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Quello che sappiamo sul contrasto all'elettrosmog

La causalità tra esposizione a radio frequenze e patologie tumorali non è mai stato dimostrato né del tutto escluso. Intanto il Tar ha imposto di realizzare una campagna informativa sull'uso del cellulare. Il punto. 

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Gli smartphone fanno male alla salute? Il loro uso andrebbe regolamentato? Ma come? Se ne discute da sempre e nessun legislatore in Italia è ancora intervenuto per normare in modo capillare la materia, spinosa e scivolosa non solo per le problematiche di carattere medico e scientifico strettamente connesse ma anche per via degli interessi economici in gioco. È toccato quindi ai giudici amministrativi del Lazio colmare, almeno in parte, le lacune imponendo a tre ministeri - quello dell'Istruzione, della Salute e dell'Ambiente -, di predisporre una adeguata campagna informativa a tutela della salute pubblica. Una sorta di "educazione all'uso corretto dello smartphone” che potrebbe ricordare le avvertenze già imposte per legge sui pericoli del fumo.

Il Tar il 16 gennaio ha imposto ai ministeri dell'Ambiente, della Salute e dell'Istruzione di realizzare una campagna informativa sui rischi dell'uso improprio dello smartphone.

L'83% DEGLI ITALIANI POSSIEDE UNO SMARTPHONE

Secondo le stime del Fondo monetario internazionale, nel 2017 le vendite globali di smartphone hanno raggiunto e superato il miliardo e mezzo di unità distribuite. Nel complesso, dunque, sul Pianeta una persona su cinque ha ormai in mano – o in tasca – un cellulare. E tra le altre quattro potrebbero comunque esserci soggetti in possesso di dispositivi più vecchi, di cui si è persa ogni contabilità. Mentre si attendono le stime definitive per l'anno appena concluso è possibile comunque dire che, globalmente, nel 2017 il mercato valeva 3,6 trilioni di dollari. Cifre ragguardevoli, tanto da rappresentare il 6% circa delle esportazioni totali della Cina, leader del settore con il suo fatturato sopra i 128 miliardi di dollari annui. Dato che il nostro Paese, secondo i dati We Are Social/Hootsuite, è il terzo Stato al mondo per diffusione di telefonini (sono ormai in mano all'83% degli italiani, percentuale che ci posiziona subito dopo Corea del Sud e Hong Kong), si comprende da un lato l'attendismo del legislatore, ma dall'altro l'urgenza di affrontare il tema legato al cosiddetto “elettrosmog”.

LE LIMITAZIONI ALL'ELETTROSMOG

In realtà, non è del tutto esatto che il nostro Paese non abbia legiferato per tutelare la salute pubblica dalle possibili conseguenze dell'elettrosmog, come pare rimproverare la recente sentenza del Tar. Gli interventi, risalenti al 1998, non hanno riguardato eventuali obblighi informativi in capo a produttori e distributori, ma hanno regolamentato in modo molto severo le emissioni elettromagnetiche, tanto da causare non pochi malumori tra i colossi delle telecomunicazioni. Malumori che stanno nuovamente montando, proprio in questo periodo, con l'avvio della sperimentazione delle reti 5G per l'Internet delle cose. L'Italia ha infatti rifiutato di fare propri gli standard dell’Icnirp (International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection) o dell’Ieee (Institute of Electrical and Electronics Engineers) comunemente adottati dagli altri governi e parlamenti occidentali, preferendo imporre limiti ancora più stringenti, da 10 fino a 100 volte inferiori a queste linee guida: sei volt al metro nelle 24 ore contro i 60 tollerati nel resto d'Europa.

