Arisa
LA MODA CHE CAMBIA
8 Gennaio Gen 2018 0830 08 gennaio 2018

I paradossi ideologici del "nuovo" femminismo

Inneggiamo, giustamente, alle donne che decidono di denunciare le molestie maschili; ma di colpo stigmatizziamo pure quelle che, in totale libertà, decidono di usare liberamente la propria bellezza per il proprio lavoro.

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La parola più cercata sui dizionari e su Google nel 2017 è stata "femminismo". Sarebbe interessante capire il sesso (in lessico politicamente corretto, il "genere") di chi abbia cercato lumi sul termine, la sua storia e la bibliografia minima, perché in caso fossero uomini si tratterebbe di una grande conquista; se donne, di un vero disastro.

LA CARMEN DI BIZET TRASFORMATA IN ASSASSINA. Dai commenti di questi ultimi mesi sul caso Weinstein, e naturalmente dalla scellerata idea del Maggio Musicale Fiorentino di ribaltare la vicenda della Carmen di Mérimée e Bizet, trasformandola in assassina di don José in omaggio alle «vittime del femminicidio», come se nell’Ottocento le donne non venissero ammazzate quasi in totale impunità e come se fosse utile riscrivere la storia e la letteratura, invece di imparare dalla prima e di riflettere sulla seconda, ho però la netta impressione che siano le donne le più ignare sui problemi posti dal femminismo storico.

LE LIBERTÀ CONQUISTATE DALLE DONNE. Credo che le nuove generazioni, parlo delle venti-trentenni, non abbiano mai sentito parlare né di Betty Friedan né di Catherine McKinnon o di Susan Brownmiller, e che stiano elaborando attorno alle donne, cioè alle loro simili, ai loro diritti e alla loro libertà un pensiero quasi all’opposto rispetto a quello delle loro madri, o nonne, che mai bruciarono i reggiseni in piazza, come vorrebbe una certa leggenda, ma si batterono perché alle donne fossero garantite libertà oggi date per scontate come l’aborto, il divorzio, insomma la gestione sovrana, assoluta e libera del proprio corpo.

LO STIGMA SOCIALE CONTRO IL SESSO. Mi soffermo su questa dimensione, diciamo psico-fisica e solo in parte sociale del femminismo, perché mi pare che il caso Weinstein, accusato da decine di attrici di molestie, e quello della splendida modella Emily Ratajovski, accusata sui social da migliaia di donne di aver abusato della propria bellezza in un video altamente sensuale per il magazine Love, corrispondendo per questo ai più frusti richiami estetici del patriarcato maschile, siano entrambe facce della stessa medaglia, e cioè di un furore puritano, di un terrore iconoclasta e di uno stigma sociale contro il sesso e la sessualizzazione del corpo al quale le donne sembrano aver dato improvvisamente voce, contravvenendo al primo obiettivo che il femminismo si era posto, e cioè l’autodeterminazione delle donne.

SOTTOMISSIONE AL PATRIARCATO? Inneggiamo, giustamente, alle donne che decidono di denunciare le molestie maschili; ma di colpo stigmatizziamo pure quelle che, in totale libertà e non di rado in sovrapposizione con le prime (attrici e modelle, per esempio), decidono di usare liberamente la propria bellezza e il proprio fascino per il proprio lavoro. Ne scriveva qualche tempo fa la scrittrice che per prima sdoganò il "sesso di rapina", Erica Jong: «C’è una forte tendenza antisessuale nel femminismo contemporaneo». Il problema della confusione fra uso libero del sesso e sottomissione al patriarcato era già stato posto da Christina Hoff-Summers, nel saggio Chi ha rubato il femminismo?

