Social Network Falliti (2)
11 Agosto Ago 2018 1500 11 agosto 2018

Storie di social network finite con un fallimento

Too big to fail? Non è sempre vero. Da MySpace in poi, sono numerosi i casi di esperienze trionfali sfociate in un lento declino. Un monito che vale anche per Facebook.

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Anche un social network può morire. Il campanello d’allarme è la colossale perdita di valore che ha colpito Facebook alla Borsa di New York, dove lo scorso 26 luglio le azioni dell’azienda di Menlo Park sono scese di circa il 20%, bruciando più di 100 miliardi di dollari di capitalizzazione. Facebook, 2,23 miliardi di utenti nel pianeta, è too big to fail, troppo grande per poter fallire, o è un colosso dai piedi d’argilla che può cedere inaspettatamente? In molti se lo sono chiesti in questi giorni. Lo scivolone in Borsa è stato causato dagli scandali che stanno coinvolgendo la creatura di Mark Zuckerberg e dai dati che parlano di un calo nella crescita degli iscritti e di utili inferiori alle attese. «Basta solo un clic per perdere un cliente» disse qualche anno fa Eric Schmidt, ai tempi amministratore delegato di Google. Un tocco sul cellulare o sul mouse e su internet sei già acqua passata. La stessa storia di Facebook insegna che i social network spesso si impongono a scapito di altri e il mercato, seppur immenso, è molto fluido. Nella tutto sommato giovane storia del web e dei social sono numerosi i casi di brillanti startup di eccezionali prospettive rimaste un’illusione e di parabole di successo trasformatesi in dispendiosi e catastrofici flop.

Vi ricordate MySpace? Nell’estate di 15 anni fa venne fondato a Beverly Hills da Tom Anderson e Chris DeWolfe, permetteva la condivisione di foto, post, musica. Ridefinì gli standard delle reti sociali. Due anni dopo la sua nascita venne acquistato dalla News Corporation di Rupert Murdoch per 580 milioni di dollari. Sembrava l’affare dell’anno. Nel giugno del 2006 divenne il sito web più visitato degli Stati Uniti battendo anche Google. Nel 2007 venne valutato 12 miliardi di dollari. In un’epoca precedente agli smartphone superò i 100 milioni di utilizzatori mensili. Nel 2008 realizzò ricavi per 800 milioni di dollari. Pochi mesi dopo era già acqua passata. Facebook in pochi mesi lo sorpassò in numero di utenti e il pubblico lo abbandonò in massa, divenne dall’oggi al domani come un imbarazzante capo di abbigliamento di una moda d’altri tempi. In piena emorragia di utilizzatori e gravato dalle perdite, il sito fu messo in vendita a prezzo di saldo nel 2011 per 35 milioni. Oggi dopo innumerevoli tentativi di rilancio myspace.com è un ancora attivo, ma ormai sembra un reperto archeologico.

C'ERA UNA VOLTA FRIENDSTER

A differenza di MySpace il social network Friendster oggi non esiste più. Ha chiuso i battenti nel 2015 dopo un trionfale inizio e un lungo e inesorabile declino. Nato nel 2002, due anni prima di Facebook per cui fu senza dubbio fonte di ispirazione, fu la prima comunità web a permettere di creare profili personali che consentivano la condivisione di contenuti con i contatti. Molti delle specifiche che oggi stanno alla base del successo di Facebook (post, eventi, news, messaggi sponsorizzati) erano già presenti su Friendster. Nel 2003 a pochi mesi dalla nascita, Google ne tentò l’acquisto offrendo 30 milioni di dollari, ma l’offerta venne declinata. I numeri facevano pensare a un business destinato a crescere esponenzialmente. E così fu per qualche tempo. Tra il 2008 e il 2009 riuscì a richiamare più di 100 milioni di iscritti, diventando popolare anche in Asia. Poi subentrarono alcuni problemi tecnici, si decise un restyling del sito e gli utenti fuggirono in massa in pochi mesi, riassorbiti soprattutto dalla piattaforma di Zuckerberg. Nel 2011 il sito si reinventò come comunità per i giochi online per poi scomparire definitivamente.

