del fatto che somministrare i farmaci al momento giusto possa fare la differenza, dovrebbero aggiungersi studi e dati» conclude Benedetti. «Ma è un percorso scientificamente possibile».

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