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TECH E POLITICA
12 Settembre Set 2018 1930 12 settembre 2018

Perché non funziona la direttiva europea sul copyright

Esultano gli editori per il colpo inferto a Google e Facebook. Ma con le nuove regole rischiano di essere danneggiati anche i "pesci piccoli" e gli utenti, la cui privacy è sempre più a rischio.

  • Federico Gennari Santori
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Oggi la maggior parte degli editori europei gioiscono. Del resto, come molti hanno detto, era «l’ultimo momento per agire». La sana informazione, il giornalismo di qualità, la libertà di stampa avrebbero vinto una battaglia contro i giganti che hanno tentato di farli sparire dalla faccia della terra: Google e Facebook. A leggere i grandi quotidiani italiani, e non solo, il messaggio che passa è esattamente questo. E come si è raggiunta questa grande vittoria? Attraverso una direttiva europea. Che, però, non riguarda la concorrenza in sé e nemmeno la privacy o la pubblicità, ma il diritto d’autore in rete. Qualcosa non torna.

LE CRITICHE ALLA DIRETTIVA INASCOLTATE

Quella direttiva, approvata il dodici settembre con il sostegno di gran parte del Partito Popolare e di metà del Partito Socialista europeo, era stata definita «una minaccia imminente» in una lettera inviata al presidente del parlamento Antonio Tajani e firmata dal creatore del World Wide Web Tim Berners-Lee, dall’informatico Vint Cerf, dal giurista Tim Wo e da decine di altri esperti in materia di internet. Axel Voss, eurodeputato tedesco dei cristiano-democratici e promotore della direttiva, ha bollato le critiche come «un’esagerazione totale» e adesso, insieme a Tajani, parla di «una vittoria per tutti». Il voto definitivo potrebbe essere a gennaio 2019, ma i tempi sono ancora incerti. Il dibattito, magari non in Italia, va avanti da mesi. Va detto, come ha descritto bene Luca Sofri, che i favorevoli si sono perlopiù limitati a dribblare le critiche o a sbandierare questioni che, per quanto giuste o filosoficamente interessanti, ben poco hanno a che vedere con lo stato del web e con gli aspetti tecnici riguardanti la direttiva. Cerchiamo dunque di vederci più chiaro.

Cosa cambia con la riforma del copyright

I giganti del web come Facebook o YouTube dovranno remunerare i contenuti prodotti da artisti e giornalisti, e diventano responsabili per le violazioni sul diritto d'autore dei contenuti da loro ospitati. Le piccole e micro piattaforme sono invece escluse dal campo di applicazione della direttiva.

Il provvedimento consiste nella modifica e nell’integrazione dell’ormai antica Copyright Directive, proprio con l’obiettivo di adeguarla all’era di Internet. Muove da intenti più che nobili e giusti: evitare violazioni del diritto d’autore in rete, tutelare la produzione di contenuti, affrontare la crisi dell’editoria e dei produttori musicali. Problemi della nostra epoca, che per troppo tempo sono passati in secondo piano. Le soluzioni proposte, però, sono inadeguate, a tratti contraddittorie e, soprattutto, potenzialmente pericolose. Anche perché, di fatto, è accaduto qualcosa: che il desiderio di rivalsa nei confronti di Google e Facebook ha preso il sopravvento su tutto il resto, condizionando la modifica della direttiva. L’impressione, insomma, è che il copyright sia stato usato come grimaldello per cercare di forzare, o almeno scalfire, il modello di business dei due pesci grandi. Creando allo stesso tempo le circostanze per danneggiare i pesci più piccoli.

L'ARTICOLO "AMMAZZA MEME" E IL RISCHIO PRIVACY

L’articolo 13, che qualcuno ha ribattezzato “ammazza-meme”, sancisce che le piattaforme digitali sono responsabili dei contenuti pubblicati dagli utenti e che, dunque, se forniscono loro gli strumenti per pubblicare del materiale non possono esimersi dalle eventuali violazioni commesse da parte di essi. Sbagliato? No, anzi. Questo significa che le piattaforme dovranno occuparsi, di fatto, di controllare l’attività dei loro utenti: più di quanto già non facciano, considerate le centinaia di violazioni che si verificano ogni giorno. Dovranno farlo, dice la direttiva, con «tecnologie efficaci per il riconoscimento dei contenuti». In soldoni, la stessa Unione Europea che sanziona i giganti del web, approva il GDPR e difende la privacy, mette quei giganti nelle condizioni di “spiarci” in maniera ancor più approfondita e, anzi, glielo impone.

