Frodi Scientifiche Ricerca Piero Anversa
Scienza e Tech
10 Dicembre Dic 2018 0800 10 dicembre 2018

Cosa sapere delle frodi scientifiche

Dati manipolati, falsificati o enfatizzati. Per ottenere avanzamenti di carriera o finanziamenti. Viaggio nel lato oscuro della ricerca. 

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«Qual è il peccato peggiore, legato al lavoro, che uno scienziato può commettere?», si chiede Sir Michael Marmot, professore all’University College di Londra. La sua risposta è: «Mentire». Perché la verità è un elemento essenziale nella missione della letteratura medica e scientifica e non si possono imboccare scorciatoie. Al tema è dedicato l’ultimo numero del progetto Forward, avviato da Il Pensiero Scientifico editore con il dipartimento di Epidemiologia della Regione Lazio. Le frodi scientifiche sono il lato oscuro della ricerca, un fenomeno molto meno raro di quanto si pensi, «che oltre a determinare uno spreco di risorse economiche può danneggiare i pazienti», ha commentato Fiona Godlee, direttrice del British Medical Journal (Bmj).

Un problema attuale quello della fabbricazione e della manipolazione dei dati in ambito medico-scientifico (affrontato periodicamente dagli editori delle riviste del settore preoccupati di tutelarsi) che negli ultimi due decenni ha registrato un incremento. «Una tendenza inquietante», ha scritto su Science molto di recente Jeffrey Brainard, news editor del settimanale. «Negli ultimi 10 anni il numero degli articoli ritrattati dai giornali scientifici si è decuplicato rispetto ai 10 anni precedenti e la frode riguarda il 60% di queste ritrattazioni».

I CASI DI RESEARCH MISCONDUCT

La sconfessione dei dati pubblicati può scaturire dall’onesta ammissione di un errore, elemento costitutivo dell’impresa scientifica (la scienza si basa sulla possibilità di confutare o validare un’affermazione scientifica, sosteneva Karl Popper in Congetture e confutazioni), oppure essere conseguenza della disonesta falsificazione dei risultati di un esperimento. Un comportamento intenzionale che si attua in molti modi: non solo falsificando ma anche occultando dei dati; ritoccando le immagini che illustrano la ricerca (fenomeno incentivato dalla tecnologia informatica) o, ancora, plagiando dati altrui. Nella definizione di Research Misconduct rientrano anche i casi in cui la pubblicazione “enfatizzi” i risultati positivi, la mancata segnalazione di un conflitto di interesse, e la non eticità della sperimentazione, come la omissione del consenso informato. La manipolazione dei dati è talmente diffusa da non essere percepita come grave: «Molti colleghi lo fanno e restano impuniti», sottolinea Brainard. Un’indagine svolta nel 2012, e pubblicata su PloS, ha evidenziato come il 2% dei ricercatori fabbrichi, falsifichi o modifichi dati o risultati almeno una volta nella carriera e il 14% sia a conoscenza di colleghi che lo hanno fatto. E sembra non stupirsene.

Il fenomeno delle frodi scientifiche è in aumento.

NEL 2014 MILLE ARTICOLI RITRATTATI

Il numero di articoli ritrattati negli ultimi anni è aumentato in modo esponenziale - nel 2000 erano stati 100 in un anno e nel 2014 1.000 – e ha spinto chi pubblica a maggiori sforzi per stanare la “cattiva scienza”. Un’attenzione che nel 2010 si è catalizzata nel blog Retraction Watch, creato a New York da Ivan Oransky e Adam Marcus, due giornalisti che scrivono di medicina. Ne è scaturito un database di più di 18 mila lavori ritrattati che chiunque può consultare. Uno degli ultimi casi di cui scrive Oransky su Science, segnalato dal suo blog il novembre scorso, riguarda la Duke University a Durham, in Usa: il biologo Joseph Thomas ha denunciato, appellandosi al False Claims Act, i dati falsificati di una biologa sua collega, Erin Potts-Kant, utilizzati in 60 richieste di finanziamenti federali per circa 200 milioni di dollari. Il tribunale deve ora stabilire quanti di questi soldi dovranno essere restituiti al governo dall’università: 17 i lavori ritrattati. Non molto diverso è il caso, altrettanto recente, del prominente ricercatore italiano trapiantato in America da decenni, Piero Anversa, 80 anni, ingaggiato nel 2008 da Harvard Medical School e dal Brigham and Women’s Hospital di Boston con un contratto da capogiro.