LE ACCUSE DELL'ITU AL NOSTRO PAESE

Secondo l'Unione internazionale delle telecomunicazioni (Itu) si tratterebbe però di limitazioni inutilmente restrittive che potrebbero costituire il collo di bottiglia delle future reti ultra-veloci, destinate a soccombere alla mole di dati che molto presto si sposteranno nell'etere, quando comunicheranno via wireless sempre più elettrodomestici privati e strumentazioni pubbliche (per esempio semafori, caselli autostradali, auto a guida autonoma, e così via). Del medesimo avviso Gsma, l’organizzazione mondiale degli operatori mobili, che, già nel 2014, aveva accusato l'Italia di avere adottato precauzioni prive di fondamento scientifico. Impossibile sapere se queste reti sempre più veloci siano ancora più pericolose di quelle di vecchia generazione: sulla questione indaga anche l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) che ha avviato lo studio International EMF Project per «accertare eventuali conseguenze sulla salute e sull’ambiente derivanti dell’esposizione ai campi elettromagnetici nelle frequenze tra 0 e 300 Ghz». Fino a quando non si avranno risposte definitive, il nostro Paese ha saggiamente deciso di procedere con cautela ma, così facendo, rischia di restare tagliato fuori dal resto del mondo, come sostengono – sarà un caso – proprio gli operatori della telefonia.

Il Consiglio superiore di Sanità ha invitato ad applicare in riferimento ai bambini, il principio di precauzione. Cioè l'educazione a un utilizzo non indiscriminato del telefono cellulare.

L'INVITO DEL CSS AL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE

Del resto, un primissimo invito alla cautela era giunto dalla nota (prot. n. 0001080 -P del 16 gennaio 2012) del ministero della Salute che il Tar ha utilizzato a sostegno della propria, recente, sentenza. In tale occasione il ministero aveva informato di monitorare costantemente la situazione. Del resto, in quegli stessi anni l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro aveva coordinato lo studio epidemiologico Interphone sull'uso dei telefoni cellulari e tumori cerebrali e classificato il fenomeno quale agente possibilmente cancerogeno per l'uomo (categoria 2B) per i campi elettromagnetici in radiofrequenza. Sullo stesso tema, il Consiglio superiore di Sanità, in un parere del 15 novembre 2011, dopo avere premesso che non era mai stato «dimostrato alcun rapporto di causalità tra l’esposizione a radio frequenze e le patologie tumorali», ammetteva comunque che «le conoscenze scientifiche attuali» non consentivano nemmeno di escluderlo soprattutto «quando si fa un uso molto intenso del telefono cellulare». In tale occasione il Css invitava perciò ad applicare, con particolare riferimento ai bambini, «il principio di precauzione, che significa anche l’educazione ad un utilizzo non indiscriminato, ma appropriato, quindi limitato alle situazioni di vera necessità, del telefono cellulare».

UNA RACCOMANDAZIONE RIMASTA LETTERA MORTA NELLE SCUOLE

Per paradosso, la raccomandazione del Consiglio superiore di Sanità è però rimasta lettera morta proprio nelle scuole, con il rischio di esporre i più giovani alle possibili conseguenze dannose legate a un uso intenso e scorretto dei cellulari. Infatti, se fino a poco tempo fa una circolare del 2007 dell’allora ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni vietava sempre e comunque l’utilizzo dei telefonini in classe con tanto di «irrogazione di sanzioni disciplinari appositamente individuate da ciascuna istituzione scolastica, nell'ambito della propria autonomia», in periodi più recenti il governo Gentiloni ha rimosso tale divieto sulla base di un decalogo finalizzato a trasformare smartphone, tablet e altri digital device in strumenti educativi. La norma, di ispirazione nord europea, rimasta comunque caso isolato tra i nostri “vicini” (nel medesimo periodo la Francia aveva vietato del tutto i cellulari nelle scuole), pur continuando a bandire «l'uso personale di ogni tipo di dispositivo in classe, durante le lezioni, se non condiviso con i docenti a fini didattici», ha suscitato non poche polemiche tra genitori e docenti. Questo, però, non significa che si tratti necessariamente di una novella legislativa discutibile dato che, se ben applicata, potrebbe risultare già allineata proprio alla recente disposizione del Tar che mira a imporre in capo allo Stato un obbligo informativo sul corretto uso dello smartphone. Per avere certezza che gli insegnanti stessi risultino a loro volta informati dei problemi connessi all'uso smodato degli smartphone, occorrerà però attendere proprio l'avvio della campagna informativa imposta dai giudici amministrativi tra sei mesi.

17 Gennaio Gen 2019 1114 17 gennaio 2019
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