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25 Febbraio Feb 2018 0900 25 febbraio 2018

Giappone: i segreti di Aokigahara, la foresta dei suicidi

Si estende per 3 mila ettari sulle pendici del monte Fuji. Ed è il secondo posto al mondo per persone che vi si tolgono la vita. Dicerie, tradizioni, letteratura: le cose da sapere.

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Si chiama Aokigahara ed è tristemente noto in Giappone come “la foresta dei suicidi”. È infatti uno dei posti più battuti dalle persone che decidono di togliersi la vita. Nel 2016, l'eco di questo fenomeno ha spinto il regista Jason Zada a girarci un film horror, con Natalie Dormer e Taylor Kinney mentre, nel 2017, il nome della località è tornato alla ribalta per una bravata combinata da un noto youtuber. Ma cosa c'è di vero dietro a tutto ciò? E perché chi vuole uccidersi decide di farlo nell'impenetrabile foresta ai piedi del monte Fuji?

Una scena del film "La foresta dei suicidi".

1. Il tasso dei suicidi è in calo, ma resta una emergenza nazionale

Da troppi anni, il Paese della bellezza è più tristemente noto come il “paese dei suicidi”. Il numero di casi in rapporto alla popolazione non ha infatti eguali nel resto del mondo e questo nonostante, dal 2010 i casi stiano via via diminuendo. Nel 2017, il numero totale di suicidi in Giappone è stato di 21.140. Per tracciare un parallelo, in Italia la media è di circa 4 mila all'anno, ma abbiamo una popolazione che è meno della metà di quella nipponica. Se è vero che lentamente il tasso di suicidi tra i giapponesi adulti sta scendendo (nel 2017 la fascia d'età più interessata è stata quella sui 40 anni, con 3416 casi, seguita da quella dei 50enni, 3282 decessi e dai 60enni, 3083), ha invece ripreso a crescere tra gli adolescenti, con 29 morti in più negli ultimi 12 mesi rispetto al 2016.

2. Il seppuku nei secoli: così si passa alla storia

Lettera43.it ha già analizzato in passato alcune delle malattie tipicamente nipponiche che incidono sulla psiche di giovani e meno giovani fino a condurli al suicidio. Non si era detto, in quell'occasione, che il suicidio fa parte, da sempre, della complessa cultura giapponese. O, per dirla con le parole del direttore dell’istituto franco-giapponese di Tōkyō, Maurice Pinguet, autore del testo La morte volontaria in Giappone (in cui prova a sostenere la tesi opposta, ovvero che il tasso di suicidi non abbia nulla di eccezionale rispetto ad altri Paesi): «il Giappone non si è mai privato, per principio, della libertà di morire. Su questo punto l’ideologia occidentale si è invece sempre mostrata reticente». E questo è senza dubbio un dato su cui ragionare perché, mentre la religione cattolica ha, fin dalle sue origini, inteso il suicidio come un peccato mortale che spalanca al reo le porte dell'inferno, in Giappone per secoli il suicidio è stato idealizzato e visto come romantico, se non persino eroico.

3. Oltre ai kamikaze c'è (molto) di più: una intera letteratura

Senza per forza scomodare l'immagine dei kamikaze della Seconda Guerra Mondiale, ci si limita a ricordare brevemente altri casi di “suicidi mitizzati”: da quello, nel 1927, dello scrittore e poeta Akutagawa Ryūnosuke, morto quasi completamente folle, fino ad arrivare alla tragica scomparsa di un altro amato letterato, Osamu Dazai, il cui decesso chiama in causa il rito dello shinju, il “doppio suicidio”. Lo scrittore si tolse infatti la vita nel giorno del suo 39esimo compleanno condividendo la tragica sorte con la sua amante. Il rituale del seppuku (sventrarsi), caratteristico dei samurai, ha attraversato i secoli mutando però il modo in cui veniva percepito. Negli anni più recenti non è più considerato un atto eroico ma una sterile fuga dalla realtà. Una resa ai ritmi della vita moderna che indebolisce l'intera società, già alle prese con il problema della denatalità. In una nazione che sembra comporsi più da api operaie che da uomini, suicidarsi è una viltà che disonora anche il nome della famiglia. Ecco forse perché chi si suicida sceglie di farlo senza troppo clamore, lontano dal mondo civilizzato. Nella seconda metà del secolo scorso il numero di suicidi tra le fronde di Aokigahara crebbe in modo tanto esponenziale che la polizia fu costretta a effettuare ronde mensili per ripulire il bosco dalle salme.

