Ha 9 a scuola,genitori ricorrono al Tar
Società
25 Aprile Apr 2018 1500 25 aprile 2018

Storia di un prof che voleva cambiare la scuola e ci ha rinunciato

Insegnava negli istituti tecnici professionali. Dopo quattro anni ha smesso. E oggi dà ragione all'editorialista di Repubblica Serra. Il racconto di A., tra liti con gli studenti e mancanza di prospettive.

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«Era un'idea romantica, che avevo una decina di anni fa». A. è un giovane professore di 38 anni, nove anni fa fa ha iniziato a lavorare negli istituti tecnici professionali, cinque anni fa ha smesso, oggi dà ragione a Michele Serra. Ha iniziato a fare l'insegnante a Padova, capitale del terziario del Veneto, una grande università, la vita divisa per classe e quartiere delle medie cittadine italiane di provincia. Rispetto ai tanti suoi colleghi, però, A. aveva cominciato con un'idea in testa: insegnare negli istituti tecnici e professionali perché se bisogna insegnare a qualcuno ha più senso farlo alle classi popolari, aiutarle a risalire la scala sociale.

UNA SCUOLA SPEZZATA. Quando glielo si sentiva dire con tale convinzione, sgorgava una piccola ma potente speranza. Ed è per questo che adesso, nell'Italia immobile dei dati Invalsi che certificano come le scuole migliori siano nelle aree più ricche del Paese (Nord Ovest e Nord Est) e come gli istituti nelle zone più arretate (Sicilia, Campania, Calabria e Sardegna) non siano capaci di dare una spinta ai ragazzi, nell'Italia che se la prende con Michele Serra per avere detto che il bullismo è maggiore tra i ragazzi degli istituti tecnici e professionali, cioè quelli delle classi sociali più svantaggiate, è facile pensare a lui, alzare il telefono e chiamare A. per raccontare la sua storia, per sentire cosa ha da raccontare la sua singola voce. Una storia fra tante, soggettiva, ma una storia da ascoltare, che racconta una scuola spezzata.

«Ora mi chiedo quanto sia forte la leva dell'istruzione sulla mobilità sociale», spiega, cercando di non deludere chi lo ricordava all'inizio carriera. Si dice d'accordo con l'editorialista di Repubblica e aggiunge con un gusto amaro: «Oggi non cerchiamo di elevare loro, siamo noi che ci abbassiamo al loro livello». Le scuole in cui A. ha lavorato erano diverse. Un istituto tecnico di buon livello, un istituto professionale della moda di livello molto basso e un altro istituto tecnico medio basso. A sentirlo parlare, le ridde di commentatori da social network e i politici che hanno attaccato l'Amaca di Serra gli darebbero del classista. Ma per chi sta in classe ogni giorno la realtà prende il sopravvento. E anche i giovani insegnanti sembrano guardare il mondo come chi li ha preceduti.

«RAGAZZI SENZA PROSPETTIVA». «I ragazzi non hanno prospettiva, vivono nella dimensione dei social, dello smartphone, per loro la cifra del successo non è diventare ingegnere. Vivono nel presente», ragiona ad alta voce A. tentando di giustificare la distanza con i suoi primi romanticismi. «Forse», riconosce incerto, «ci vivevamo anche noi». Qualcosa si è interrotto a un certo punto in lui, qualcosa si è rotto: «Perdere le motivazione per un insegnante è molto facile». Il professore che voleva insegnare agli istituti tecnici e professionali ha capito che il suo compito, quello che gli veniva chiesto, era un altro: «Più che altro era gestire la classe, tenerli occupati», aggiunge. Tenerli occupati da cosa, viene da chiedersi, perchè bisognerebbe distrarli? «Al professionale, per esempio, quello che facevo al massimo era insegnare loro a scrivere un po' meglio. E a schematizzare qualcosa che leggevano», ricorda. «Da soli non erano in grado a 18 anni di fare lo schema di un testo, di riassumerlo. Quando dopo un anno, a 19 anni, riuscivano a fare uno schema autonomamente era una piccola, piccolissima soddisfazione». Ma come è possibile? Di chi è colpa se siamo arrivati fino a qua?

ELOGIO DEI VECCHI METODI. Non lo sa A. come non lo sa nessuno: «All'università si lamentano del fatto che gli studenti non sanno scrivere la tesina della triennale e danno la colpa alle superiori che danno la colpa alle medie che danno la colpa alle elementari». Il punto, dice con una implicita critica a quella che fu l'idea di scuola, di pedagogia e di educazione sessantottina, a un'intera rivoluzione sognata da tanti, «è che ci chiedono di fare una lezione partecipata, multimediale, perché i ragazzi mantengono l'attenzione per 20 minuti e di più non possiamo chiedere, e intanto li faccio lavorare sempre meno a casa e sempre più in classe. Se tu come insegnante fai lezione frontale con i ragazzi che prendono appunti, semplicemente ti ritengono un inetto». E lo senti A., al telefono che ripete da solo il mantra: «Dobbiamo farli divertire», «Dobbiamo intrattenerli nel modo più piacevole possibile, affascinarli», dice trasmettendo la sensazione di aver trovato finalmente le parole che stava cercando: «Io, ecco, ho molti dubbi». E appena gli chiedi quali, ti ritrovi un elogio dei vecchi metodi: «Quando facevamo la lezione frontale, dovevano imparare a stare attenti, a prendere appunti mentre uno parlava a schematizzare gli appunti. Quando non c'erano le competenze di cui si parla ora erano più competenti».

