London Tech City app Silicon Roundabout start up
Scienza e Tech
25 Dicembre Dic 2018 1500 25 dicembre 2018

Il successo del tech italiano a Londra

Depop. MoneyFarm. Debut. Parla anche la nostra lingua il distretto tecnologico della Capitale britannica. Le storie di cervelli in fuga che ce l'hanno fatta. 

  • Marco Colombo
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Quando nel 2012 Simon Beckerman, founder di Depop, un diploma di liceo artistico in tasca e un paio di esperienze imprenditoriali a Milano, con una smisurata adorazione per Steve Jobs e tanta creatività in testa, lasciò l’acceleratore di impresa H-Farm e si trasferì a Londra, in pochi avevano sentito parlare del distretto tecnologico. A pochi isolati a nord-est della City finanziaria, in una zona post industriale di magazini semi-abbandonati, il quartiere di Shoreditch, da sempre terra di confine come tutto l’East End londinese, offriva affitti stracciati e interessanti opportunità per chi sapeva cogliere la rivoluzione digitale.

LA NASCITA DI LONDON TECH CITY

Sull’onda della grande crisi del 2008 le grandi banche d’investimento avevano lasciato a casa migliaia di giovani formati nelle migliori università pronti a mettere a frutto la voglia di fare soldi reinventandosi come start upper. Cosi è nata London Tech City, dall’iniziativa di un’avanguardia di innovatori che crea e sviluppa siti internet e business online. Un progetto cavalcato dall’irruenza dirigista del primo ministro britannico David Cameron in quest’opera affiancato e supportato dall’eterno rivale e suo compagno di scuola a Eton, Boris Johnson, eclettico sindaco di Londra.

La Silicon Roundabout di Londra, cuore del distretto tecnologico.

UN'IDEA, GLI INVESTITORI E GLI INFLUENCER

Cameron nel 2010 stanziò i primi 60 milioni di sterline e convinse Google ad aprire un campus di sei piani accanto allo spazio co-working Central Working. È qui che Simon trovò i desk per far crescere il suo team e sviluppare una idea: un’applicazione digitale che permetteva di creare il proprio negozio virtuale di moda vintage e oggettistica. Tra i primi investitori Paolo Barberis, Rosso e Marzotto, tra gli influencer che l'hanno spinta su Instagram Chiara Ferragni e Bianca Balti.

I NUMERI DEL DISTRETTO

Al Silicon Roundabout, dal nome della rotatoria di Old Street, sono arrivati col tempo anche Facebook, Cisco e Intel, e hanno inaugurato campus di ricerca e innovazione le principali università londinesi. Downing Street ha creato un apposito dipartimento con le menti più fresche. Top advisor? Il 29enne Rohan Silva. Oggi Johnson e Cameron sono attori minori sulla scena politica ma il loro lascito è importante. Il cluster tecnologico britannico è cresciuto come un'araba fenice sulle ceneri del turbo capitalismo finanziario arrivando a contenere il 37% delle unicorn europee, le start up che valgono piu di 1 miliardo di dollari, 13 per la precisione solo a Londra, da Deliveroo a Farfetch fino a Transferwise. Due milioni di professionisti sono impiegati nell’economia digitale, gli investimenti in start up raddoppiano di anno in anno raggiugendo la cifra stratosferica di 8 miliardi di dollari solo nel 2017 (Francia e Germania insieme si fermano a 6 miliardi, l’Italia non fa testo). Dal 2010, 25 start up hanno realizzato una exit da più di 1 miliardo di dollari. Gli Uk forniscono il 22% di tutto il venture capital investito in Europa, più dell’Asia e meno solo degli States.

Team al lavoro in una start up del distretto tecnologico londinese.

L'AVVENTURA DI MONEYFARM

Sempre qui vengono a crescere realtà come Moneyfarm: nata a Milano, si è trasferita in Sardegna grazie ai fondi europei ma è esplosa a Londra dove nel 2015 ha ricevuto 16 milioni di euro e solo cinque mesi fa ha chiuso un round di investimenti di 46 milioni di euro. Alessandro Onano, chief marketing officer dal suo ufficio di Londra spiega: «Cresciamo bene in parallelo sul mercato italiano e quello britannico, il nostro target è l’Europa, abbiamo sviluppato un prodotto innovativo, con Moneyfarm tutti hanno accesso a un personal financial advisor. Prima occorrevano capitali consistenti, ora anche il piccolo risparmiatore può investire in modo mirato calibrando il rischio con uno special adviser, abbiamo fatto disruption nella distribuzione del risparmio».

LONDRA, CAPITALE INCONTRASTATA DEL FINTECH

Con orgoglio Onano ricorda gli inizi. «Partiti con un seed capital di 700 mila euro, siamo la start up che ha fatto uno dei round di investimenti più importante, abbiamo raccolto 82,9 milioni di dollari in sette anni». Sì, dollari, perché il riferimento è sempre alla Silicon Valley dove tutto è partito. Ma Londra è la capitale incontrastata del Fintech, meglio anche di New York, forse perché la City è proprio a due passi, ma forse ci sono altri motivi per cui gli start upper italiani più ambiziosi si trasferiscono nella cosmopoli londinese

Un coworking nel distretto del Tech di Londra.

