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Scienza e Tech
14 Ottobre Ott 2018 0900 14 ottobre 2018

Corsa contro il tempo per fermare il riscaldamento globale

Abbiamo solo 12 anni per invertire la rotta. E controllare il rischio di siccità, inondazioni, ondate di calore e uragani. 

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«I cambiamenti climatici corrono più in fretta di noi. Siamo in ritardo». Questo secondo le conclusioni dell’ultimo rapporto dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change), organo delle Nazioni Unite che studia i cambiamenti climatici. E il Pianeta ha a disposizione solo 12 anni per correre ai ripari e mantenere il riscaldamento globale a un massimo di 1,5 gradi: solo mezzo grado in più potrebbe avere conseguenze devastanti e aumentare il rischio di siccità, inondazioni, ondate di calore, uragani (ultimo in ordine di tempo l’Hurricane Michael che ha devastato in questi giorni la Florida).

SERVONO INVESTIMENTI PARI AL 2,5% DEL PIL MONDIALE PER 20 ANNI

L’allarme dell’Ipcc giunge dalla Corea del Sud, dove si è svolto un summit cui hanno partecipato scienziati e amministratori di tutto il mondo. Occorre «un’azione collettiva e senza precedenti in tutte le aree» per ridurre le emissioni globali di anidride carbonica (CO2) della metà entro il 2030 e del tutto entro il 2050: con interventi in settori chiave quali «energia, industria, costruzioni, trasporti e città». E per attuare queste misure servono investimenti ingenti: una spesa annua pari al 2,5% dell’intero Prodotto interno lordo mondiale per almeno 20 anni. Le conseguenze del riscaldamento di un solo grado della superficie terrestre sono già visibili: condizioni meteorologiche estreme, innalzamento del livello del mare e diminuzione dei ghiacci artici.

Il rapporto di 400 pagine dell’Ipcc (due anni di lavoro di 91 ricercatori di 44 Paesi), commissionato dai governi che nel 2015 firmarono a Parigi l’accordo internazionale sul clima, arriva a ridosso della riunione a Bruxelles dei ministri Ue per l’Ambiente che dovranno stabilire la posizione europea alla prossima Conferenza delle Nazioni Unite sul cambiamento climatico: dal 4 al 13 dicembre a Katowice, in Polonia. I governi saranno chiamati a rivedere l’accordo di Parigi e il rapporto farà da riferimento per la Conferenza, perché il percorso per raggiungere gli obiettivi stabiliti ed evitare il peggio è quanto mai arduo. Quattro le strategie possibili: 1. ridurre i gas serra nell’atmosfera prodotti dall’uomo (con il passaggio a energie rinnovabili e veicoli elettrici, maggiore efficienza energetica, riciclo dei rifiuti, riduzione del consumo di carne) e rimuovere la CO2 (riforestazione, cattura e stoccaggio del carbonio); 2. eliminare i sussidi alle fonti di energia fossili; 3. tassare le emissioni di CO2 (almeno 40-80 dollari per tonnellata entro il 2020 e fino a 50-100 entro il 2030); 4. Investire in infrastrutture a basso impatto ambientale.

