Dipendenza Cellulare 2018
Scienza e Tech
24 Novembre Nov 2018 1800 24 novembre 2018

Tanti auguri smartphone, nostra droga quotidiana

Il primo, 26 anni fa, pesava mezzo chilo e fu un flop. Ora invece ne siamo talmente dipendenti che si moltiplicano i libri e i corsi su come disintossicarci. 

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Altan, lapidario, ci aveva azzeccato: «È record», recita una sua vignetta, «ogni cellulare possiede un italiano». E a guardare i dati sulla penetrazione del mezzo in Italia, e sugli effetti di dipendenza che questo provoca, se ne ha la conferma: il Belpaese – secondo i dati contenuti nel rapporto Digital in 2017 Global Overview risulta infatti fra i Paesi con la più alta penetrazione di telefonini rispetto alla popolazione mondiale, con un tasso di ben l’85%. Non solo. Secondo il primo Rapporto Auditel-Censis su convivenze, relazioni e stili di vita delle famiglie italiane risulta in possesso di uno smartphone ben il 97,2% degli italiani nella fascia fra 18-34 anni; l’85,8% degli adulti nella fascia 35-64 anni; l’89,2% nella fascia fra gli 11 e i 17 anni; e persino l'11,4% dei bambini nella fascia d'età fra 4 e 10 anni risultano utilizzare lo smartphone. Oggetto-feticcio, compagno quotidiano, persino motivo di crisi di coppia per la sua eccessiva invadenza, tanto da aver dato origine anche al fenomeno battezzato come phubbing (riferito a quanti, pure in compagnia, restano attaccati allo schermo),lo smarphone non smette di far parlare e scrivere di sé. Perché fa parte della vita di tutti. Tanto che il 60% degli italiani (Rapporto Coop 2017) lo ritiene un oggetto persino irrinunciabile.

QUANDO C'ERANO 70 PAGINE DI LIBRETTO DI ISTRUZIONI

In appena due decenni – grazie alo smartphone, che ci ha portato il mondo in tasca – è cambiato profondamente il nostro rapporto con la comunicazione interpersonale. Cosa impensabile, 26 anni fa, quando veniva lanciato Simon Personal Communicator. Era il 23 novembre 1992 e l’Ibm lo presentava alla fiera informatica Comdex di Las Vegas come prodotto rivoluzionario. Orfano di tastiera fisica ma munito di tastiera touch screen Lcd di 4,5 pollici con tanto di pennino, telefono e insieme palmare, antenna esterna, risoluzione 160x293 pixel, 1 MB di RAM: un autentico "prodigio" della tecnologia. Così rivoluzionario per l'epoca che c'era bisogno di un libretto di istruzioni di ben 70 pagine, in allegato allo strumento nuovissimo lungo 20 centimetri, largo 6,4 e di ben 3,8 centimetri di spessore. Peso: mezzo chilogrammo. Il suo ingombro e una batteria che durava meno di un'ora si facevano perdonare da tutte le funzionalità che Simon permetteva: chiamate telefoniche, agenda, orologio, calendario, sveglia, promemoria, invio di mail e fax, e conservazione di file. E c'era persino un gioco: Scramble ovvero il gioco del quindici, in assoluto il primo videogioco istallato su un telefonino.

UN FLOP COMMERCIALE


Simon Personal Communicator per le sue caratteristiche, va da sé, era ancora destinato al segmento business, forte del fatto che il suo proprietario veniva per la prima volta reso raggiungibile ovunque. Ma, sarà per la scarsa durata della batteria o sarà per il prezzo di lancio troppo alto (899 dollari) per l'epoca della sua messa in commercio (1994), fatto sta che questo primo "cellulare intelligente" non decollò: venduto in più di 50 mila unità, sei mesi dal lancio già iniziava il suo declino commerciale. Eppure l'innovazione che aveva introdotto era destinata a plasmare a tal punto le relazioni sociali di lì a qualche anno tanto da portare il suo abuso a vere e proprie derive patologiche. Come la cosiddetta nomofobia, vale a dire l'ansia di rimanere senza connessione mobile (secondo l’Internet Trends Report di Klaunier Perkins Caufield & Byer’s, negli Stati Uniti lo smartphone verrebbe tenuto d’occhio in media 150 volte al giorno). Inevitabile che gli atteggiamenti ossessivo compulsivi da telefonino - dipendenza o cellulare-addiction che dir si voglia - abbiano dato il là a una pubblicistica ormai vasta, tesa a indagare il fenomeno e a cercarne interpretazioni sociologiche e possibili contromisure. Eccone alcune.

