Mano Bionica Tatto
Scienza e Tech
20 Settembre Set 2018 1937 20 settembre 2018

La prima mano bionica che imita il tatto

È stata sperimentata con successo su una paziente italiana. La protesi riproduce il coro di segnali che dai polpastrelli arriva al cervello. Ora l'obiettivo è renderne possibile l'uso quotidiano.

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Loredana Puglisi, imprenditrice originaria della provincia di Siracusa, nel 2016 ha perso una mano per un incidente sul lavoro. Oggi ha accarezzato un gatto e afferrato oggetti accorgendosi che erano soffici, rigidi, tondeggianti o squadrati, provando le stesse sensazioni che avvertiva prima dell'infortunio. Ha potuto ritrovare il tatto grazie alla prima mano bionica capace di dare una sensazione molto vicina a quella naturale.

INTERVENTO ESEGUITO AL POLICLINICO GEMELLI DI ROMA

Descritta sulla rivista Neuron, la protesi hi-tech imita la 'voce' dei neuroni, riproducendo il coro di segnali che dai polpastrelli arriva al cervello. «È una dimostrazione di come sia possibile replicare la risposta dei recettori naturali del tatto con un buon livello di fedeltà», ha spiegato Silvestro Micera dell'istituto di Biorobotica della Scuola Sant'Anna, docente di Neuroingegneria translazionale al Politecnico di Losanna e coordinatore della ricerca. Allo studio ha partecipato anche l'Università di Friburgo e l'intervento è stato eseguito a Roma, al Policlinico Gemelli.

IL SEGRETO DELLA MANO BIONICA

Loredana ha sperimentato la mano per circa sei mesi a partire da giugno 2017: «La mano bionica mi consentiva di afferrare oggetti, avvertendone le dimensioni e la consistenza senza vederli. Quando si usano le proprie mani, non si fa caso a queste cose, ma il tatto permette di capire molte cose dell'oggetto, dalla forma alla durezza». A rendere possibile una percezione così naturale è il codice che permette alla mano bionica di trasmettere ai nervi del braccio amputato tutta la varietà di percezioni che avrebbe ricevuto dai recettori del tatto.

IL PERCORSO SEGUITO DAI RICERCATORI

«Non siamo partiti dalla mano robotica, ma dalla sorgente dell'informazione tattile, cercando di riprodurre nel modo più accurato possibile la dinamica dei neuroni nelle dita nel momento in cui una mano tocca un oggetto», ha raccontato Giacomo Valle, studente di dottorato alla Scuola Sant'Anna e primo firmatario della pubblicazione. In questo modo, al sistema nervoso del paziente, è stato trasmesso un segnale subito riconosciuto come naturale.

LE PROSPETTIVE PER IL FUTURO

Ora si guarda al futuro, con l'idea di fare un passo alla volta ma abbastanza velocemente. L'obiettivo ultimo, indicato da Micera, è «rendere il dispositivo impiantabile in modo da permettere l'uso costante e quotidiano». Il primo passo sarà eliminare i cavi, ora necessari per collegare la protesi e lo zainetto con le batterie, sostituendoli con un pacemaker impiantato probabilmente nel torace e una connessione wireless: in questo modo sarebbe possibile l'uso quotidiano della protesi. Le altre due sfide sono rendere più efficiente la stimolazione dei nervi periferici e sviluppare sensori tattili capaci di fornire sensazioni ancora più numerose e naturali.

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