IL RISCHIO PER I PESCI PICCOLI DI ANDARE FUORI MERCATO

Non è finita: quello che si scrive “riconoscimento dei contenuti” e si legge intelligenza artificiale è la stessa tecnologia adoperata, ad esempio, da Facebook per rintracciare notizie e account falsi, ritenuta dei parlamentari che hanno interrogato Mark Zuckerberg, e da lui stesso, insufficienti. Lo stesso si può dire dei filtri che attribuiscono un’identità ai contenuti caricati utilizzato da YouTube, spesso criticato per aver rimosso erroneamente molti video. Oltre che perfettibili, sono strumenti estremamente costosi, che non tutte le piattaforme digitali potrebbero permettersi. I sostenitori della direttiva hanno chiarito che le piattaforme «minori» e quelle «non profit» non saranno toccate, ma i criteri in base ai quali tutto questo sarà definito non sono specificati.

Veniamo all’articolo 11, da molti definito “link tax". Stabilisce che le piattaforme digitali che aggregano notizie e contenuti giornalistici paghino una licenza agli editori per mostrare la loro proprietà intellettuale. Anche qui, i “piccoli” sono esclusi, ma non si sa in base a quali criteri. Peggio ancora, le modalità di pagamento e tassazione non sono definite: farlo è compito degli Stati membri. Questo articolo della direttiva ha implicazioni pesanti: tratta le piattaforme digitali alla stregua di editori come gli altri e, soprattutto, considera per la prima volta nella storia il link oggetto di proprietà. Certo, si potrebbe obiettare che sono i titoli mostrati negli snippet e ciò che introducono ad essere proprietà intellettuale, ma nella pratica è come se i collegamenti stessi lo fossero. Il World Wide Web si fonda sulla libertà di quei collegamenti, cosa che la licenza introdotta dalla direttiva elimina, anche se solo nel caso di Google e Facebook. Anche perché nessuno dei due giganti copia e pubblica integralmente al di fuori della loro destinazione originaria articoli di giornale (cosa che è già fuorilegge).

GLI APPLAUSI DEI GRANDI EDITORI, LA PRUDENZA DEI PICCOLI

Si è parlato tanto di informazione libera, sopravvivenza dei giornali e quant’altro, ma niente di tutto questo è stato mai messo in discussione. Si dà poi per scontato che sia Google sia Facebook accettino tutto questo, ma se vogliamo dire le cose come stanno: non sono obbligati. Non è la stessa cosa, ma nel 2014, quando la Spagna impose il pagamento di una tassa analoga, il Google News iberico chiuse i battenti, creando danni ingenti a tutti gli editori, grandi e soprattutto piccoli. Non è un caso che molti giornali esclusivamente digitali abbiano criticato la direttiva, invece di inneggiare alla lotta contro i cattivi del web. Si può discutere di quanto i media online se la passino male e del fatto che, senza Google e Facebook, potrebbero stare molto meglio. Ma forse, senza i due grandi, oggi nemmeno esisterebbero. E c’è un altro aspetto: ancora non si sa in che cosa consisterà la licenza, ma se l’importo del pagamento fosse proporzionale al traffico o al numero di volte in cui un link è mostrato sui motori di ricerca o condiviso sui social network, è chiaro che a guadagnarci saranno i grandi editori e non certo i piccoli.

IL CORAGGIO CHE MANCA: AFFRONTARE I BIG DIRETTAMENTE

La domanda è: se bisognava bisogna fare dei (giusti) distinguo e, in qualche modo, ridimensionare Google e Facebook, aveva senso farlo in questo modo? Mettendo in mezzo il diritto d’autore e rischiando di creare effetti controproducenti per tanti? No. Anzitutto, dovremmo partire dal presupposto che se le cose sono andate in un certo modo, non è perché le aziende media-tech sono cattive, ma perché nessuno in politica si è mai preoccupato di dargli delle regole o è stato in grado di capire quale sarebbe diventata la loro influenza. Poi, dovremmo stare ai fatti e studiarli. Invece di tassare il link, si prendano in esame le modalità con cui gli algoritmi regolano la visibilità dei contenuti sulle grandi piattaforme. Invece di girarci intorno, si faccia una legge soltanto per i giganti, a questo punto (magari riconoscendo che sono dei monopoli di fatto e scorporandoli). Invece di pontificare sulla libertà di informazione, si osservi come funzionano davvero queste piattaforme e che cosa, intorno a loro, è nato di nuovo. Perché esiste ed è grande.

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