Università Milano
LA MODA CHE CAMBIA
1 Aprile Apr 2018 0900 01 aprile 2018

Meno iscritti all'università, perché Paragone sbaglia a esultare

Ovunque la speranza di una vita soddisfacente è legata alla laurea. Perfino se, dopo averla ottenuta, si vuole fare l’agricoltore o l’artigiano. Sono ormai poche le professioni che non la richiedono. Una di queste è la politica.

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«Cinquantamila iscritti in meno all’università. Finalmente il mito della laurea viene messo in discussione, con tutto il carrozzone accademico!», twittava entusiasta nel 2013 il neo-senatore pentastellato Gianluigi Paragone, che per anni ha condotto programmi in aziende televisive guidate o di proprietà di fermi sostenitori della laurea, non ultimo Urbano Cairo, che fresco di diploma in economia e commercio andò a bussare alla porta di Silvio Berlusconi e che pare a tutti aver svolto una brillante carriera. La polemica è recentemente riesplosa. Ma, visto che anche per il conduttore della Gabbia, times they are a changin’, le stesse affermazioni che si sarebbe ben guardato dal fare in Rai o alla 7 sono diventate bandiera politica e strumento di lotta.

L’ignoranza come diritto al potere, caposaldo della cultura populista già ampiamente analizzato da un saggio di José Ortega y Gasset del 1930 e ripreso recentemente dalla filosofa Chantal Delsol nel pamphlet La nature du populisme ou les figures de l’idiot, che non traduco perché il significato mi pare chiaro, ma sul quale avranno modo di confrontarsi solo e purtroppo i soggetti non interessati al tema, essendo disinteressati ai libri e a frasi di senso più complesso dell’urlo liberatorio «tutti a casa». Paragone non è certamente il solo a dare addosso al sistema universitario, naturalmente, e non certo il primo politico a ritenere il "pezzo di carta" del tutto inutile. Al momento abbiamo una vice presidente del Senato che parla per slogan, del tutto incapace di trasformarli in ragionamenti di senso compiuto e - il governo Gentiloni non smetterà mai purtroppo di scontarlo - abbiamo avuto per oltre un anno un ministro dell’Istruzione privo perfino di licenza liceale e dunque delle competenze minime, dirette, per comprendere perfino l’utilità della prova di italiano alla maturità.

LE CONSEGUENZE PAGATE DAI GIOVANI. Per l’Italia, che nonostante gli ottimi risultati delle sue università nelle classifiche internazionali figura agli ultimi posti nelle classifiche europee per numero di laureati, una simile gragnuola di colpi inferti al valore dell’istruzione è drammatica. Da un lato, il calo nelle iscrizioni mette in discussione tutto il sistema scolastico, e non solo la capacità di attrazione dell’università (ricordiamoci che questo è diventato un Paese dove gli studenti di una scuola superiore si ritengono in diritto di legare un'insegnante disabile e di prenderla a calci); dall’altro diminuisce il potere dei nostri giovani di trovare lavoro qualificato non solo e non tanto in Italia, ma soprattutto all’estero dove, e permettetemi di esprimerlo a chiare lettere, i nostri laureati – per pochi che siano – sono ancora fra i migliori.

LA TECNICA NON BASTA. A chi dice che la nostra università non prepara al lavoro, rispetto a quelle anglosassoni, vorrei mostrare la preparazione media di chi, invece, da quelle università esce, e principalmente dagli Stati Uniti. Ragazzi che non sanno collocare sulla cartina geografica gli Stati del proprio paese, e che ne ignorano la storia. Sanno nulla della Louisiana e della Georgia. Parlano di diritti civili senza sapere perché l’economia e il sistema cotoniero portarono all’atroce compravendita di schiavi, e come quegli stessi schiavi fossero spesso vittime di guerre intestine fra capitribù africani, esattamente come accade adesso. Sono ragazzi che, magari, avranno studiato come programmare pc o come disegnare un palazzo, ma che non hanno la creatività e la cultura per farlo. Non basta la tecnica, non basta la famosa esperienza sul campo. Quella arriva dopo. O in parallelo.

IL VALORE DEL SISTEMA UNIVERSITARIO ITALIANO. Due anni di insegnamento universitario superiore, in aule piene di studenti che provengono dalle più prestigiose università mondiali, mi hanno resa una ferma sostenitrice del valore accademico dello studio, e dell’ottima preparazione offerta dal nostro sistema universitario, nonostante le infinite, scellerate riforme che si sono succedute, riempiendo i nostri atenei di corsi inutili. Bisogna avere il tempo per riflettere, capire, confrontarsi: l’applicazione di quanto studiato può, anzi deve, essere affiancata da tirocini, stage e scambi all’estero, ma lo studio non può trasformarsi in lavoro mascherato; lo studio non è lavoro a bottega, e si tratta di un risultato che abbiamo impiegato secoli per raggiungere e rendere disponibile a tutti. Eppure, ci sono intere fasce di popolazione, e non parlo del Sud, ma proprio del famoso Nord delle Pmi, che per oltre vent’anni ha ritenuto lo studio una perdita di tempo, entrando in fabbrica a quindici, sedici anni. Abbiamo perso mezza generazione di laureati, fra chi è nato dal 1970 al 1985, gli anni del boom, e a dieci anni dalla crisi iniziamo a renderci, anzi a non renderci conto del danno.

A UN ANNO DALLA LAUREA MAGISTRALE IL 71% TROVA LAVORO. La laurea non serve? Certo, non si può pensare che porti automaticamente a un lavoro, o al lavoro dei sogni (ammettiamolo, perfino fra i nostri pochi laureati, parecchi non hanno i numeri per fare la carriera che vorrebbero, e come mi capita di scrivere spesso, lacune culturali incolmabili). Eppure, a un anno dal titolo di studio, secondo il rapporto Almalaurea 2017 risulta occupato (a qualsiasi titolo) il 68 per cento dei laureati triennali e il 71 per cento dei magistrali biennali. Rispetto alla precedenti rilevazioni, e dopo la significativa contrazione intervenuta tra il 2008 e il 2013 (-16 punti percentuali per i laureati triennali), nelle ultime tre stagioni il tasso di occupazione è aumentato di oltre due punti percentuali per i titoli brevi.

RETRIBUZIONE BASSA, MA È PUR SEMPRE UN INIZIO. La retribuzione è in media di 1.104 euro mensili netti per i laureati triennali e di 1.153 euro mensili per i laureati magistrali biennali. Poco, forse, rispetto a chi sogna di campare di espedienti, di lavoro nero o di aiuti statali, finché e se ve ne saranno: un buon inizio, invece, per chi desidera farcela con le proprie forze. L’idea, molto resistente, che chi assume preferisca giovani privi di laurea è una di quelle fole nazionali buona per i film (Smetto quando voglio) o per certe realtà semi-rurali che tenderei a non ritenere un obiettivo di vita per un ragazzo ambizioso. Ovunque, altrove, la speranza di una vita soddisfacente è legata alla laurea, perfino se, dopo averla ottenuta, si vuole fare l’agricoltore o l’artigiano. Sono ormai poche, le professioni che non la richiedano: una di queste, è la politica.

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