Dipendenze Tecnologiche Netflix Social Network
Scienza e Tech
2 Dicembre Dic 2018 1200 02 dicembre 2018

Netflix è solo l'ultima delle dipendenze tecnologiche

Si chiudono in casa per mesi incollati alla tivù. Nel tentativo di sfuggire alla frustrazione della vita reale. Donne e adolescenti i più colpiti. E i sintomi dell'astinenza sono gli stessi di chi rinuncia agli stupefacenti.

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Ore e ore trascorse davanti a un monitor, sacrificando nottate di sonno per sapere come andrà a finire la serie preferita. Se il bingewatching è ormai diventato una consuetudine socialmente accettata, la serialità televisiva rischia di aprire nuove frontiere nel già variegato universo delle dipendenze tecnologiche. Ai primi di ottobre, in India, è stato segnalato il primo caso documentato al mondo di "dipendenza da Netflix". Protagonista un 26enne disoccupato che, per oltre sei mesi, ha rifiutato ogni contatto con la realtà per rinchiudersi in casa e incollarsi al divano di fronte alle produzioni streaming del colosso statunitense.

NETFLIX COME FORMA DI EVASIONE DALLA REALTÀ

Il professore di Psicologia clinica a capo della struttura nella quale l'uomo è stato ricoverato ha spiegato come il paziente avesse l'abitudine di trascorrere oltre sette ore al giorno guardando film e programmi sulla piattaforma online: un tipo di attività che lo aiutava a sentirsi meglio. «Ogni volta che i familiari gli mettevano pressione perché si guadagnasse da vivere o quando vedeva gli amici già realizzati non poteva fare a meno di cercare rifugio nei suoi show preferiti: era un metodo per evadere da una realtà che non riusciva a sostenere». Quando si svegliava al mattino, la prima cosa che l'uomo faceva era accendere la tivù. Ha scoperto ben presto che non era in grado di esercitare alcuna forma di autocontrollo e la dipendenza gli ha causato affaticamento degli occhi, fatica e disturbi del sonno.

DONNE E ADOLESCENTI LE CATEGORIE PIÙ COLPITE

Un comportamento estremo, classificabile all'interno di un quadro di dipendenza patologica, che molto spesso è difficile individuare immediatamente. Malgrado ciò, non è possibile escludere a priori l'esistenza di casi simili anche nel nostro Paese. Lo conferma a Lettera43.it Giuseppe Lavenia, psicologo, psicoterapeuta e presidente dell'Associazione nazionale dipendenze tecnologiche, Gap e cyberbullismo (Di.Te.), che senza lanciare allarmismi conferma di essersi dovuto occupare anche di persone che hanno manifestato simili sintomi. «Al momento sono tre-quattro i ragazzi che rientrano in questa fattispecie che si sono rivolti a noi. Io li chiamo pazienti isolati. È come se fossero degli "eremiti", che scelgono di rinchiudersi tra le mura domestiche per sfuggire alla realtà». I numeri, tuttavia, aumentano se si prendono in considerazione dipendenze maggiormente consolidate, come quelle da videogame e pornografia: «Riceviamo fino a 500 chiamate l'anno. I soggetti più colpiti sono donne e adolescenti», dice Lavenia nel descrivere persone che mediamente trascorrono tra le cinque e le otto ore incollate a uno schermo.

LA TECNOLOGIA HA ELIMINATO L'ATTESA, LASCIANDO SPAZIO ALLA FRUSTRAZIONE

La fase più critica è quella cosiddetta di "svincolo", spiega il professore, vale a dire il momento in cui i ragazzi lasciano il tetto di casa per provare a costruire la propria vita. È questo il lasso di tempo nel quale le conseguenze dell'eccessiva pervasività della tecnologia finiscono col trasformarsi in un boomerang. «La Rete, gli smartphone e gli altri strumenti che ci semplificano la vita hanno abituato i ragazzi ad avere a disposizione tutto e subito. Sono stati completamente azzerati i tempi dell'attesa e questo ha finito col generare la frustrazione del rifiuto una volta messo piede fuori dalla propria comfort zone casalinga». Un esempio? «Uno dei ragazzi che si è rivolto a noi attraverso la sua famiglia è un ingegnere di 24 anni, laureato in tempi record e col massimo dei voti, ma incapace, come tanti, di andare oltre un tirocinio da 500 euro. Il disagio nel convivere con la propria frustrazione lo ha portato a isolarsi a poco a poco per rinchiudersi in casa e non fare altro che guardare film e serie tivù». La tecnologia non va demonizzata, sottolinea il presidente dell'associazione, ma di pari passo è fondamentale portare avanti un lavoro che insegni ai ragazzi a gestire frustrazione e impazienza.

TRA IL 2% E IL 4% DELLA POPOLAZIONE È DIPENDENTE DALLE TECNOLOGIE

D'altro canto, i processi che generano dipendenza sono gli stessi a prescindere dal supporto, spiega a Lettera43.it il dottor Paolo Giovannelli, direttore del centro Esc - Center for internet use disorders di Milano,. Le richieste di aiuto sono in costante aumento, rivela, e per quanto riguarda la fascia di età più colpita sono strettamente connesse alla crescita dei fenomeni di abbandono scolastico. «Non esiste una diagnosi internazionale condivisa per i casi di cui ci occupiamo e per questo non è possibile quantificare il numero di persone oggigiorno alle prese con le dipendenze tecnologiche». Le stime dell'associazione, tuttavia, parlano di una proiezione compresa tra il 2% e il 4% della popolazione affetta da questi problemi. E un altro aspetto che si tende a sottovalutare è il tipo di informazione che di questo problema viene comunicata. «La banalizzazione del pensiero comune che ci vuole tutti dipendenti finisce con lo sminuire chi davvero deve fare fare i conti con una sindrome da dipendenza». Ma come fare a capire quando si ha a che fare con una situazione patologica? «Quando si è presenza di una situazione di ritiro sociale che si protrae per mesi. Per questo è fondamentale l'attenzione di genitori e familiari». Primo passo per provare a distinguere quadri patologici da semplici atteggiamenti culturali.

GLI STESSI SINTOMI DELL'ASTINENZA DA SOSTANZE STUPEFACENTI

Non è un caso, d'altra parte, che un recente studio pubblicato dalla rivista scientifica Cyberpsychology, behavior and social metworking abbia accomunato l'astinenza da social network a quella da sostanze stupefacenti. I sintomi sviluppati nei soggetti presi in esame sono gli stessi, dall'ansia alla noia ai cambiamenti di umore. Ed è solo la punta di un iceberg, sostengono i ricercatori austriaci che hanno condotto il lavoro per le università di Krems e di Vienna: su oltre mille individui dai 18 anni in su cui era stato proposto di partecipare allo studio, solo 152 (meno del 15%) hanno aderito, segno che per gli altri era pressoché impossibile pensare di stare lontani dai social per sette giorni. Gli esperti non solo hanno registrato sintomi di astinenza (nonostante il campione potesse comunque usare le mail, il telefono e gli sms), ma hanno anche constatato che quasi il 60% del campione ha avuto una «ricaduta», cioè è contravvenuto alla regola di non usare Facebook e WhatsApp prima dello scadere dei sette giorni.

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