Marco Bicocchi Pichi, presidente uscente di Italia Startup, amministratore unico di Management3, autore del libro L’arte della startup ha una risposta. «In sostanza», spiega, «c’è chi emigra per ragioni di accesso al mercato e ai capitali, e per le Fintech al regolatore per le opportunità sandbox di sperimentazione. L’ecosistema è più avanzato in tutto e naturalmente attrae, o forse attraeva pre-Brexit, anche talento internazionale». Occorre anche considerare, aggiunge Bicocchi Pichi, «il fatto che i capitali che vengono dal mondo anglosassone, e gli Usa sono il mercato più grande e più influente culturalmente, vogliono lavorare nel frame giuridico anglosassone. Vantaggi comparati non sono definitivi ma abitudine e familiarità oltre che stabilità e affidabilità su tempistiche rappresentano vantaggi forti».

TRUSOLINO E LA SFIDA DI DEBUT

Uno che a New York ha lavorato ma come trader per Goldman Sachs è Michele Trusolino, marchigiano, una laurea in Finanza al Politecnico delle Marche. Fresco di master alla Cass Business School è entrato nella più famosa banca di investimenti, poi è stato promosso nella Grande Mela. Con la crisi ha perso il lavoro, così ha deciso di capitalizzare la sua esperienza e i suoi contatti unendo le forze con un gruppo di altri ex-Goldman per creare, a Londra, un hedge fund. Cinque anni dopo però si è reso conto che un'era era finita e che la finanza non era più il suo mestiere. Ha frequentato founder, investitori e venture in cerca dell’idea da trasformare in successo. L'ha trovata nel 2015 conoscendo Charlie, 25enne gallese, soldato part-time, consulente per Ernst and Young. L’idea geniale era di creare una rottura nel mondo delle risorse umane. Sì, c'era LinkedIn ma le aziende volevano di più: profilare i candidati, poter scegliere tra le minoranze culturali, linguistiche o etniche (quasi tutte rappresentate a Londra). Nacque così Debut, una app che mette in contatto le grandi aziende (ci sono tutte le banche di investimento ma anche Metropolitan Police e L’Oreal) con i curriculum dei giovani laurandi.

IL MIRAGGIO DEL BREAK-EVEN

La chiave è la ricchezza di informazioni che Debut raccoglie dai suoi utenti, informazioni che le grandi aziende usano per selezionare e intercettare i futuri manager. Trusolino lo scorso agosto ha festeggiato i 100 mila user sulla piattaforma, reduce da un round di investimenti di 5,1 milioni di sterline (7,3 milioni dall’idea). «Ci sono voluti sei mesi di duro lavoro per completare questo investimento», racconta, «e spero che sia l’ultimo round che facciamo. Voglio che Debut raggiunga il break-even nei prossimi 24 mesi». Questa è una delle parole chiave nel mondo del tech: la capacità di chiudere il bilancio in pareggio, un miraggio per molti ma per alcune aziende in rapida espansione non è un problema. Il vero tesoro, ben remunerato, sono la crescita degli utenti, le transazioni e i big data. Riuscire a stare in piedi con le proprie forze è un obiettivo difficile da raggiungere nei primi anni di vita dell’azienda. Fortunatamente, la disponibilità di capitali di rischio fa si che gli investitori si concentrino molto più su dati di crescita e numero di utenti, fornendo ossigeno agli imprenditori e alle loro imprese in queste fasi iniziali cosi critiche.

Simon Beckerman, fondatore di Depop (Instagram).

DEPOP, UN SUCCESSO COSTRUITO IN SETTE ANNI

Sono passati sette anni da quando Simon Beckerman lasciò le campagne venete di H-Farm e i consigli dell'ad Riccardo Donadon per London Tech City. Dal suo appartemento di Hoxton snocciola i numeri del suo successo: «A gennaio abbiamo raccolto altri 20 milioni di dollari, gli utenti attivi sono saliti a oltre 8 milioni, le transazioni sulla nostra app hanno raggiunto un valore complessivo di 230 milioni di dollari, in crescita del 130%». «Questi numeri hanno fatto tutti felici, sei fondi di investimento hanno rilanciato ma un fondo ha fatto la differenza, ha acquisito quote dai soci storici di Depop. H-Farm ha deciso di vendere parte della sua participazione complessiva al mercato secondario, ottenendo un ritorno di cinque volte rispetto al’investimento iniziale. Non male vero? Anch’io ho venduto qualcosa ma non tutto». Poi Beckerman aggiunge: «La novità dell’autunno 2018 è che con i soldi guadagnati abbiamo aperto il primo store fisico a Chinatown New York, l’espansione negli States è a buon punto». Pare già pronto per una nuova avventura Beckerman, si è preso sei mesi di tempo per studiare e decidere cosa fare, un lusso che si può permettere solo chi raggiunge la quotazione in Borsa tramite IPO o chi cede azioni dell’azienda, avverare quel sogno che si chiama exit.

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