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Abile a chi?
11 Agosto Ago 2018 1400 11 agosto 2018

Caro Fontana, prenda lezioni di responsabilità condivisa

Dopo gli abusi su minorenni di un fisioterapista a Posillipo, il ministro propone la videosorveglianza per il settore. Ma per tutelare la salute e la sicurezza non bastano le telecamere.

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Rabbia e profondo dispiacere per le vittime. Queste sono state le mie emozioni di fronte alla notizia dell’arresto del fisioterapista accusato di abusi sessuali ai danni di alcune delle sue pazienti, minorenni con autismo, in un centro di riabilitazione a Posillipop. Si tratta di reazioni emotive più che comprensibili e, penso, comuni a molti. Chi invece per ruolo è chiamato a intervenire per gestire la situazione ed evitare che episodi analoghi si verifichino, tanto a Posilipo come altrove, dovrebbe essere in grado di confinare il lato emotivo all’interno della sfera personale e pianificare un intervento a beneficio non solo delle vittime dirette bensì dell’intera comunità che frequenta i centri di riabilitazione. La politica è chiamata a prendere posizione e ad avanzare proposte per migliorare la qualità dei servizi in ambito socio-sanitario nell’ottica di promuovere la salute degli utenti, delle loro famiglie e dei professionisti che lavorano in queste strutture.

Lorenzo Fontana.
Ansa

Sono sempre stata scettica nei confronti del ministero per la Famiglia e la Disabilità, ma di fatto ora è a disposizione dei cittadini ed è suo compito intervenire anche in situazioni come questa. Qual è stata la risposta dell’onorevole Lorenzo Fontana di fronte ai fatti di Posillipo? Quali le sue proposte concrete per evitare che in futuro si ripetano simili episodi di violenza nei centri di riabilitazione? Il nostro ministro pensa che una delle possibili soluzioni sia «rendere visibili le terapie (chiaramente con lo strumento del consenso informato)». A questo scopo ha dichiarato: «Ho già provveduto a dare disposizione ai nostri uffici legislativi affinché individuino le modalità per dotare le strutture di sistemi di sorveglianza obbligatori. Ferma restando la grande professionalità e serietà della gran parte del personale medico e non, che assicura le terapie, a cui deve sempre andare il nostro ringraziamento, tuttavia episodi come questo ci impongono di trovare sempre maggiori cautele e di adottare tutti i meccanismi di tutela necessari».

SULLA VIDEOSORVEGLIANZA TANTI NODI ANCORA DA SCIOGLIERE

Cerchiamo di entrare maggiormente nel merito della questione. Innanzitutto, quante telecamere sarebbero necessarie? Dove verrebbero posizionate? Solo nei locali adibiti al trattamento o anche altrove? Siamo sicuri delegare la tutela della sicurezza e della salute psicofisica degli utenti unicamente a telecamere e specchi di sorveglianza sia una soluzione efficace? Lorenzo Fontana pensa davvero che chi è seriamente intenzionato a commettere un abuso o una violenza non riesca ad aggirare l’occhio del grande fratello? Non c’è luogo più sorvegliato delle carceri, ad esempio, ma chi le frequenta sa che si possono trovare stratagemmi per sfuggire al controllo delle telecamere di videosorveglianza. Ci sono però anche altri aspetti, a mio parere critici, da valutare. Per esempio, la difesa della privacy degli utenti, che sono minorenni. Per gestire questo aspetto, Fontana accenna alla possibilità di usare lo strumento del consenso informato ma non è automatico che le famiglie concedano l’autorizzazione a riprendere i propri figli.

Proporre un uso indiscriminato dei sistemi di sorveglianza in tutti i centri di riabilitazione significa insinuare il dubbio che il comportamento deviante di un singolo possa essere adottato da un’intera categoria

Consideriamo ora la questione adottando il punto di vista dei professionisti della riabilitazione. Proporre un uso indiscriminato dei sistemi di sorveglianza in tutti i centri di riabilitazione significa insinuare il dubbio che il comportamento deviante di un singolo possa essere adottato da un’intera categoria di professionisti, checché il ministro dichiari il contrario. Il rischio che a livello di senso comune il ruolo del fisioterapista si ammanti di stereotipi è altissimo e le conseguenze sarebbero estremamente dannose sia per l’identità professionale dei lavoratori che soprattutto per la loro alleanza terapeutica con i pazienti e le famiglie. Purtroppo esistono persone che commettono abusi sui minori e, ahinoi, statisticamente può capitare che alcune di loro svolgano occupazioni a stretto contatto con le vittime ma ciò non può e non deve far dubitare nessuno della professionalità dei fisioterapisti e degli operatori della salute in generale. Penso che ogni lavoratore debba essere messo nelle condizioni di poter svolgere serenamente la propria attività.