4. Un pizzico di Giappone selvaggio, a poca distanza da Tokyo

La foresta di Aokigahara, nota anche col nome “Jukai” (letteralmente, mare di alberi), si estende per oltre 3 mila ettari sulle pendici nord-occidentali del maestoso monte Fuji, il vulcano simbolo del Giappone, che sovrasta la capitale Tōkyō. Sorgendo su pianure laviche, ricche di minerali, il bosco di Aokigahara è particolarmente rigoglioso. Infatti, è sufficiente recarsi sul sito ufficiale per vedere ripetuti, più volte, gli avvertimenti delle autorità: «È caldamente sconsigliato allontanarsi dai sentieri: attorno a voi vedrete solo alberi ed è facile perdere l'orientamento». Data la sua vicinanza a Tōkyō (circa 160 chilometri), la foresta è una delle mete preferite per le gite domenicali fuori porta. Anche perché, tutto attorno, oggi sorgono modernissimi complessi (tra cui uno dei più prestigiosi campi da golf del Paese e un noto Snow resort) che, sebbene abbiano intaccato le dimensioni originali di questo importante polmone verde, non sono riusciti ancora ad addomesticarlo: Aokigahara è e resta un luogo selvaggio, da non prendere sottogamba.

5. Tra dicerie e tradizione: alcuni testi avrebbero “maledetto” la foresta

Resta da capire perché proprio il bosco di Aokigahara sia, ogni anno, l'ultima tappa per decine e decine di persone, tanto da essere annoverato al secondo posto nella infelice classifica dei luoghi in cui si verifica il maggior numero di suicidi al mondo. Una spiegazione può essere fornita da una antica tradizione, legata all'usanza dell'ubasute (“lasciare morire gli anziani”) che consisteva nel portare nel bosco i membri più vecchi del proprio nucleo famigliare che lo avessero richiesto per non essere più un peso per i parenti. In realtà, non si ha modo di verificare se questa usanza abbia realmente preso piede nel Giappone feudale, tuttavia almeno due posti sono legati alle dicerie sull'ubasute: uno è il monte Kamuriki e l'altro è proprio il bosco Jukai. In entrambe le foreste, sempre secondo la tradizione, oggi dimorerebbero gli spiriti arrabbiati di quegli anziani che spingerebbero le persone che vi si avventurano sole a non fare mai più ritorno a casa. Il nome di Aokigahara ricorre anche in due opere: Tower of Waves, un romanzo degli Anni 60 di Seichō Matsumoto, in cui l'eroina si toglie la vita, e ne Il Manuale Completo del Suicidio, di Wataru Tsurumi, che definì la foresta “un luogo perfetto in cui morire”.

6. Il clamore mediatico dello youtuber, dallo scherno alle scuse

Della “foresta dei suicidi” si è tornato a parlare recentemente, dopo che il noto youtuber Logan Paul vi si è avventurato in cerca di emozioni e, imbattendosi nel cadavere di una persona, ha pensato bene di schernirlo e di scoppiare a ridere, pubblicando l'intera vicenda sui suoi canali social. L'ondata di sdegno è stata tale che la celebrità della Rete ha dovuto rimuovere il video e sostituirlo con uno di scuse pubbliche. Del resto, come si è detto, è difficile per un occidentale comprendere il rapporto che lega i giapponesi all'ideale del suicidio. Per questo, ancora una volta, è meglio affidarsi alle parole di uno dei pochi europei che, pur essendo nato altrove, è riuscito comunque a cogliere alcuni particolari della criptica, millenaria, cultura nipponica: «Uccidersi», scrive Pinguet nel suo La morte volontaria in Giappone, «è una severa necessità della quale il Paese del Sol Levante ha deciso di non lasciarsi mai privare per principio, come se avesse compreso che una parte essenziale di grandezza e di serenità viene a scomparire quando in una civiltà si sopprime la libertà di morire».

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