IL CASO DI PIERO ANVERSA

Lo scorso anno l’azienda che gestisce l’ospedale ha dovuto patteggiare con il dipartimento di Giustizia una multa di 10 milioni di dollari perché Anversa aveva ottenuto i finanziamenti federali dai National Institutes of Health «con dati fraudolenti». E lo scorso ottobre, le due istituzioni di indiscusso prestigio, dopo aver sottoposto a un’indagine durata cinque anni il laboratorio di Anversa, hanno chiesto la ritrattazione di 31 dei suoi lavori. Al centro di controversie il team dello scienziato era già stato nel 2012 quando un membro chiave del suo laboratorio, Jan Kajstura, aveva firmato come primo autore sulla rivista Circulation uno studio che sembrava essere la prova finale che il cuore possa rigenerarsi: ma i dati erano stati alterati, come dimostrò Bruce Buchholz, del Lawrence Livermore National Laboratory. Anversa, che figurava fra i coautori del lavoro, sostenne di non sapere che «Jan fosse un imbroglione». Il lavoro venne revisionato da Kajstura, i dati controllati e Anversa concluse che erano corretti. Ma il paper fu ufficialmente ritrattato da Circulation nel 2014 dopo un’indagine per cattiva condotta scientifica portata avanto dalla Harvard Medical School e l’anno dopo Anversa fu costretto a lasciare il suo incarico. Intentò causa contro Harvard e il Brigham & Women’s Hospital, sostenendo che l’aver reso pubblica l'indagine avesse danneggiato la sua reputazione, ma la perse.

Negli ultimi 10 anni il numero degli articoli ritrattati dai giornali scientifici si è decuplicato rispetto ai 10 anni precedenti e la frode riguarda il 60% di queste ritrattazioni

L'ILLUSIONE DELLE STAMINALI CHE «FANNO CUORE»

Come tutto era cominciato? Nel 2001 le ricerche di Anversa, allora professore al New York Medical College a Valhalla, avevano suscitato grande clamore quando un suo studio pubblicato su Nature propose l’affascinante idea che cellule staminali ricavate dal midollo osseo - immature e non ancora specializzate - trapiantate nel muscolo cardiaco fossero capaci di «fare cuore», ossia di formare nuovi cardiomiociti che pulsano e si contraggono, riparandolo dopo un infarto. Questo nei topi. Ma il ricercatore andò oltre e nel 2002 sul New England Journal of Medicine riferì qualcosa di ancora più straordinario: nel cuore esistono staminali che una volta isolate e messe in coltura, possono essere reiniettate nel cuore e rigenerarlo. Sulla base di questi lavori nacquero start-up per autotrapianto di staminali, compresa una società fondata dallo stesso Anversa: l’Autologous/Progenital. Sin dall’inizio ci furono scienziati scettici dei suoi risultati che cercavano di replicare senza riuscirci. Nel 2004 due diversi team di ricercatori pubblicarono su Nature due studi che giungevano a un’analoga conclusione: le staminali non diventavano cardiomiociti. Lo stesso anno un’altra conferma all’impossibilità di riprodurre i risultati di Anversa venne da Bernd Fleischmann, professore di Fisiologia a Bonn, su Nature Medicine. Intanto altri laboratori vedevano che qualcosa succedeva: alcune cellule cardiache, una volta trapiantate le staminali, erano rigenerate ed era favorita la formazione di nuovi vasi sanguigni, ma nulla di quanto riferiva Anversa.

