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31 Dicembre Dic 2017 0900 31 dicembre 2017

Il bilancio del 2017, un anno di occasioni sprecate

I terremotati abbandonati. Roma allo sfascio. La Nazionale eliminata. Le Olimpiadi lasciate andare (ma solo dopo «un giro di consultazioni dal mio garagista»). Tutte le chance perse in 12 mesi vissuti di inerzia. O peggio. 

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Va in archivio un altro anno sprecato, trascorso ad aspettare un Godot «per ciascuno diverso, ciascuno in fondo perso per i fatti suoi». In ordine sparso, ma tutti avvolti nell'attesa di qualcosa che non c'è. L'emblema dell'inerzia impotente e frustrata sono i terremotati, al secondo inverno da baraccati nei loro luoghi che non esistono più, dove nessuna ricostruzione è mai partita, dove qualche capoccia istituzionale arriva ogni settimana col sermoncino rituale: «Ci sono stati ritardi, lo Stato deve fare di più, ma noi non vi abbandoniam».

LO STATO VICINO, MA ASSENTE. Promesse da primo ministro. Il nostro attuale è un conte marchigiano, Paolo Gentiloni della nobile famiglia dei Gentiloni Silveri da Tolentino, maoista fanatico in gioventù, quindi moderato ambientalista postdemocristiano riciclato da Rutelli. È andato ad abbracciare e a baciare come un parente, con dubbio gusto istituzionale, l'industriale Della Valle, che ad Arquata del Tronto ha aperto uno stabilimento da 100 dipendenti, e ha proclamato: «Ci sono stati ritardi, lo Stato deve fare di più, ma noi non vi abbandoniamo». Quello su cui ha glissato sono i Sae, alias soluzioni abitative, i moduli, insomma le casette di legno che nei luoghi del disastro hanno montato, dove ce l'hanno fatta, in forme più adatte alla brezza marina che al feroce spiffero montano: non isolano, il gelo penetra sovrano, le caldaie si bloccano, le tubature si crepano ed è subito partito lo scaricabarile fino al capolinea delle ditte incaricate che qualcuno al ministero, al governo, avrà pur scelto. Al secondo inverno d'inferno, nessuno più s'illude fra i terremotati su una ricostruzione-Godot che, dicono, non verrà mai o verrà quando noialtri a nostra volta saremo tornati polvere.

Il nostro primo ministro è soprannominato “Er moviola”, in fama di temporeggiatore: uno messo lì per durare, per perdere tempo intanto che prende tempo. Sabotato ciclicamente dal capo del suo partito, tuttavia “Er moviola” resiste inerme nell'inerzia circolare e c'è già chi lo prevede quale successore di se stesso, stante l'ingovernabilità destinata ad uscire dopo le elezioni marzoline anche per effetto di una bislacca legge elettorale chiamata “Rosatellum”, che pare penalizzi proprio il Pd che l'ha tanto voluta. Nessuna emergenza nazionale è stata risolta, ma neppure affrontata con Er Moviola: sono state tutte conclamate, endemizzate nel segno del «tirare a campare meglio che tirare le cuoia» di andreottiana memoria. Si sono segnalate iniziative estemporanee, come quella del ministro Minniti per arginare i flussi, nella totale latitanza di una Unione europea che non c'è mai su niente – migranti, sicurezza, terrorismo – ma si intromette su tutto col suo tintinnare di brindisi, di vertici. La seconda parte dell'anno è stata monopolizzata dalle vicende bancarie del partito di maggioranza relativa, il Pd che non contento ha preteso una commissione d'inchiesta che rischia di rovinarlo. Tafazzi è vivo e lotta insieme a noi, con la sua bottiglia di cemento.

LE TASSE SCENDONO, PERÒ AUMENTANO. Nel mentre assistiamo ancora una volta, a conferma che la politica italiana è improntata all'eterno, circolare ritorno del peggio, ad una legge di bilancio che in articulo mortis concede sussidi sociali a cascata, a grandine nel più puro spirito clientelar-elettorale. Dicono che hanno abbassato le tasse, ma hanno, invece, imposto, per dirne solo una, l'Iva anticipata, e a prescindere dall'importo realmente incassato, che sta falcidiando milioni di povericristi detti “autonomi”; ed è di oggi un calcolo Adusbef secondo il quale nel 2018 le famiglie mediamente spenderanno 982 euro in più fra bollette e balzelli. Il simbolo della inconsistenza nazionale 2017 è stato lo sport, dove gli ultimi bagliori di campionesse spremute come Federica Pellegrini non possono riscattare una situazione oltre l'imbarazzante praticamente in tutte le discipline, con epicentro nel calcio che ha clamorosamente mancato la qualificazione ai mondiali in Russia nello sconcertante balletto degli inetti, i Ventura e Tavecchio che si rimpallano la colpa. Intanto in Federazione il ricambio resta, più che fermo, stagnante, perché le solite lotte intestine paralizzano tutto e al presidente del Coni, Malagò, un altro del giro renziano, i media attribuiscono dichiarazioni scultoree come la seguente:«Serve un periodo di riflessione più ampia e profonda».

Profonda di che? Il baratro calcistico da oltre 100 milioni, ma qualcuno ipotizza perdite multiple, completa idealmente l'abissale débacle dell'anno scorso con le Olimpiadi romane, che la giunta Raggi ha rigettato in modo demenziale perdendoci 5 miliardi, secondo il maggiorente Di Battista dopo «un giro di consultazioni dal mio garagista». Il potere grillino a Roma è riuscito in una impresa titanica: in 18 mesi non ne ha fatta una giusta, e, volendo, neppure una sbagliata, non ha fatto niente, ogni cosa in agenda, opere, assessori, bonifiche, si frantuma, si disperde nel vento, lasciando olezzi di mondezza. Sfigati, anche: per Natale prendono un abete dalla Val di Fiemme, e gli muore sotto gli occhi. Ma allegri, perché la senatrice grillina Paola Taverna, in piena sindrome da Accattone pasoliniano, trilla giuliva:«Alla faccia di chi ci vuole male, Spelacchio il più visto dai turisti dopo il Colosseo». Siamo alla libidine dello sfascio, all'esaltazione del tanto peggio, alla vergogna senza vergogna, considerato che a Roma ormai la plebe caga per la strada, perché non parlano di «un nuovo Rinascimento»?

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