Influencer Guadagni
Scienza e Tech
1 Settembre Set 2018 1812 01 settembre 2018

Aspiranti Ferragni crescono: quanto guadagnano gli influencer

Non studiano, non lavorano, almeno non per le statistiche ufficiali. E inseguono il "mito" di Chiara & co. Cosa sappiamo su una professione che lascia sul campo molti sconfitti. 

  • Jacopo Franchi
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Le aspettative di guadagno sono quelle di un lavoretto estivo, ma le ore richieste sono molte di più, spesso anche la sera e nei weekend, e nei primi tempi si dipende dalle generosità del pubblico per guadagnare qualcosa. Offerta di lavoro truffaldina? No, è la quotidianità dei giovani e giovanissimi che ogni giorno inseguono il sogno di diventare influencer su social media come Instagram, Facebook, Youtube, i blog, app tematiche come Tik Tok (ex Musical.ly) o servizi di videostreaming dedicati al mondo dei videogiochi come Twitch, per citare solo i principali.

L’EPICA DEGLI INFLUENCER NATA NEGLI ANNI DEI NEET

Non è un caso che proprio negli anni in cui gli studi statistici hanno registrato con crescente preoccupazione la crescita del numero di “Neet - Not in employment, education or training” nei Paesi occidentali (un giovane su quattro in Italia non studia né lavora, dati Eurostat 2018) è andata sviluppandosi di pari passo l’epica degli influencer: dagli instagrammer ai muser, dagli youtuber agli streamer. Giovanissimi, ma anche giovani e giovani adulti, che in un’epoca di stagnazione dei salari e prospettive di lavoro incerte hanno saputo costruire piccoli imperi commerciali a partire dall’unico capitale posseduto: se stessi, il proprio corpo o il proprio personaggio.

Tyler “Ninja” Blevins, 27 anni, lo “streamer” più popolare di Twitch con 10 milioni di follower, ha guadagni dichiarati di 500 mila dollari al mese

È la storia di Tyler “Ninja” Blevins, 27 anni, lo “streamer” più popolare di Twitch con 10 milioni di follower e guadagni dichiarati a Cnbc di 500 mila dollari al mese; è il successo di Zoe Laverne, 17 anni, star di Musical.ly (ora Tik Tok) da 3,4 milioni di follower al mese e oltre 3 mila dollari di guadagno per quattro minuti di pubblicità sul proprio canale; è l’ascesa che tutti conoscono di Chiara Ferragni, iniziata nel fatidico 2009 e i cui post vengono ormai venduti a migliaia di euro su una pagina Instagram da 13,9 milioni di follower (leggi anche: quanto vale il matrimonio dei Ferragnez). Dietro di loro esiste e si rinnova continuamente una schiera di emulatori che spesso si arrendono dopo pochi mesi di attività, qualche volta riescono a rientrare dalle spese, e solo in rarissimi casi a trasformare la propria ambizione in un lavoro vero e proprio. Ad alimentare questo flusso di potenziali “star” del web vi sono un numero crescente di libri, interviste, testimonianze più o meno sincere, guide e consigli su come aprire il proprio canale e, da ottobre 2018, perfino un corso universitario dell’Università di Madrid.

SOLO UN NEET HA IL TEMPO DI FARE L'INFLUENCER

Quanti dei “neet” passano il tempo che dovrebbero trascorrere nella ricerca di lavoro davanti al proprio computer, o smartphone, nel tentativo di costruirsi un personaggio di successo nel settore della moda, dei viaggi, dei videogame, del cibo? Twitch, Youtube, Instagram offrono un’alternativa rispetto al rito quotidiano dell’invio di curriculum: quella del riscatto personale, senza chiedere nessuna esperienza pregressa e nessun titolo di studio specifico. Quello di influencer è un lavoro, anche se nessuna statistica europea e nessun genitore lo definirebbe come tale (almeno fino a quando non si è raggiunta una discreta popolarità). È un lavoro che non ha orari, nel senso che ogni momento del giorno è ottimale per pubblicare un post o lanciare una diretta streaming: i follower sono volubili, e una volta guadagnati vanno “coinvolti” continuamente con nuovi contenuti se si svuole sperare prima o poi di ricavarci qualcosa. Non pubblicare equivale a cadere nell’oblio, farlo con regolarità è l’unico modo per fidelizzare le persone. Anche la sera, anche nei weekend.

È un settore dove i numeri sono diventati da tempo qualcosa di relativo: dove si colloca il limite tra influencer e persona “normale” su Instagram, nel momento in cui anche il vicino di casa può essere seguito da migliaia di follower senza un’abilità particolare? Solo quando le cifre entrano nell’ordine dei cinque zeri si può sperare di essere contattati dalle aziende per ricevere qualcosa di più di un campione omaggio. Prima, la strada da fare è lunga e priva di punti di riferimento definiti. Per chi sceglie la strada degli streaming su Twitch o Youtube, come vedremo la più remunerativa nel breve periodo, trasmettendo in diretta una partita di videogame con commento in sottofondo, invece, è facile arrivare a oltre 24 ore di trasmissione ininterrotta: solo chi si trova nel limbo dei “Neet”, privo di impegni e scadenze urgenti, può trovare le energie e il tempo necessario per crearsi una fanbase su cui poi iniziare a monetizzare. O, perlomeno, provarci.