«UNA PERFETTA TEMPESTA DI EGOTISMO»

«Una perfetta tempesta di egotismo, una pia illusione, e una mancanza di responsabilità», ha riassunto Jil C. Tardiff, professore di medicina all’Università dell’Arizona, e studioso di cellule cardiache, riferendosi ad Anversa. Nel 2014 Jeffrey D. Molkentin, del Children’s Hospital Medical Center Heart Center a Cincinnati (Ohio), e altro esperto di staminali, dopo aver messo a punto un ingegnoso sistema per tracciare le staminali e verificare se si trasformassero davvero in cardiomiociti una volta iniettate nel muscolo cardiaco, ribadì su Nature che ciò non accadeva. Il 29 ottobre di quest’anno il National Heart, Lung and Blood Institute ha interrotto la sperimentazione clinica di fase II di CONCERT-HF, studio che si basava sui presunti risultati di Anversa annunciati 18 anni fa. Il trial era stato approvato nel 2014 quando ormai i dubbi e le falsificazioni dello scienziato erano noti e l’arruolamento dei pazienti, iniziato nel 2015, era continuato nonostante Harvard avesse messo i sigilli al suo laboratorio e vinto il processo da lui intentato, e il Brigham & Women’s Hospital avesse già patteggiato con il dipartimento di Giustizia la multa da 10 milioni di dollari. Che spiegazione dare a questo singolare comportamento?

Un’indagine del 2012 ha evidenziato come il 2% dei ricercatori fabbrichi, falsifichi o modifichi dati almeno una volta nella carriera e il 14% sia a conoscenza di colleghi che lo hanno fatto.

LE CONCLUSIONI DI HARVARD E DEL BRIGHAM & WOMEN'S HOSPITAL

Anversa - che aveva trovato un lavoro allo Swiss Institute for Regenerative Medicine al Cardiocentro Ticino - con una delibera paradossale dell’Istituto Superiore di Sanità (Iss), ha ottenuto il gennaio scorso il conferimento di incarico «per la ricerca del ruolo delle cellule staminali nelle terapie del diabete». Gualtiero Ricciardi, presidente dell’Iss ha risposto ai dubbi sulla nomina dicendo che Anversa e la sua inseparabile compagna Annarosa Leri «hanno partecipato al bando pubblico per collaborazioni scientifiche ancora in corso». Non sarebbe stata presa una decisione finale. Nella sua bella casa di Manhattan, Anversa ripete di essere stato punito ingiustamente. Che non ha falsificato nulla. Che ha fatto tutto il suo ex collaboratore Jan Kajstura, che però non è co-autore di tutti gli articoli pubblicati con dati fraudolenti. Il 3 ottobre Anversa ha ricevuto una lettera conclusiva sul suo lavoro che ha fornito al Times: Harvard e l’ospedale universitario hanno concluso che ha «commesso scorrettezze nella ricerca» in otto articoli, alcuni pubblicati e altri presentati per la pubblicazione, nonché nella richiesta di un grant. Tuttavia era l’autore principale di molti dei lavori che Harvard ritiene debbano essere ritrattati. I funzionari di Harvard e del Brigham & Women’s Hospital hanno notificato a ciascuna rivista le loro conclusioni così come all'Ufficio per l'integrità della ricerca presso il dipartimento della Salute e dei servizi umani che può raccomandare al governo di vietare ai ricercatori di ricevere fondi federali.

Fintanto che la ricerca rimarrà strumentale al perseguimento di obiettivi personali e commerciali la frode scientifica rappresenterà un ineluttabile effetto collaterale del sistema

«UN EFFETTO COLLATERALE DEL SISTEMA»

Come spiegano gli esperti il crescente fenomeno della frode scientifica? «Fintanto che la ricerca rimarrà strumentale al perseguimento di obiettivi personali e commerciali, spesso convergenti, la frode scientifica rappresenterà un ineluttabile effetto collaterale del sistema», scrivono Cristiano Alicino e Alice Fabbri su Salute Internazionale. Secondo Elizabeth Wager, che dal 2009 al 2012 ha presieduto il Committee on Publications Ethics (Cope) ed è membro del Ethics Committees del BMJ nonché della World Association of Medical Editors, il fenomeno è sottostimato: «Le riviste che aderiscono al Cope segnalano i casi più problematici e, quindi, gli episodi che rientrano nel database si limitano a un’esigua minoranza, in cui il tentativo di manipolazione è talmente palese da essere facilmente individuabile». In un articolo sul Bmj Wager riporta casi di plagio talora seriale, di evidenti criticità nell’eticità o nella conduzione di un trial clinico, di pubblicazioni “fotocopia” di uno stesso autore, di authorship disputate, di risultati troppo positivi per essere veri. «Ma il cuore del problema sta in quelle situazioni in cui i dati dello studio sono fabbricati e manipolati in maniera da essere totalmente credibili e rendere la pubblicazione accettabile da parte delle riviste», sottolineano Alicino e Fabbri.