UNA SOLUZIONE CHE HA TANTI COSTI E POCHI BENIFICI

La relazione terapeutica che si instaura con i piccoli pazienti è molto delicata e sono sicura che la percezione di operare in un regime di controllo (dovuto ad una mancanza infondata di fiducia nella competenza ed eticità del terapista) non possa che minare la qualità dell’intervento. Non sono aprioristicamente contraria all’adozione dei sistemi di sorveglianza ma ritengo che dovrebbero essere usati con parsimonia ed intelligenza, solo nel caso in cui sussistano sospetti fondati rispetto alla presenza di una condotta lesiva dell’incolumità altrui ma manchino le prove oggettive per sporgere denunce. Da ultimo, ricordiamoci di considerare gli aspetti economici: i sistemi di sorveglianza hanno dei costi elevati. Chi dovrebbe sostenerli? Il suo dicastero senza portafoglio? Chi retribuirebbe il personale incaricato di controllare i filmati o le sedute attraverso gli specchi di unidirezionali?

In sintesi, tanti costi a fronte di benefici alquanto dubbi. La proposta del ministro fa acqua da tutte le parti: non solo non è realizzabile né materialmente né tantomeno economicamente ma, anche se lo fosse, non è detto che riuscirebbe ad evitare che vengano commessi abusi e violenze. Di contro, attuare una soluzione simile rischierebbe di peggiorare la qualità degli interventi e della relazione di aiuto nei confronti dei pazienti. L’onorevole Fontana ha dunque commesso un errore di gestione del problema? Potrebbe essere. E se invece la sua proposta fosse mera propaganda? La retorica della sicurezza la conosciamo benissimo e la destra ne fa da sempre un uso massiccio. Sfruttare l’emotività della gente per farle credere che «sorvegliare e punire» sia un sistema che funziona quando invece sia la storia che l’attualità ci offrono quotidianamente prova della sua totale inefficacia è uno stratagemma che conosciamo molto bene.

BISOGNA MIGLIORARE I SISTEMI DI SELEZIONE, MONITORAGGIO E VALUTAZIONE

A fronte della reale esigenza di tutela della salute e dell’integrità psicofisica degli utenti, priorità che nessuno mette in discussione, bisogna cambiare la prospettiva di partenza. La retorica della sicurezza si fonda sul meccanismo della delega: affidare a una persona o a una tecnologia il compito di vigilare su una certa situazione. Il risultato non può che essere parziale perché la delega non genera una responsabilità condivisa tra tutti gli attori sociali rispetto alla gestione di un determinato contesto. La responsabilità della “salute” di una comunità va restituita alla comunità stessa, cioè a ciascuna delle parti che la compongono. Più che focalizzarsi sul controllo bisognerebbe promuovere occasioni di formazione, supervisione, confronto e condivisione dei processi relazionali e tecnico – riabilitativi in cui tutti – utenti, famiglie, professionisti – possano offrire il loro contributo per migliorare la qualità del servizio e di conseguenza la qualità della riabilitazione.

Si potrebbero migliorare e potenziare sia gli strumenti di selezione dei professionisti che di monitoraggio e valutazione in itinere della loro professionalità. Sarebbe anche utile promuovere e incentivare percorsi di costante confronto con le famiglie, gestiti da ruoli competenti ed esterni alla struttura, con l’obiettivo di raccogliere le possibili criticità e trovare delle soluzioni condivise. In questo modo si promuoverebbe una cultura della salute che arricchirebbe l’intera comunità che opera nei centri, accrescendone le competenze di riconoscimento, analisi e gestione delle criticità anche in anticipazione, cioè prima che si verifichino.

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