ghiacciai-alto-adige-riscaldamento-globale Ortles
Scienza e Tech
2 Dicembre Dic 2018 1100 02 dicembre 2018

L'anno nero dei ghiacciai altoatesini

Lo spessore in vetta cala ogni anno di più. A causa del riscaldamento globale e di una estate più calda e lunga del normale. Lo stato di salute delle nostre vette. 

  • ...

Il ritiro dei ghiacciai è ormai costante e progressivo. Negli ultimi 170 anni i maggiori apparati glaciali altoatesini si sono ritirati di due-tre chilometri, con una perdita di superficie di oltre i due terzi. Per trovare l’ultima macroscopica fase espansiva dei ghiacciai alpini bisogna risalire alla cosiddetta piccola età glaciale, culminata attorno al 1850. Fatta eccezione per alcuni periodi del secolo scorso - attorno al 1920 e tra il 1970 e il 1980 - quella a cui stiamo assistiamo è una inesorabile agonia.

LE CONSEGUENZE DELL'AUMENTO CLIMATICO

Complice l’aumento delle temperature a livello globale, gli ultimi tre decenni sono stati in sequenza più caldi di qualsiasi decennio precedente dopo il 1850. A subirne le conseguenze è stato anche l’arco alpino: varie analisi mostrano come il riscaldamento globale in questa area sia ancor più marcato. «Essenzialmente», spiega a Lettera43.it Roberto Dinale, vicedirettore dell'ufficio idrologico della Provincia di Bolzano, «i ghiacciai sono indicatori sensibili dei cambiamenti climatici e anche la loro evoluzione futura sarà conseguenza diretta di quella del clima. Per quest’ultima sono oggi disponibili proiezioni che si fondano su una serie di scenari di emissione, denominati Rcp, Representative Concentration Pathways, dipendenti dallo sviluppo socioeconomico e tecnologico che vivremo nel XXI secolo». E aggiunge: «A seconda dei casi, a livello globale è atteso un aumento delle temperature di 1-2 gradi entro la metà del secolo, e di 1,5-4,0 gradi entro il 2100». E l’Alto Adige si colloca nella fascia medio-alta di queste stime.

IN 30 ANNI LA SUPERFICIE DEL GHIACCIO SI DIMEZZERÀ

Applicando questi risultati alle dinamiche glaciali, pur con una incertezza imputabile alla variabilità naturale del clima, risulta probabile che nel 2030 sopravviverà circa la metà del volume di ghiaccio che era presente nel 2000 e solo un quarto a fine secolo. «Anche il contributo dei ghiacciai ai deflussi», precisa Dinale, «andrà scemando con l’ulteriore riduzione delle aree glaciali». Gli eventi di cui siamo testimoni e che possiamo prevedere con ragionevole affidabilità descrivono dunque una forte agonia dei ghiacciai, non solo altoatesini. «La speranza è di mantenere l’innalzamento delle temperature al di sotto di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali, come prevede l’accordo firmato da 195 Paesi alla conferenza sul clima di Parigi nel dicembre 2015.

Il riscaldamento globale causa lo scioglimento eccessivo dei nostri ghiacciai.

E dire che il 2018 era cominciato con un inverno molto nevoso, che in Alto Adige si era tradotto in ripetuti periodi di elevato pericolo valanghe culminati tra il 21 e il 23 gennaio. «Questo», ricorda l’esperto, «aveva fatto sperare in una boccata di ossigeno per i ghiacciai, dato che in estate il ghiaccio viene intaccato solo dopo lo scioglimento del manto nevoso di copertura. Alle quote più elevate tuttavia molto spesso nevica non solo nei mesi centrali dell’inverno, come è avvenuto abbondantemente l’anno passato, ma già in autunno e anche in primavera inoltrata. Questi ultimi fattori sono venuti a mancare e così un inverno percepito come eccezionale, in alta quota è risultato nella media. Anzi il clima molto mite registrato già in aprile ha prodotto uno scioglimento delle nevi anticipato di un mese circa rispetto alla norma». Già a fine giugno, i ghiacciai hanno cominciato a scoprirsi. «Per questo motivo», spiega, «le nostre proiezioni di riduzione di spessore glaciale erano da subito state molto negative, con stime orientate a una perdita di ghiaccio doppia rispetto alla media di lungo periodo, che è dell’ordine del metro».

