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2 Settembre Set 2018 1500 02 settembre 2018

Le coste italiane a rischio per l'innalzamento del livello del mare

Entro il 2100, il Mediterraneo potrebbe provocare l’allagamento di 5.500 chilometri quadrati di pianura costiera. Dalle zone a rischio alle possibili contromisure: l'esperto di Enea a L43.

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«Nessun mare al mondo offre la varietà di spunti di mare e uomo che offre il Mediterraneo», ricordava il documentarista e scrittore Folco Quilici, che di storie e bellezze del mare se ne intendeva parecchio. Il Mare Nostrum, che nel passato ha conosciuto una grande fioritura di civiltà, sale oggi tristemente agli onori della cronaca per la tragedia dei migranti. Meno si parla invece dell’evoluzione del livello delle sue acque, che pure dovrebbe suscitare qualche preoccupazione. Il Mediterraneo potrebbe infatti cambiare volto, e neanche fra troppo tempo. Entro il 2100, infatti, l’aumento del livello del Mediterraneo potrebbe provocare l’allagamento di ben 5.500 chilometri quadrati di pianura costiera. Un problema di non poco conto, se si considera che nelle zone più vicine al mare vive circa metà della popolazione italiana. A provare a dare una risposta a quel che il Mediterraneo diventerà nel prossimo futuro è l’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, che, in collaborazione con il Mit di Boston, ha messo a punto un nuovo modello climatico che integra, mediante un supercalcolatore, il Cresco6 dell’Enea, dati oceanografici, geologici e geofisici.

COME FUNZIONA IL MODELLO DELL'ENEA

L'obiettivo è arrivare a previsioni sempre più puntuali e dettagliate sull’innalzamento del Mar Mediterraneo stesso. «Essenzialmente», dice a Lettera43.it Gianmaria Sannino, responsabile del Laboratorio modellistica climatica e impatti di Enea, «abbiamo realizzato un modello che ricrea le condizioni tipiche di un mare, come temperatura, salinità e ovviamente, livello del mare. La particolarità di questo modello climatico è nella connessione con l’Atlantico, che viene riprodotta piuttosto bene». La maggior parte dei modelli climatici esistenti riproduce, infatti, la connessione con l’Atlantico in maniera piuttosto grossolana. «Il modello dell’Enea», puntualizza Sannino, «riesce invece a rappresentare bene da un punto di vista fisico tutte le dinamiche che da essa scaturiscono attraverso lo stretto di Gibilterra, permettendo di acquisire molte informazioni che provengono sia dall’Atlantico che dal Mediterraneo, grazie anche ad una risoluzione media di poco più di 6 chilometri sotto quest’ultimo». E aggiunge: «Questo è inoltre il primo modello che riesce a riprodurre il clima del Mediterraneo utilizzando addirittura le maree».

Il nostro Paese, affacciato come è sul Mediterraneo ha bisogno di investire su informazioni climatiche in dettaglio, che però sono estremamente costose da realizzare

Gianmaria Sannino, Enea

Studiare il livello del mare non è per nulla semplice, visto che questo è la somma di una serie di processi. In più, mentre il dato geologico permette di fare previsioni affidabili su scale temporali molto ampie, ciò non è possibile sotto l’aspetto oceanografico: «Il mare», spiega Sannino, «si alza a causa dei cambiamenti climatici, che purtroppo però non si possono valutare guardando a cosa è successo nei 10 anni passati». Il dato climatico è fortemente variabile. «Un modello climatico», dice, «ha il limite di fornire indicazioni abbastanza affidabili a livello globale, mentre sul locale, come per esempio nello studio del Mediterraneo, questa informazione non è assolutamente dettagliata. Ecco che abbiamo bisogno di specializzare». Per questo l’Enea ha messo a punto un modello che combina differenti fattori, dalla fusione dei ghiacci terrestri all’espansione termica di mari e oceani; dall’intensificarsi di fenomeni metereologici estremi alle maree fino ai movimenti tettonici verticali tipici dell’Italia. «Il nostro Paese, affacciato come è sul Mediterraneo», dice Sannino, «ha bisogno di investire su informazioni climatiche in dettaglio, che però sono estremamente costose da realizzare».

Nasce da qui la necessità di centri di ricerca in Italia che si specializzino nel trovare questo tipo di informazioni. Ad oggi, sono 20 le zone già indicate dall’Enea stimate maggiormente a rischio di inondazione: Pescara, Martinsicuro, Fossacesia, Lesina, Granelli, Valledoria, Martina di Campo sull’Isola d’Elba, la costa di Trieste, l’area di Venezia, la costa di Ravenna, il Golfo di Taranto, la piana di Oristano, l’area di Cagliari, la Versilia, Fiumicino, la zona dell’Agro Pontino e di Fondi, il Volturno, la piana del Sele, l’area di Catania, le isole Eolie. Dal momento che il clima si studia da un punto di vista statistico, è importante non limitarsi a fare una sola simulazione di quel che sarà il Mediterraneo, ma farne molte, per arrivare a un risultato che sia il più robusto possibile. Per questo, Enea sta continuando le sue ricerche sulle zone a rischio inondazione. «Quelle venti zone», precisa Sannino, «sono state calcolate utilizzando valori provenienti da modelli globali, e dunque affetti da un errore che potrebbe essere relativamente grande per il Mediterraneo. Ma anche la valutazione dell’errore è difficile da dire, proprio perché mancano quelle informazioni di dettaglio che ora siamo tirando fuori».

LA VARIABILE DELLA CONCENTRAZIONE DI CO2

«Posso dire al momento che le zone più sensibili al livello del mare sono effettivamente quelle 20 già segnalate», aggiunge Sannino, «quello che però può cambiare è il tempo in cui alcune di queste zone potrebbero essere più o meno allagate. Ma l’errore è relativamente piccolo rispetto al tempo in cui possiamo cominciare a porre dei rimedi per questo fenomeno». La direzione di marcia da percorrere, da una parte è quello di riuscire a contenere la temperatura del pianeta entro i 2°; dall’altra, è quello di affrontare l’adattamento, visto che il clima di domani sarà molto differente da come lo conosciamo oggi. Urgente è comunque ridurre da subito la Co2 emessa in atmosfera, causa dell’effetto serra e dunque del riscaldamento globale. «Nel 2017» ricorda Sannino, «la concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è arrivata alla soglia di 412 parti per milione. Negli 800 mila anni prima, il valore aveva oscillato tra 180 e 280. Tutto accadeva in tempi lunghissimi. In soli 130 anni si è invece arrivati a un livello altissimo e a ritmi molto veloci». E questo non è più sostenibile per la salvaguardia del nostro pianeta.

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