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Scienza e Tech
13 Novembre Nov 2018 2212 13 novembre 2018

Come sta andando la cura del diabete in Italia

La prescrizione dei farmaci più nuovi ed efficaci per il "tipo 2" è frenata da restrizioni burocratiche. Eppure ridurrebbero le complicanze. Che pesano sul 75% dei 15 miliardi di spesa sanitaria annua. Il bilancio.

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Il 14 novembre di ogni anno si celebra in tutto il mondo la Giornata del diabete, istituita nel 1991 dall’International diabetes federation e dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per sensibilizzare l’opinione pubblica su una patologia che – secondo le stime – nel mondo interessa 425 milioni di persone tra i 20 e i 79 anni. Un numero preoccupante che peraltro si prevede in crescita: nel 2045 potrebbero arrivare a essere 629 milioni i pazienti affetti da diabete.

SOTTO IL NOME DI DIABETE CI SONO MALATTIE DIVERSE

Se aumenta la diffusione della patologia, per fortuna cresce però anche la sua conoscenza. Il professor Lorenzo Piemonti, direttore del Diabetes research institute dell’Istituto di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) all'Ospedale San Raffaele di Milano, spiega a Lettera43.it: «Essenzialmente sappiamo che sotto il nome di diabete ci sono in realtà malattie diverse, tutte caratterizzate dal fatto che il livello di zucchero del sangue sale, ma le cui cause e conseguenze possono essere differenti».

IL TIPO 2 CHE DIPENDE DA CIBO E STILE DI VITA

Una delle principali cose da sapere è innanzitutto la distinzione tra diabete di tipo 1 e di tipo 2. «Il diabete di tipo 2», continua il professore, «è una malattia fortemente associata al nostro comportamento alimentare e allo stile di vita, e che ha in molti casi come concausa l’eccesso di peso oltre a una forte familiarità. Questo tipo di diabete si cura spesso con farmaci presi per bocca e qualora questi non siano sufficienti anche con insulina». Si tratta di una malattia che colpisce più frequentemente in età adulta, anche se a causa dell’obesità infantile sono sempre più frequenti i casi in giovane età.

«Il diabete di tipo 1 invece», dice Piemonti, «non è associato a ciò che mangiamo o a come viviamo, ma ha la sua origine in un malfunzionamento del nostro sistema immunitario che riconosce come estranee le cellule che producono insulina e le distrugge. Il diabete di tipo 1 colpisce prevalentemente in età giovanile, spesso in età prescolare, non ha una fortissima familiarità e necessita da subito una terapia con iniezione di insulina più volte al giorno per poter sopravvivere». E puntualizza: «Purtroppo il diabete di tipo 1 al momento non si può prevenire».

CINA, INDIA E USA I PAESI CON PIÙ PAZIENTI

Nonostante la ricerca faccia passi avanti, i numeri della patologia nel mondo a oggi non lasciano dormire sonni tranquilli. «Essenzialmente», afferma Piemonti, «i 10 Paesi con il numero maggiore assoluto di pazienti con diabete tra i 20 e i 79 anni sono nell’ordine: Cina, India, Usa, Brasile, Messico, Indonesia, Russia, Egitto, Germania e Pakistan». E precisa: «Il numero di morti stimate nel 2017 per diabete è stato di 4 milioni. Se prendiamo i dati solo del diabete di tipo 1 in soggetti con meno di 20 anni si stima che ci siano 1 milione 106 mila 500 bambini e adolescenti con 132.600 nuovi casi diagnosticati ogni anno; la classifica per i diversi Stati è un poco modificata: Usa, India, Brasile, Cina, Russia, Algeria, Regno Unito, Arabia Saudita, Marocco, Germania».

IN ITALIA CI SONO 3,5-4 MILIONI DI MALATI

E in Italia? «A secondo delle fonti», dice, «si stima un numero variabile tra il 5,5% e il 6,4% della popolazione, cioè 3,5-4 milioni di persone. A cui si aggiunge un milione di persone che hanno il diabete e non sanno di averlo». È l’annoso problema dei tanti casi di diabetici ancora misconosciuti. Francesco Purrello, professore di Medicina interna all’Università di Catania e presidente della Società italiana di Diabetologia, spiega: «Quello che è necessario è diffondere a tutti i livelli e in tutte le occasioni l’identikit di questi soggetti, molto spesso senza sintomi. Solo facendo una semplice misura della glicemia a digiuno possono essere infatti nella maggior parte dei casi già individuati».