PERSO UNO SPESSORE DI GHIACCIO TRA i 2 E I 3 METRI

Previsioni che sono state confermate dai risultati dell'anno idrologico 2017-2018 (dal primo ottobre al 30 settembre): la perdita di spessore sui ghiacciai si è attestata tra 1.800 e 2.500 mm di acqua equivalente. Colpa anche di una «estate molto calda, lunga e senza irruzioni fredde, eccezion fatta per un evento che a fine agosto aveva portato la neve fino alle quote intermedie». Di più: l’estate 2018 è stata per i ghiacciai più drammatica perfino dell’estate 2003 passata agli annali come stagione estremamente calda e siccitosa e la più critica per i ghiacciai dalla piccola età glaciale a questa parte. «Dato che l’acqua è circa il 10% più densa rispetto al ghiaccio», spiega l'esperto, «le perdite di spessore di ghiaccio si sono mediamente attestate tra i 2 e i 3 metri. Mentre spessori di ghiaccio ancor più cospicui fino a 5 metri circa sono andati persi sulle fronti glaciali». Ma, se questa è la situazione, cosa si sta facendo per affrontare il problema?

Il confronto dei ghiacciai dell'area Ortles Cevedale tra il 1987 e il 2015.

SOLUZIONI PALLIATIVE CONTRO LO SCIOGLIMENTO

Non è raro vedere teloni in materiali sintetici, generalmente geotessili, impiegati a protezione dei ghiacciai nei comprensori dove si pratica lo sci estivo, dal ghiacciaio della Presena in Trentino alla Vedretta del Giogo Alto in Val Senales. «Il contenimento dello scioglimento rilevato da queste e altre sperimentazioni», dice Dinale, «è dell’ordine del 65-70% con un abbattimento della temperatura dell'aria anche di 6-8 gradi». Si tratta tuttavia di soluzioni specifiche non sostenibili su grande scala, di un palliativo per combattere lo scioglimento dei ghiacciai e le conseguenze che questo porta con sé. «Questioni come l’innalzamento del livello dei mari, l’approvvigionamento idrico, l’incrementata intensità dei fenomeni naturali meritano e necessitano di risposte ben più vaste e incisive che», insiste Dinale, «devono coinvolgere tutta l’umanità a partire naturalmente dai governi degli Stati più industrializzati e dalle nostre strategie di sviluppo. A tal fine ognuno di noi può contribuire a implementare gli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile promossa dalle Nazioni Unite e sottoscritta anche dall’Italia».

Oggi la parola d’ordine in Alto Adige, e altrove, è adattamento. E numerosi sono i progetti di ricerca che si occupano di cambiamento climatico, ghiacciai e sviluppo sostenibile sulle Alpi e a livello globale. Tra quelli di cui la Provincia autonoma è stata promotrice l'Ortles Ice Core, un progetto di perforazione della calotta sommitale della Vedretta Alta dell’Ortles a 3850 metri di quota e il Interreg GLISTT per la definizione di un concetto di monitoraggio dei ghiacciai che si fondi su nuove tecnologie. «Il primo di questi progetti, risalente al 2011 ma con analisi dei dati raccolti ancora in corso, ha portato all'estrazione dell’unico set di carote di ghiaccio disponibile per lo studio del clima passato delle Alpi orientali», spiega Dinale. «Questo è avvenuto grazie a una partnership internazionale che ha coinvolto enti di ricerca americani, russi, austriaci, svizzeri e italiani e rappresenta una base fondamentale anche per la comprensione della evoluzione futura del clima». Il secondo progetto è in corso e ha l’obiettivo di aggiornare le conoscenze in materia di glaciologia e monitoraggio dei ghiacciai nell’area che comprende Sudtirolo e Tirolo del Nord con l’obiettivo di verificare come le tecniche di telerilevamento possano fornire dati in tempo quasi reale circa lo stato dei ghiacciai.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Correlati
Potresti esserti perso