IL GLOBAL WARMING È UNA REALTÀ

Il global warming, o riscaldamento globale, è una realtà e ha ragione chi afferma che in breve tempo si giocherà il futuro del nostro modello di sviluppo. «Gli scettici, quelli che da tempo intervengono per smontare il catastrofismo del global warming, sono un fenomeno soprattutto mediatico che di scientifico ha poco. Scettico è chi, lungi dall’essere dubbioso, è assolutamente certo che il cambiamento climatico non comporti alcun rischio. Ma, quando si è onesti intellettualmente, si deve parlare di incertezza nel calcolare con precisione il rischio, più che di scetticismo», spiega Kerry Emanuel, professore di Scienze atmosferiche al Massachusetts Institute of Technology (MIT) e membro del Boston Forum on Energy and Global Challenges (suo il saggio Piccola lezione sul clima). Già alla fine del XIX secolo il chimico svedese e Nobel, Svante Arrhenius, intuì quale fosse l’effetto dei gas serra sul clima e in particolare delle concentrazioni di CO2. Si era solo all’inizio di quel processo industriale che avrebbe immesso nell’atmosfera prodigiose quantità di questo gas, tra i più persistenti: alla fine di questo nostro secolo raggiungerà livelli mai visti dall’epoca geologica dell’Eocene, 50 milioni di anni fa. «Arrhenius aveva anche previsto che l’aumento di CO2 avrebbe scaldato il Pianeta. Ora, la sua predizione si basava sulle misurazioni, dal 1880 al 1910, delle concentrazioni di CO2 in relazione alla temperatura media della superficie terrestre. Solo a partire dal 1958 si è passati alle misurazioni dirette nell’atmosfera che hanno peraltro confermato l’ipotesi di Arrhenius, ovvero la correlazione tra aumento di gas serra e la temperatura della Terra» continua Emanuel.

Riusciremo a sopravvivere con un grado e mezzo in più?

Vivere o forse sopravvivere con un grado e mezzo in più: a questo saremo chiamati già nel 2030. Il riscaldamento globale infatti potrebbe superare la soglia di 1,5 gradi dai livelli pre-industriali già fra 12 anni, se i Paesi continueranno a produrre gas serra come oggi. E al 2100 arriverebbe a +3 gradi.

LE RESPONSABILITÀ DELL'URBANIZZAZIONE

Il surriscaldamento globale dovuto all’immissione ogni anno nell’atmosfera di CO2 - più di 35 miliardi di tonnellate nel 2016 – ma anche di altri gas serra come il metano degli allevamenti di bestiame o conseguente alla produzione di combustibili fossili e alle perdite dei condotti di gas, comporta rischi in termini economici, ambientali e umani. Secondo l’Ipcc, le attività dell’uomo, negli ultimi 100-150 anni, hanno intensificato l’effetto serra: l’anidride carbonica (55%), gli altri gas serra prodotti dall’uomo (30%) e, in minima parte (si stima il 15%), cause naturali come l’aumento dell’attività vulcanica e solare. «Se non si fa nulle per ridurre le emissioni di questi gas e la crescita economica proseguirà rapidamente nei Paesi in via di sviluppo, la temperatura media globale potrebbe essere da 2,5 a 4,5 gradi centigradi maggiore nel 2100 e da 4 a 13 nel 2300», fa notare Emanuel. E i rischi del cambiamento climatico oltre all’aumento della temperatura elencati dal professore sono: un aumento della volatilità delle piogge, che destabilizza i rifornimenti di cibo e acqua; una incidenza maggiore di uragani sempre più frequenti e più forti; l’acidificazione dell’acqua di mare, che mette a repentaglio l’ecosistema marino e la fauna ittica; una riduzione dell’abitabilità di regioni aride e tropicali con conseguenti migrazioni; l’aumento del livello del mare con un’incidenza maggiore di tempeste e inondazioni costiere. «Ora, la scienza del clima dovrebbe saper quantificare tutti questi rischi», spiega l'esperto, «ma è un compito complesso, perché le previsioni variano da luogo a luogo e il surriscaldamento globale non è uniforme, talora riguarda aree lontane dalle città, come la Siberia e il Nord del Canada. Quando noi sappiamo che dal 2 al 4% del surriscaldamento è da attribuire all’urbanizzazione».