GLI ATTACCHI CONTRO ASIA ARGENTO. Secondo la studiosa, quando si verifica (come accade oggi), la saldatura fra il patriarcato inteso come insieme di regole sociali maschili e la dinamica di sesso-genere, si rischia di creare una barriera ideologica potente, a causa della quale le donne finiscono per attribuirsi l’autorità di indicare la giusta via dell’emancipazione femminile. Come paradossale conseguenza, invece di affrancarsi dalla prospettiva patriarcale, molte femministe finiscono per rafforzarla, come dimostrano gli attacchi seguiti alle denunce di Asia Argento e alla libera scelta di Emily Ratajovski: visto che le attrici sono donne che usano il loro corpo come strumento essenziale per la loro carriera, non possono essere vittime di un sistema che contribuiscono ad alimentare. Anzi, come nel caso della Ratajovski, addirittura lo implementano, sottomettendosi a presunti codici maschili.

L'OPPOSTO DEL FEMMINISMO. Immaginare che esporre un corpo femminile per una pubblicità di intimo, o per un video sensuale, trasformi automaticamente una società in una sentina di potenziali stupratori significa non solo discriminare le donne in grado di fare delle propria bellezza una leva di successo e di guadagno (ritenendola forse un illecito vantaggio rispetto ai milioni di brutte?), ma ricalcare lo stesso schema di pensiero del mondo islamico, secondo il quale una donna che si mostri liberamente istighi l’uomo alla violenza e alla sopraffazione. Non è un caso che la bella Emily abbia affidato le proprie risposte agli attacchi all’edizione araba di Harper’s Bazaar, osservando come «questo atteggiamento sia oppressivo per le donne, perché si tratta di un tentativo di canalizzare il loro modo di vestirsi e di comportarsi. Cosa che è davvero l’opposto del femminismo».

LA SORELLANZA PERDUTA. Che la bellezza e la libertà sessuale femminile sia un cruccio per le altre donne, duole dirlo, è materia di riflessione, ma anche di letteratura e di canzoni pop (pensate a Bocca di rosa) vecchia come il mondo. Il femminismo della prima ora cercò di mascherarlo, incanalandolo in una presunta “sorellanza” e in obiettivi elevati che, per qualche tempo, funzionarono. Una volta ottenuto qualche diritto, della sorellanza si persero le tracce. Uscirono, dalle stesse femministe di un tempo, saggi sofferti sulla competizione che le donne ingaggiano nei confronti delle altre su ogni fronte.

ARISA TRAVOLTA DALLE CATTIVERIE SUI SOCIAL. Adesso che bisogna andare a cercare la parola “femminismo” su Google e sui dizionari per capire come inquadrarla, le vecchie battaglie per i diritti delle donne hanno lasciato il campo a una caccia alle streghe e a un tentativo di censura che tocca, ancora e sempre, il punto dolente: la bellezza delle altre, considerata ingiusto e immeritato vantaggio. Il sentimento di rivalsa emerge perfino quando tratti gradevoli e stile si trasformano in una conquista, basti leggere le invettive confuse, dolenti e cattive che, sui social, hanno fatto seguito alla trasformazione di Arisa da brutto anatroccolo in raffinato cigno. Tante sue follower si sono dichiarate «tradite», «deluse» dalla volontà della cantante di «adeguarsi ai modelli dominanti». L’attrazione per la bellezza e l’armonia non è un modello dominante, ma un istinto, un riflesso che ci accompagna fin dalla nascita; la voglia di piacersi e di piacere, dunque, è del tutto naturale. Ma da qualche tempo voler essere belle, sensuali, e lottare per questo, è diventato un tradimento nei confronti del genere femminile.

Post scriptum: non mi esprimerò sul valore rivoluzionario dell’opera di Bizet e sulla figura di Carmen, che di certo non aveva bisogno di una presuntuosa e pretestuosa riscrittura moderna, ma forse di una lettura attenta. Mi terrorizza però, da donna di cultura, famiglia e formazione ebraica, la pratica totalitarista della cancellazione della storia in nome di una visione "moderna" di ogni fatto e accadimento, e della censura che si tenta di applicare ad ogni testo. Non bisogna dimenticare, cancellare, erodere. Bisogna imparare dagli errori.

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