Casa Futuro Nomadi Digitali
Scienza e Tech
16 Settembre Set 2018 1800 16 settembre 2018

La casa del futuro? Quella dei nomadi digitali

Abitazioni sempre più grandi, con spazi in comune e postazioni di lavoro: i digital nomads sperimentano un modello che (probabilmente) sarà quello dei freelance di domani.

  • Jacopo Franchi
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Si sentono liberi di muoversi ovunque nel mondo, a prescindere dalle frontiere e dai passaporti. Non hanno una professione definita, o meglio ne hanno più di una, e quando si incontrano sono soliti condividere la stessa casa, anche a gruppi di decine per volta. Non parlano la stessa lingua, passano la maggior parte del loro tempo su un computer o uno smartphone ultimo modello, tenendosi alla larga dai lavori più ripetitivi e manuali. Sono migranti, ma a differenza di chi fugge da guerre o povertà non sono vittima di odio e persecuzioni razziali: sono i nomadi digitali, e i Paesi sono disposti a fare a gara per accoglierli, al punto da stravolgere le regole di ingresso e la stessa conformazione urbanistica e residenziale.

OLTRE IL MITO DEL NOMADE DIGITALE CHE LAVORA IN SPIAGGIA

L’ultima, in ordine di tempo, è stata l’Estonia che ha annunciato per il 2019 l’introduzione del primo “visto” per nomadi digitali al mondo. Negli anni passati, invece, un numero crescente di iniziative pubbliche e imprenditoriali hanno provato con vario successo a catturare il flusso dei “nuovi nomadi”: dalle residenze in co-living di Roam al progetto dei giovani di Martis, in provincia di Sassari, per la creazione della prima “Digital Nomad Town” tra le case del borgo a rischio spopolamento. Difficile, oggi, avere un quadro preciso del numero e delle caratteristiche dei “nomadi digitali”: identificati in un primo momento con sviluppatori, web designer o blogger, i “nomadi digitali” possono essere dipendenti, consulenti, imprenditori che scelgono di spostarsi da una città all’altra, da un Paese all’altro alla ricerca dell’ambiente più stimolante, della migliore qualità di vita. A prescindere dalla presenza di opportunità lavorative: è il lavoro che li segue, grazie alla possibilità di lavorare da remoto assicurata dalle nuove tecnologie.

Con la nascita dei primi co-living è oggi possibile prendere in affitto una stanza e un luogo di lavoro anche solo per pochi giorni

Alberto Mattei, fondatore del sito nomadidigitali.it

Nulla di più lontano, tuttavia, dallo stereotipo del giovane “nerd” con un computer davanti a una spiaggia tropicale, al tramonto. Se è vero che esistono co-living come il BeachHub di Koh Phangan in Thailandia dove le scrivanie sono tutte orientate in direzione del mare, ovunque stanno nascendo forme miste di co-working e abitazioni condivise dove la qualità delle relazioni professionali e umane fa la differenza rispetto al costo della vita. Luoghi come i co-living, quindi, dove gli spazi dedicati al lavoro, alla vita privata e alla socialità sono ricavati all’interno dello stesso edificio, in un equilibrio di persone e di cose spesso non semplice da raggiungere ma affascinante da studiare. «Ho sempre vissuto in condivisione» racconta Anna Franchi, nomade digitale in quattro continenti diversi e autrice del progetto taste your dream. «In una villa di Bali eravamo in otto, tutti nomadi digitali, quindi vivevamo e lavoravamo praticamente sempre insieme. Condividevamo la cucina, il salotto, la piscina e il giardino con vista sui campi di riso...». Luoghi, quindi, dove la distanza tra letto e ufficio condiviso spesso si riduce allo spessore di una parete di pochi centimetri.