Meglio sarebbe intervenire sul contesto in cui le ricerche scientifiche vengono condotte e agire sulle condizioni oggettive che favoriscono le frodi

Richard Horton, direttore di Lancet

È molto probabile che per ogni caso di frode che viene individuato ve ne siano una dozzina o più che non vengono nemmeno rilevati. Ne è convinto Aniket Tavare del St. John’s College, a Oxford, che giustamente si chiede in un articolo sul Bmj di chi sia la responsabilità. Che cosa spinge i ricercatori ad agire in maniera inappropriata? Le cause sono molteplici. La competizione è forte e c’è chi pur di avere visibilità e finanziamenti, brucia le tappe. Come prova il recente caso del genetista cinese He Jankui che ha annunciato la nascita di due gemelle con il Dna modificato senza prima aver fornito dati scientifici che documentassero cosa ha fatto davvero. Il mantra del Publish or Perish riecheggia in molti dipartimenti universitari in cui il volume della produzione scientifica e la pubblicazione su riviste ad alto impact factor sono il passaporto per avanzamenti di carriera, prestigio e assegnazione di fondi. È ancora il volume di produzione scientifica a qualificare l’attività di un ricercatore. «Parametri che generano una forte pressione perché i fondi sono sì aumentati, ma non sufficientemente, e la moderna ricerca è diventata più costosa», spiega Ernesto Carafoli, accademico dei Lincei, su Scienza in Rete. «Inoltre è cambiato il modo di fare ricerca rispetto al passato quando le motivazioni erano più ideologiche, dettate dall’ambizione, dal desiderio di riconoscimenti da parte della comunità scientifica e di arrivare per primi alla scoperta, ma non come un mezzo solo per arricchirsi con la corsa ai brevetti, la nascita di start up, la ricerca di consulenze retribuite».

Lo scienziato cinese Hi Jankui.

L'AUTOREGOLAMENTAZIONE DELLA SOCIETÀ SCIENTIFICA

Codici di comportamento, linee guida, organismi di controllo sono lodevoli iniziative per garantire l’integrità della ricerca, e la segnalazione degli episodi di misconduct un importante passo avanti. «Meglio sarebbe intervenire sui ‘determinanti strutturali’ del problema, ovvero il contesto in cui le ricerche scientifiche vengono condotte e agire sulle condizioni oggettive che favoriscono le frodi», ha scritto Richard Horton, direttore di Lancet. Il crescente numero di articoli ritrattati nel database di RetractionWatch potrebbe tuttavia suggerire una tendenza positiva. Essere il sintomo di una maggiore capacità di autoregolamentazione della comunità scientifica, come sottolinea Jeffrey Brainard su Science, e non di una crisi della scienza. Un livello di guardia maggiore a fronte di un’espansione dell’attività di ricerca ad aree geografiche prima escluse, come la Cina, e a una proliferazione di articoli. Un solo esempio. Se nel 2000 gli articoli pubblicati nelle riviste Open Access sono stati circa 19.500, nel 2009 sono saliti a 191.850. E il numero di queste pubblicazioni, che chiedono un contributo economico agli autori per le spese di peer review e hanno con un giro di affari di miliardi, è passato da circa 740 nel 2000 a 4.769 nel 2009, e oltre 8.250 nel 2012. Da allora se ne sono aggiunte almeno altre 1.000. E il controllo peer review, ossia la revisione dell’articolo da pari esperti, non sempre viene eseguito.

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