Vale la pena di ricordare gli esperimenti, tutti sfortunati, di creare un social made in Italy come Facecjoc, Wollol e Applekiss

Negli anni in cui l’universo del web scopriva la condivisione si impose anche il primo gioco social, Second Life. Non solo un videogioco, ma una vera comunità virtuale costruita di identità alternative. L’idea di alter ego del web che costruivano una seconda vita era così affascinante che la start up divenne una delle più corteggiate del mondo hi-tech ottenendo finanziamenti anche da Jeff Bezos. Nel 2006 aveva milioni di utenti e si parlò della creazione di un’economia virtuale che nasceva proprio dall’universo alternativo della piattaforma. Ma il divertimento durò poco. I giocatori se ne andarono con la stessa velocità con cui erano arrivati. Nel 2010 l’azienda licenziò il 30% del personale, posti di lavoro veri, non virtuali. Second Life è diventato un pezzo di modernariato che sopravvive ormai per un numero di utenti di nicchia.

UN FUOCO DI PAGLIA CHIAMATO ORKUT

Google da sempre ha voluto diventare un protagonista anche nel mondo dei social network, dopo aver tentato l’acquisto di Friendster nel 2004 lanciò una propria rete sociale chiamata Orkut dal nome del suo sviluppatore Orkut Buyukkokten, un tedesco di origine turca approdato a Stanford e reclutato dall’azienda di Mountain View. Buyukkokten fu il pioniere del percorso che poco tempo dopo intraprese Zuckerberg: iniziò a ideare una rete sociale interna alla sua università, poi diventato ingegnere sviluppatore, la ampliò per renderla aperta a tutti. Google sposò in pieno il progetto. L’idea riprendeva molte delle specifiche di Friendster e visto anche il patrocinio del motore di ricerca riuscì a raggiungere in poco tempo circa 300 mila utenti. Il network si consolidò soprattutto in India e in Brasile. Tuttavia la concorrenza di Facebook divenne insostenibile. Nel quartier generale della Silicon Valley si decise di puntare tutto su Google+ e YouTube e nel 2014 ne fu decisa l’inevitabile chiusura. Anche questa scelta non è stata del tutto azzeccata, se YouTube è diventata la principale piattaforma globale per la condivisione di contenuti video, Google+ ha avuto un primo momento di affermazione per poi diventare un’integrazione ormai superflua dell’account di posta Gmail. Dal 2015 l’azienda ha rinunciato al suo sviluppo.

Anche Apple è tra i membri di questo club dei social network defunti. Il genio visionario di Steve Jobs non era immune dai passi falsi. Nel 2010 lanciò Ping presentandolo al mondo come il social che realizzava «l’incontro di iTunes con Facebook e Twitter». Era una rete di connessioni che partiva dall’applicazione di Apple iTunes e che consentiva di creare contatti, ascoltare e condividere musica, segnalare eventi musicali. Per molti aspetti era simile in alcune specifiche all’attuale struttura di Spotify. Non prese mai piede. Non si arrivò infatti a un accordo con Facebook per integrare i due servizi e l’applicazione non consentiva l’ascolto integrale delle canzoni, ma permetteva solo degli assaggi di anteprime di 90 secondi. Senza utenti e senza attrattive particolari, il servizio scomparve nel 2012.

DA EONS A DIASPORA, IL DIMENTICATOIO DEI SOCIAL

Ma tra i social media dal radioso futuro alle spalle ci sono anche: Eons, nato nel 2006, un club riservato esclusivamente a utenti over 40 che riuscì a raggiungere 800 mila utilizzatori per poi scomparire nel 2012; Delicious, un servizio di social bookmarking pensato per condividere i contenuti del web, acquistato da Yahoo nel 2005 e ben presto inabissatosi dopo una serie di innovazioni andate male; Diaspora, la risposta “decentralizzata” a Facebook, una rete sociale pensata per garantire massima autonomia e privacy agli utenti nata nel 2010, ma senza mai raggiungere una massa critica significante. Vale la pena anche di ricordare gli esperimenti, tutti sfortunati, di creare un social network made in Italy Facecjoc, Wollol e Applekiss. La storia di Facebook è profondamente diversa da quella di ogni altro suo predecessore, epigono o rivale, ma in questi mesi il social network più potente del mondo affronterà la sua sfida più difficile. Se Zuckerberg deve imparare qualcosa dai flop di tanti concorrenti è che un social network nasce grazie all’entusiasmo e muore nell’indifferenza, perché anche per un gigante da centinaia di milioni di utenti il fallimento è a un clic di distanza.

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