Lavoro Intelligenza Artificiale
Scienza e Tech
5 Agosto Ago 2018 1500 05 agosto 2018

Come si lavora fianco a fianco con un’intelligenza artificiale

Secondo il ricercatore del Mit Accoto, le macchine stanno già imparando da noi. E presto saranno nostre "colleghe". Desistere, resistere o coesistere, questo è il problema.

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Dopo la meteorologia, è l’intelligenza artificiale (Ai) il settore per cui si spreca il maggior numero di previsioni al mondo. L’ultima di queste, contenuta nello Uk Economic Outlook di PricewaterhouseCoopers (Pwc), è più ottimista delle precedenti: il numero di posti di lavoro che l’intelligenza artificiale potrebbe cancellare nei prossimi 20 anni nel Regno Unito sarà equivalente al numero di quelli creati. Il problema, se così si può chiamare, è che a un aumento del 22% di posti di lavoro in ambito sanitario corrisponderà un analogo crollo in quello manifatturiero e nei trasporti. I camionisti sapranno reinventarsi radiologi? L’eventualità non è poi così remota, a patto di sapersi adattare ai ritmi e alle modalità di lavoro di un’intelligenza artificiale. Un aspetto, quest’ultimo, tutt’altro che scontato.

MEGLIO NON SOVRASTIMARE LE NOSTRE CAPACITÀ

«Porre oggi dei limiti su che cosa riusciranno a fare le macchine è prematuro, considerando che il deep learning, ad esempio, ha appena iniziato a mostrare le sue potenzialità», dichiara a Lettera43.it Cosimo Accoto, research affiliate al Mit e autore del libro Il mondo dato (Egea editore), di prossima traduzione in lingua inglese con il titolo In Data Time and Tide per la Bocconi University Press, e promotore del manifesto “Philtech” per una nuova riflessione filosofica sulla tecnologia. Difficile, quindi, individuare a priori dei lavori “sicuri” che non potranno mai essere sostituiti da un’intelligenza artificiale, come i lavori intellettuali, creativi o che prevedono un rapporto con il pubblico. Non ora che l’intelligenza artificiale viene usata perfino nel trattamento del disturbo post-traumatico da stress dei veterani di guerra, che Google Duplex ha dimostrato di poter sostituire le esitazioni della voce umana durante una comune telefonata e che all’ultima edizione di RobotArt si sono visti perfino dipinti simili a quelli di Cézanne realizzati da una Ai.

«Tendiamo a sovrastimare la nostra unicità e a disconoscere le opportunità e il valore di altre forme di intelligenza, come quella algoritmica», prosegue Accoto. «Che non è solo potenza di ‘calcolo’, ma anche potenza di immaginazione: l’Ai sta già immaginando nuovi prodotti, nuove soluzioni e nuove esperienze». Desistere dal confronto con l’intelligenza artificiale, delegando a quest’ultima la maggior parte delle attività e cercando un porto sicuro in lavori e specializzazioni di “nicchia” - dove le capacità più propriamente umane come l’empatia, l’immaginazione, la creatività sono tuttora predominanti - potrebbe quindi non essere una scelta lungimirante. Almeno sul lungo periodo.

È IN ATTO UN CAMBIAMENTO DEL SAPERE PROFESSIONALE

Difficile, ugualmente, pensare di poter tutelare il proprio posto di lavoro semplicemente negando all’intelligenza artificiale l’accesso a una professione, o confinandole a compiti molto specifici e lasciando all’uomo l’ultima parola sull’interpretazione dei dati e le decisioni da prendere. Soprattutto se il contributo tempestivo di una Ai può salvare vite umane. È il caso, ad esempio, dell’ambito sanitario, dove il confronto tra la diagnosi di un team di medici e quella di un’intelligenza artificiale sviluppata da un team dell’università di Harvard avrebbe portato a un’accuratezza del 99,5% nell’individuazione delle cellule cancerogene tra quelle sane (rispetto al 96% della diagnosi dei soli medici in carne e ossa), durante una dimostrazione realizzata in occasione dell’International Symposium of Biomedical Imaging nel 2016 a Praga.