LO SMARTPHONE CI RENDE PIÙ O MENO FELICI?

Con il libro Con lo smartphone usa la testa (Sperling&Kupfer) di Nadia Ciani, per esempio, il lettore ha in mano una vera e propria "ciambella di salvataggio" contro l'abuso da telefonino. Tradotta in una serie di regole, a partire dalla necessità fondamentale, secondo l'autrice, che è quella di «sorvegliare quello che i più piccoli fanno con il computer o lo smartphone, anche leggendo le mail o i messaggi che arrivano da sconosciuti, insegnando loro che mai bisogna accettare di incontrare le persone che hanno conosciuto in Rete». Piuttosto eloquente anche il titolo che Aldo Cazzullo ha scritto con i figli per Mondadori: Metti via quel cellulare. Un papà. Due Figli. Una rivoluzione. Un confronto generazionale ben argomentato fra un padre, che avverte tutti i rischi da narcisismo fuori controllo incentivato dal mezzo, e i figli, che nel mezzo vedono invece uno strumento che è parte integrante della loro vita e del loro futuro. Chi ha ragione? Ama il tuo smartphone come te stesso. Essere più felici al tempo dei social grazie alla digital mindfulness, è la risposta che al quesito dà Paolo Subioli con un saggio provocatorio e "puntuto" al tempo stesso sugli effetti collaterali portati dalla pervasività del digitale nell’epoca contemporanea, e su un rapporto più sereno con il mezzo basato sulla mindfulness. Per una digital life vissuta come opportunità e non come impedimento. Pessimista, invece, Adam Alter, professore di psicologia e marketing della New York University, autore di Irresistibile. Come dire no alla schiavitù della tecnologia (Giunti): «La dipendenza da smartphone», ha dichiarato, «ci renderà sempre meno felici». Un libro che mette sotto la lente di ingrandimento lo sviluppo delle dipendenze da tecnologie, fornendo le possibili ricette per mitigare le loro conseguenze più nocive per il nostro equilibrio emotivo. Cosa che, del resto, fa anche Catherine Price, in Come disintossicarti dal tuo cellulare (Mondadori): il suo libro si presenta come un «programma detox in 4 settimane». Che inizia, dalla prime pagine, con la necessità di prendere consapevolezza di avere forse un problema. Ed ecco pronto lo Smartphone Compulsion Test per averne conferma.

UN DIGITAL DETOX PER I GIOVANI A RISCHIO OVERDOSE

Sulla stessa linea della Price, Alessio Carciofi, con Digital Detox (Hoepli), libro in cui fornisce molte statistiche, decisamente molto poco rassicuranti (una per tutte: secondo Cisco, 3 utenti su 5 trascorrerebbero più tempo libero con lo smartphone che con il proprio coniuge). Quando poi ad essere a rischio di “overdose” da telefonino sono i giovanissimi, le cose si complicano ancora di più. Ne è convinta la psicologa americana Jean M. Twenge, autrice di Iperconnessi (Einaudi): un vero e proprio allarme sul pericolo da connessione permanente che colpisce i ragazzi di oggi, più ansiosi, soli, immaturi, infantili e meno ribelli di un tempo. Un'impreparazione alla vita adulta che, se non affrontata di petto, rischia di essere una strada senza ritorno, decisiva. Ma che lo smartphone sia un balsamo per le proprie insicurezze relazionali o una mina per la capacità di attenzione e uno strumento che crea distanze e fratture rispetto a esperienze sensoriali più appaganti, resta il fatto che il suo utilizzo ubiquo per informazioni, comunicazioni interpersonali, giochi e servizi, lo ha reso protagonista della nostra vita quotidiana. E certo lo sarà per molti anni ancora. Tanto che Maurizio Ferraris nel suo libro parte dalla domanda delle domande, per capire cosa sia, davvero, un telefonino: Dove sei? Ontologia del telefonino (Bompiani) è senza dubbio il più bel regalo per festeggiare i 26 anni di questo strumento così tanto amato, e così tanto temuto.

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