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LA MODA CHE CAMBIA
11 Marzo Mar 2018 0900 11 marzo 2018

Ditemi da quando sorridere è diventato cheap

Facce imbronciate e malinconiche dominano le riviste di moda e lifestyle. Come se l'espressione di gioia fosse appannaggio solo di pazzi o ubriaconi. Perché non recuperare l'energica felicità degli Anni 80?

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Ditemi che è cool sorridere, nonostante tutto. Che non c’è bisogno di inalberarsi o di fingere quell’aria compresa, assorta, malinconica o del tutto inc…ata, ovunque e per qualunque motivo. Che cosa è successo, un anno dopo l’altro, perché l’immagine di qualunque soggetto, tipo fisico o perfino accessorio di lusso, di pregio o sedicente tale dovesse accompagnarsi al broncio? Perché le «risate di gioia» di Anna Magnani sono considerate così irrimediabilmente cheap? In quale momento della storia abbiamo ritenuto che sorridere o, peggio, ridere, desse di noi un’immagine poco sofisticata? Quando abbiamo ritenuto necessario adottare, se non proprio nella pratica almeno nell’effetto, l’abitudine delle cortigiane nipponiche del Quattrocento di tingerci i denti di nero per occultarne l’aspetto ferino e animalesco (dopotutto, in effetti, anche in tedesco i denti si definiscono “zahne”).

NON UNA FACCIA SORRIDENTE. Perché c’è poco da ridere, direte voi, e dopotutto avete ragione, visto che anche Luigi Di Maio promette pop corn come se annunciasse una scarica di pallottole e ha vinto le elezioni. Però dev’esserci davvero poco da ridere in tutto il mondo, e nel mondo del lusso in particolare, visto che sfogliando una qualunque rivista di moda o lifestyle (attività alla quale molti di noi si dedicano il sabato) non si trova una sola, singola faccia sorridente. Interviste, servizi, pubblicità. Zero. Ho per le mani i supplementi femminili dei quotidiani e quello maschile del Financial Times e incrocio solo sguardi truci: mentre scrivo, il direttore creativo di Berluti, Haider Ackerman, vestito di nero dalla testa ai piedi, mi lancia un’occhiata di sfida, e vorrei sapere perché.

RIDONO SOLO I PAZZI E I POVERI. Per incontrare il barlume di un sorriso, o di una smorfia, bisogna cercare fra le pagine dei cosiddetti femminili di fascia B o nei giornali di gossip: più si scende nella scala del privilegio, economico e culturale, e più aumentano le risate. Lo vedete nei dipinti di Bruegel, di Gainsborough e nei ritratti della Vigée Le Brun come nei magazine di oggi. Ridono solo gli ubriachi, i pazzi, i poveri. Le persone assennate, serie, colte, sembrano dover necessariamente avere la fronte aggrottata. Risus abundat in ore stultorum? L’impressione è che, salvo qualche sporadico momento, nella storia dell’arte, della fotografie e dell’editoria, schiere di artisti e di stylist abbiano condiviso la celeberrima locuzione latina senza porsi alcun dubbio, nemmeno quello – provato da decine di studi, ma pure del tutto evidente – che ridere faccia bene alla salute.

In tutta l’editoria di moda e di stile degli Anni 80, in tutti i reportage delle sfilate di allora, vedrete solo volti felici, energizzanti

Si è riso, parecchio, solo negli Anni 80. Volendo andare a cercare la prima uscita di Vogue America firmata da Anna Wintour, datata novembre 1988, vi trovereste una modella che sorride felice in una felpa nera con una grossa croce ricamata, firmata da Christian Lacroix (se non mi sbaglio di grosso, la rivedrete quasi certamente esposta nella prossima mostra del Met dedicata al rapporto fra chiesa cattolica e moda, “Heavenly bodies”). Nessuno direbbe che si tratta dello stesso giornale, e dello stesso direttore, che non sorride mai e che ha tenuto gli occhiali da sole perfino con la regina Elisabetta II. Eppure lo sono.

FORSE ERAVAMO DAVVERO FELICI. In tutta l’editoria di moda e di stile degli Anni 80, in tutti i reportage delle sfilate di allora vedrete solo volti felici, energizzanti; modelle che saltano (non solo da Coveri o da Moschino, interpreti ironici dello stile, ma anche da Chanel e da Valentino). Sembrano tutti così felici, e forse lo erano. Forse lo eravamo davvero. Ora che gli Ottanta sono inaspettatamente tornati di moda, che gli stilisti delle nuove generazioni vanno reinterpretando ruches e volant, colori squillanti e lamé di quegli anni chiassosi, ma anche frange, cotonature e occhi allungati con l’eye liner spesso (vedere l’ultima sfilata di Miu Miu), è curioso che nessuno abbia pensato di recuperare anche quei sorrisi e quell’entusiasmo che ce li fecero vivere con leggerezza, e che – visti ora, in prospettiva – ne giustificano perfino gli eccessi e una certa dose di volgarità. Di quella gioia sembrano rimasti solo i lamée di qualità infinitamente meno raffinata. Che delusione, questi Ottanta a muso duro.

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