Le macchine stanno già imparando da noi: dai sensori degli oggetti connessi al modo in cui usiamo i social media

Cosimo Accoto, research affiliate del Mit

«Molti dei team delle startup medicali che ho avuto occasione di incontrare in questi ultimi mesi negli Stati Uniti sono composti al 95% da giovani che hanno competenze di programmazione, intelligenza artificiale, new hardware e nuovi materiali, e da un 5% di esperti in medicina», dice Accoto. Salvare vite umane, oggi, non è più prerogativa di una professione o di un gruppo esclusivo di individui. Secondo Accoto, è in atto un cambiamento profondo di quello che riteniamo essere il “sapere medico”, così come del “sapere giuridico”, economico e di molte professioni e pratiche connesse. «Sebbene oggi scomponendo il lavoro di un radiologo si possono individuare circa 30 sotto-compiti differenti e solo due o tre di questi oggi risultano automatizzabili, è altamente probabile che molti dei restanti compiti andranno incontro prima o poi allo stesso destino». Sta cambiando, inoltre, la natura stessa del lavoro diagnostico: non più solo interventi reattivi ed ex post, quindi, ma anche predittivi e anticipatori che richiedono una nuova professionalità e nuovi mindset medicali. «L’intelligenza artificiale potenzia le capacità umane», sottolinea il ricercatore del Mit, «ma richiede all’uomo di adeguare il proprio bagaglio cognitivo ed emotivo, e di negoziare la sua autonomia». Come non esistono mestieri “sicuri”, così non esistono nemmeno più ruoli assoluti e immutabili nel tempo.

NON È FACILE COLLABORARE COI COLLEGHI,

Se l’uomo potrà difficilmente fare a meno o sfuggire all’avanzata dell’Ai, quest’ultima avrà probabilmente bisogno dell’uomo per ricevere continuamente nuovi dati e aggiornarsi a sua volta. «Nei lavori che nasceranno», aggiunge Accoto, «saremo con ogni probabilità affiancati da una intelligenza artificiale con cui dovremo necessariamente familiarizzare: come utilizzatori finali, come progettisti iniziali, come istruttori permanenti e così via. Saranno i radiologi che applicano l’Ai a sostituire quelli che non la applicheranno». Ma come si lavora accanto a un’intelligenza artificiale? Le prime testimonianze in tal senso vengono proprio dal settore manifatturiero, dove la specializzazione e ripetitività che hanno caratterizzato i robot industriali per quasi mezzo secolo sono oggi rese obsolete dalla versatilità dei nuovi robot guidati da un’intelligenza artificiale, in grado di eseguire compiti complessi e di imparare dall’esperienza dei propri “colleghi” umani (si veda l’esempio del robot della startup californiana Osaro, in grado di scegliere il cibo da inscatolare da un mucchio di frammenti di pollo indifferenziati).

«Le macchine stanno già imparando da noi: dai sensori degli oggetti connessi al modo in cui usiamo i social media» aggiunge Accoto. “Collaborare” con una Ai significa, infatti, trasferire a quest’ultima una serie di competenze e conoscenze che potrebbero in futuro aiutare quest’ultima ad appropriarsi del nostro posto di lavoro. O, perlomeno, a costringerci a un’evoluzione continua per rimanere al suo passo. Ma se è già difficile collaborare con i colleghi umani, con un’intelligenza artificiale potrebbe essere perfino più complesso e paradossale: «Se una macchina avrà a disposizione più dati e informazione, più potenza di calcolo, più capacità di esplorazione e problem solving del suo collega o capo umano», è la domanda di Accoto, «come farà quest’ultimo a valutare come sbagliata una decisione presa dalla macchina, non avendo lui come umano a disposizione tutta quella conoscenza? Si dice che il lavoro del futuro sarà una somma di capacità umane e delle macchine, ma è una semplificazione: uomo e macchina non esistono in sé, ma si ridefiniscono nella relazione. Non diamo per scontato chi, cosa e come siamo o saremo».

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