Come può influire il cambiamento climatico sulla vita dell’uomo? «Facciamo un esempio: quello del livello del mare», continua Emanuel. «Ventiduemila anni fa era 130 metri più basso rispetto a oggi. C’è da notare che era rimasto straordinariamente stabile negli ultimi 7/8 mila anni in coincidenza con lo sviluppo della civiltà umana. I nostri antenati preistorici erano nomadi, non costruivano città permanenti, e probabilmente non si sono resi conto che il livello del mare stava gradualmente aumentando: circa 1,3 centimetri per anno. Nel XX secolo c’è stato un costante innalzamento del livello marino, sia in conseguenza dell’espansione termica degli oceani sia per lo scioglimento dei ghiacci continentali, ghiacciai e calotta antartica. Ed è ipotizzabile che ci sarà un ulteriore aumento del suo livello nei prossimi decenni, circa un metro in più nel 2100. Le regioni costiere saranno di conseguenza più soggette a inondazioni causate da tempeste o uragani. Il mare, se il suo livello cresce, infiltra le falde acquifere e mette a rischio le risorse acquifere». Anche se riuscissimo a ridurre le emissioni di CO2 entro il 2100, gli oceani non smetterebbero di crescere ed è difficile per la scienza fare previsioni sul ritmo con cui i ghiacci si scioglieranno a causa del clima più caldo. Le città costiere non potranno facilmente adattarsi, e gli insediamenti dovranno spostarsi altrove.

GLI EFFETTI DEI CAMBIAMENTI CLIMATICI

Le temperature torride che hanno attraversato i Paesi mediterranei l’estate scorsa sono probabilmente da collegare ai cambiamenti climatici. Secondo il World Weather Attribution (Wwa) l’ondata di calore portata dall’anticiclone Lucifero, che ha colpito l’agosto 2017 Francia, Italia e Croazia, è da attribuire all’effetto serra causato dall’uomo. Per tre giorni e tre notti consecutive le temperature non sono scese sotto i 30 gradi. Un caldo così prolungato è nocivo alla salute. Secondo l’analisi fatta sempre dagli scienziati del Wwa il riscaldamento globale avrebbe reso 10 volte più probabili gli incendi in Spagna e Portogallo e le inondazioni di Francia e Inghilterra nel 2000. «I cambiamenti climatici possono contribuire a far aumentare il potenziale distruttivo e l’intensità degli uragani. Irma, che ha colpito la Florida il settembre dello scorso anno, è un esempio: il passaggio sull’Oceano Atlantico, la cui temperatura era superiore alle medie del periodo, lo ha reso più potente: aveva un’energia pari a 7 mila miliardi di watt, circa due volte l’energia di tutte le bombe usate nella seconda guerra mondiale» (leggi anche: i morti e i costi dello smog).

ALLA RICERCA DI ENERGIE ALTERNATIVE

Quali gli interventi più urgenti per ridurre il riscaldamento del nostro Pianeta? Il protocollo di Kyoto, firmato nel 1997 e prolungato al 2020 con ulteriori obiettivi di taglio alle emissioni di gas serra, prevede delle quote da pagare. «Il loro prezzo dovrebbe riflettere il costo reale - presente e futuro - che queste emissioni comportano alla società, in termini di inquinamento e cambiamenti climatici. Ciò stimolerebbe l’innovazione e la ricerca di combustibili alternativi», sottolinea Emanuel. «Al G7 sul clima del 2017, a Parigi, la Cina, l’Europa e l’India hanno dichiarato che onoreranno gli impegni presi sul cambiamento climatico, a differenza di Donald Trump. E la Cina dal 2007 ha superato gli Stati Uniti in termini di emissioni di gas serra». La maggior parte delle decisioni da prendere per limitare i danni alla Terra (e all’umanità) dipendono da scelte politiche ed economiche. Si dovrebbe investire soprattutto sullo sviluppo di fonti di energia ‘carbon-free’, che non producono anidride carbonica, ma se il prezzo di queste emissioni non viene tassato a un prezzo più alto, sarà difficile che ciò avvenga. «I nuovi piccoli reattori a fissione nucleare, modulari o di altro tipo, sono essenziali per il futuro dell’energia perché possono integrare le fonti rinnovabili, solari o eoliche, e hanno un impatto minore sull’ambiente», conclude Emanuel che si dice ottimista sullo sviluppo della fusione nucleare, una fonte di energia potenzialmente infinita e pulita che imita la fisica termonucleare che alimenta le stelle. «Potrebbe essere commercialmente disponibile fra 20-30 anni. Forse troppo tardi per ridurre i rischi del cambiamento climatico».

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