CASE SEMPRE PIÙ GRANDI MA SEMPRE MENO PRIVATE

Illuminante, in questo senso, è un’inchiesta dell’Economist sul network di co-living Roam, presente a Londra, San Francisco, Bali, Miami, Tokyo, dove a un prezzo unico si dispone di una camera da letto e un bagno privato oltre a spazi di lavoro, cucina e aree ristoro condivise. Una soluzione che l’Economist paragona alle “Comuni” degli Anni 70, con le dovute differenze: nelle “Comuni” moderne ognuno è libero di svolgere il proprio lavoro, l’intimità degli spazi privati è sacra e i prezzi d’affitto non sono alla portata di tutti, seppur inferiori a quelli di un mese in hotel o in appartamento con Airbnb. «Fino a poco tempo fa l’offerta residenziale per i nomadi digitali era la stessa dei turisti: case vacanza, affitti brevi, hotel», dichiara a Lettera43 Alberto Mattei, consulente di comunicazione e fondatore del sito nomadidigitali.it. «Con la nascita dei primi co-living è oggi possibile prendere in affitto una stanza e un luogo di lavoro anche solo per pochi giorni o per pochi mesi, per entrare in contatto con persone che hanno la tua stessa mentalità, il tuo stesso stile di vita». Un’opinione condivisa anche da Simona Camporesi, nomade digitale, ghostwriter e seo copywriter: «in questi ultimi cinque anni ho vissuto ovunque, dalla guesthouse all’appartamento privato, con enormi differenze in termini di dimensioni, comfort e prezzo. In futuro probabilmente ci saranno case costruite per quelli come noi, dove ogni persona ha la sua stanza e può contare su una serie di servizi in comune come lavanderia, orto o auto».

Quella dell’Economist è la prima inchiesta approfondita su un nuovo modo di vivere gli spazi di lavoro e di intimità che ha pochi precedenti nella storia dell’uomo: niente case di proprietà esclusiva, né piccoli monolocali in affitto lontani due ore dal luogo di lavoro. Piuttosto, la tendenza generale è quella di costruire o riqualificare grandi abitazioni, destinando solo una minima parte di queste ultime alla vita privata. Piccole comunità, quindi, ad altissimo capitale umano e ricambio demografico, che possono fare la fortuna di una città o di un borgo rurale altrimenti condannato allo spopolamento. Il nomade digitale è l’espressione massima di uno stile di vita “minimalista”, dove gli spazi dedicati alla vita privata si fanno sempre più ristretti, perché sempre meno sono gli oggetti che il “nomade” ha bisogno di portare con sé da un Paese all’altro, da un’esperienza di vita all’altra. Libri, film, canzoni, documenti, denaro, ricordi, strumenti di lavoro: tutto quello che è possibile digitalizzare viene digitalizzato, per non diventare un impaccio in occasione del prossimo trasferimento (o un legame troppo stretto con le esperienze passate).

VIAGGIARE LEGGERI, RIDURRE I CONSUMI (E GLI SPRECHI)

«Per quanto mi riguarda», dice Nina Virtuoso, copywriter, «ho imparato a viaggiare leggera e a ridurre i miei consumi, non solo per una questione di risparmio quanto per una maggiore attenzione agli sprechi. Il non poter accumulare troppi oggetti e la libertà di poter sempre cambiare destinazione ti insegna a farti mille domande in più prima di acquistare qualcosa che spesso poi, alla fine, non comprerai». Il nomade digitale, in questo senso, è il modello di riferimento di chiunque si ritroverà nei prossimi anni a fare i conti con affitti alle stelle, prezzi delle case in aumento, e la necessità di trovare un luogo dove lavorare che non sia necessariamente il salotto di casa. Che cosa resta delle case così come abbiamo imparato a conoscerle fino ad oggi, dove negli spazi privati si modella e si sviluppa gran parte della nostra vita interiore? «Intimità è il posto in cui mi sento a mio agio», racconta Mery Sinatra di Wild at Earth graphic designer e nomade digitale con alle spalle oltre 25 Paesi attraversati e vissuti, «è un concetto molto relativo che non dipende dal numero di stanze, ma da un rapporto equilibrato tra l’ambiente esterno e l’abitazione. Un ambiente essenziale, pratico e pulito». Ambienti, si potrebbe aggiungere, in cui vivere pensando al nomade che verrà dopo di noi.

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