LA GLICEMIA UN PO' ELEVATA NON DÀ SINTOMI EVIDENTI

Come? «Si tratta di persone di età per lo più superiore ai 45 anni in sovrappeso, con uno stile di vita sedentario e quindi scarsa attività fisica, e presenza nella famiglia (genitori, nonni) di persone con diabete insorto in età adulta». Casi che stentano a emergere anche perché la glicemia un po’ elevata non dà sintomi evidenti, per esempio non provoca dolore. «Se facesse male», chiarisce Purrello, «la scopriremmo subito. Invece li dobbiamo andare a cercare. Il contributo della medicina generale anche in questo caso è fondamentale».

Dal Rapporto 2017 dell’Osservatorio Arno Diabete - "Il profilo assistenziale della popolazione con diabete”, frutto della collaborazione fra la Società italiana di diabetologia (Sid) e il Consorzio interuniversitario Cineca, emerge che per controllare l’iperglicemia si fa ancora scarso uso dei più innovativi farmaci orali e iniettabili non insulinici. «Uno di problemi maggiori che abbiamo nel paziente con diabete di tipo 2», dice Piemonti, «è quella che noi chiamiamo inerzia terapeutica. In pratica al momento della diagnosi, o subito dopo, le linee guida raccomandano la somministrazione di un farmaco denominato metformina e interventi sullo stile di vita, ma se il target glicemico non viene centrato dopo tre mesi, dovrebbe far seguito un "aggiustamento" della cura».

FARMACI INNOVATIVI NON USATI OPPORTUNAMENTE

E invece succede spesso altro. «Si assiste a ritardi sia nella prescrizione che nell’intensificazione delle terapie contro l’iperglicemia», continua Piemonti, «questo problema assieme alla non aderenza del paziente alle prescrizioni costituiscono in modo significativo al mancato raggiungimento di un buon compenso glicemico nei diabetici di tipo 2». Riuscire a individuare il paziente giusto cui prescrivere il farmaco giusto poi richiede tempo e non è semplice. «Per quanto riguarda il problema della prescrizione dei farmaci innovativi», sostiene Piemonti, «spesso i nuovi farmaci sono soggetti al Piano terapeutico (prescrizione particolare che può essere emessa solo da centri specializzati) e così, anche se sono più efficaci e più sicuri rispetto ai farmaci di vecchia generazione, non vengono utilizzati nella misura opportuna».

I nuovi medicinali sono più costosi rispetto a quelli vecchi, ma hanno dimostrato di essere più sicuri ed efficaci anche nel ridurre alcune pericolose complicanze

Il professor Francesco Purrello

«La prescrizione dei farmaci più innovativi», è il parere di Purrello, «è frenata in Italia da una serie di restrizioni di tipo burocratico, che mi auguro vadano semplificandosi nel prossimo futuro. Si tratta certamente in molti casi di farmaci più costosi rispetto a farmaci più vecchi, ma che hanno dimostrato di essere più sicuri ed efficaci anche nel ridurre alcune pericolose e costosissime complicanze del diabete, come l’infarto miocardico, l’ictus cerebrale o le gravi complicanze renali».

GROSSO DELLA SPESA IN RICOVERI, VISITE ED ESAMI

E aggiunge: «Bisogna sapere che la gestione del diabete è sicuramente costosa, ma solo il 7% viene speso per i farmaci anti-diabete. Il 75% di queste somme viene spesa invece per la gestione delle gravi complicanze croniche della malattia, come ricoveri ospedalieri, visite ed esami specialistici. Occorre capire che per ogni euro in più speso per una migliore terapia del diabete se ne risparmiamo almeno 7 in termini di gestione della malattia».

PRESCRIZIONE DA RENDERE MENO FARRAGINOSA

La soluzione è dunque quella di rendere più semplice e meno farraginosa la prescrizione di questi farmaci da parte dei diabetologi. E, conclude Purrello, «consentire anche ai medici di medicina generale di poterne prescrivere almeno alcuni, quelli meglio conosciuti e già prescritti dagli specialisti da diversi anni». La spesa italiana annua in costi diretti per il diabete è attualmente di 15 miliardi di euro. «Nonostante l'apparenza di cifra molto elevata», commenta Piemonti, «in realtà è di gran lunga inferiore rispetto agli altri Paesi europei confrontabili per dimensioni e importanza dell'assistenza sanitaria. Francia, Germania, Regno Unito hanno costi molto più elevati. A questi si dovrebbero aggiungere quelli indiretti che potrebbero contribuire anche al 50% del totale».

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