SI GUADAGNA POCO E I PREZZI LI FANNO LE PIATTAFORME

I guadagni? Risicati, quasi nulli nei primi mesi e in ogni caso sempre incerti. Secondo uno dei pochi studi seri sull’argomento, quello di re:create sui “Creator” americani, si passa dai 14.166 dollari annui in media per uno streamer di Twitch ai 1.882 dollari per uno youtuber con almeno 10 mila iscritti, ai 182 dollari per un canale Instagram con più di 10 mila follower (ma i guadagni effettivi possono essere più alti, per coloro che mantengono una presenza su più piattaforme). Non va meglio ai blogger. Secondo un’indagine di Technorati il 50% dei blogger negli Stati Uniti nel 2014 non superava i 1.000 dollari all’anno, mentre secondo l’osservatorio blog 2016 di Imageware la maggior parte dei blogger italiani guadagna per lo più ricevendo prodotti in regalo, o biglietti per i viaggi, eventi e concerti gratuiti. I ricavi esatti, come spesso accade nell’economia digitale “creativa”, non sono resi noti né dalle piattaforme né dai diretti interessati.

DA TWITCH A YOUTUBE, COME CAMBIANO LE PERCENTUALI

Non dipende tutto dalla pubblicità, occulta o meno che sia. Negli ultimi anni un numero crescente di piattaforme ha reso possibile ai propri “creatori” ricevere donazioni e contribuiti dai fan, secondo un tabellario dei prezzi uguale per tutti e che può cambiare a discrezione della piattaforma stessa. Si può guadagnare, quindi, anche senza essere una “star”, ma non si decide né quanto né in quali condizioni. I prezzi? Per ogni nuovo “iscritto” al proprio canale di streaming, Twitch riconosce allo streamer “affiliato” il 50% di una somma variabile da 4,99 a 24,99 dollari al mese (ma è possibile seguire un canale anche senza essere iscritti). Su Youtube la percentuale di guadagni per i member arriva invece fino al 70% del costo di iscrizione (ma per entrare a farne parte bisogna avere già 100 mila iscritti).

Tik Tok consente invece agli influencer di guadagnare una percentuale sulle emoticon personalizzate acquistate e ricevute in chat dai follower, come segno di apprezzamento. La stessa cosa avviene con i “Bits”, emoticon personalizzate a pagamento di Twitch. Da notare come il settore sia caratterizzato da un altissimo divario salariale: secondo uno studio PayPal e Superdata Research il 43% delle donne streamer non riceve donazioni né alcun tipo di compenso per le proprie dirette, rispetto a una percentuale del 24% degli streamer di sesso maschile. È una economia di cui sfuggono gli esatti contorni e che obbedisce a regole proprie, in continuo mutamento. Su Tik Tok i guadagni dalle emoticon sono quantificati in “Diamanti” che devono poi essere convertiti in dollari, a partire da una certa soglia (100 dollari) e con costi annessi di transazione. Se il proprio account viene cancellato, per qualsiasi ragione, tutti i “Coin” guadagnati sono persi per sempre.

IL 5% DEGLI AMERICANI GUADAGNA DA ATTIVITÀ CREATIVE SUL WEB

Seppur poco remunerativo e di incerte prospettive, il fenomeno riguarda fasce sempre più ampie di popolazione: secondo lo studio di re:create citato in precedenza, sono già 14,8 milioni gli americani che hanno guadagnato dalla pubblicazione di contenuti online nel 2017, per un fatturato totale di 5,9 miliardi di dollari. È un mercato parallelo a quello dell’industria cinematografica e televisiva, dove tutti possono trasmettere ma solo pochi si guadagnano il diritto di essere visti. Quella degli influencer è un’epica che ricorda da vicino i tópoi delle biografie di startupper di successo: per entrambi la consacrazione avviene grazie al passaparola, alla viralità dei social, al coraggio di scommettere su se stessi e nella propria idea di business. L’influencer, in questo senso, è l’alternativa più economica all’imprenditorialità come via d’uscita dalla disoccupazione.

FORTUNE LEGATE AL DESTINO DELLA PIATTAFORMA

Il contrappasso di questa soluzione è che il successo e la sopravvivenza del proprio “brand” sono legati a doppio filo alla sorte della piattaforma digitale su cui si è modellato il proprio personaggio: uno streamer di Twitch potrebbe non avere lo stesso impatto di pubblico su Instagram, un blogger non può scambiare le proprie visite mensili in visualizzazioni di Youtube, mentre le donazioni dei fan sono incostanti, mutevoli le modalità di guadagno e i requisiti per accedervi. A confronto, affrontare la precarietà del mondo di fuori potrebbe essere poco più che un gioco da ragazzi.

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