Un ragazzo ha cercato di farmi cadere, io l'ho preso per il collo tentando di farlo abbassare sul banco. Alla fine ci siamo affrontati di petto

A., insegnante di 38 anni

Non è facile capire cosa sia successo. Non è facile rispondere all'interrogativo più difficile: abbiamo abbandonato i ragazzi delle classi sociali puù svantaggiate, lo abbiamo fatto tutti, insieme? A. ascolta la domanda con attenzione, si ferma e risponde solo: «Non lo so». Poi, come se focalizzasse meglio il problema, spiega che a fare la differenza nelle scuole è la linea sulla disciplina, decisa soprattutto dal preside. «Quanto bocciamo, quanto non bocciamo. Se appoggi gli insegnanti o gli studenti. Questo conta molto».

AUMENTARE GLI ALUNNI O SELEZIONARLI? Sono scelte che creano una gerarchia nelle scuole. Anche se non è scritto da nessuna parte. Anche se non lo leggi sulle insegne, sulle targhe di pietra o metalliche sui muri degli istituti superiori. Tanto lo sanno tutti, in una città di provincia. Tutti sanno che se un ragazzo non ce la fa in una scuola di un certo livello allora può scegliere quella un po' in più in basso e se non ce la fa di nuovo quella del gradino sotto ancora. Ognuna ha il suo dosaggio di disciplina, misurata quasi in funzione della posizione che vuole coprire sul mercato. «È proprio questo: una posizione sul mercato», concorda A. «Ci sono presidi che hanno come missione quella di aumentare gli alunni, altri di selezionarli». Il mercato della scuola di cui non c'è traccia ufficiale è invece la quotidianità dei professori.

QUESTIONE DI REAZIONI. Ci sono racconti che chiariscono la linea di un dirigente scolastico. «Su un istituto padovano è girato per molto tempo l'aneddoto della prof di inglese che voleva mettere una nota sul registro elettronico a un alunno. Lui si è alzato le ha detto: 'T***, metti via quel computer se no te lo spacco sulla testa'. E la preside si è rifiutata di metterle la nota disciplinare». Tra i professori, ricorda, tutti conoscevano l'episodio. Anche A., nonostante lui tenti di minimizzare, ha avuto il suo. «Ero agli inizi: un ragazzo ha cercato di farmi cadere colpendomi di lato con l'ombrello, io gli ho detto 'cosa diavolo cerchi di fare?', e l'ho preso per il collo tentando di farlo abbassare sul banco. Alla fine ci siamo affrontati di petto. Gli studenti hanno visto solo la mia reazione e lui ha sempre negato di avermi colpito. Il ragazzo è stato sospeso cinque giorni, a me la preside ha consigliato di dimettermi e solo dopo che tutta la scuola, gli altri insegnanti, si sono mobilitati ho ottenuto di essere solo sospeso due giorni».

Michele Serra.

Il professionale, la scuola peggiore dove è stato, con buona pace del politicamente corretto, è anche quello dove c'era la più grande percentuale di ragazzi "con problemi", come viene definito con fredda e inerte vaghezza chi ha bisogno di un insegnante di sostegno: «Su 120 studenti, 20 o 30 dovevano essere seguiti. Non ho mai fatto lezione senza un insegnante di sostegno in classe». Un altro effetto della gerarchia non detta e presentissima nel mondo della scuola. «Deprimersi è facile», ammette, nel migliore dei casi «ti adegui». C'è speranza in chi sognava di insegnare all'istituto professionale? «No, speranzoso,no», risponde con una delle poche certezze. «Non ci sentiamo sostenuti, per l'opinione pubblica siamo quelli dei tre mesi di vacanza, i privilegiati. Un cambiamento verrebbe da un investimento dall'aumento dei salari. In Francia e Germania ci sono prospettive di carriera. Scatti che fanno arrivare a fine carriera a 2.300-2.500 euro, qui dopo 30 anni puoi aspirare al massimo a 1.800 euro», argomenta come tanti altri inascoltati prima di lui.

DAI PROFESSIONALI AGLI STRANIERI. A. era andato in Francia, poi è tornato. Ora non lavora più negli istituti tecnici, nei professionali, dove aveva scelto di cominciare. Insegna italiano agli adulti stranieri, che vogliono imparare volontariamente: «Se non altro è gente motivata», dice quando gli domandiamo un parere. «Il loro livello di istruzione è bassissimo. Vengono dall'Africa Subsahariana, dal Pakistan, dal Bangladesh. A 25 o a 35 anni, hanno alle spalle due anni di scuola. Oppure cinque anni in una scuola coranica che non è fare scuola, gli manca qualsiasi nozione matematica per esempio». E rispetto agli adolescenti? «Rispetto ai ragazzi migliorano molto lentamente. Ma c'è una differenza: sono più sereno e posso tenere lo stesso livello di voce che tengo in questo momento. All'istituto tecnico urli dall'inizio alla fine», conclude, «è la normalità». Ci si accontenta della serenità. Forse vale di più, in una scuola con poca speranza.

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