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Società
1 Luglio Lug 2018 0900 01 luglio 2018

Emmanuel, a Fermo non c'è spazio neanche per la memoria

Il Consiglio comunale dice no alla targa commemorativa per il ragazzo ucciso nel 2016. Colpa della parola «razzismo», che il paese non accetta. Preferendo autocensurarsi.

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Il sangue di Emmanuel ricadrà su di te, Fermo che non hai voluto vedere, non hai voluto capire e adesso, a distanza di due anni, non sai se, come dedicargli una targa: il Consiglio comunale, a guida civica ma di sinistra, s'è impuntato, non la vuole la menzione del razzismo nell'iscrizione, non accetta, come riassume il sindaco, Paolo Calcinaro, «un tema che sarebbe punitivo, nei confronti della città, come quello del razzismo». E la targa non passa. Volevano scriverci: «In memoria di Emmanuel Chidi Namdi, vittima del razzismo il 5 luglio 2016. In una città come Fermo che è da sempre, e vuole restare, modello di solidarietà, accoglienza e civiltà», iscrizione che peraltro ha le sue colpe: oltre a essere scritta alla “Cazzuiu”, come il personaggio di Albanese, punta su quell'insicurezza provinciale, patologica, noi siamo i migliori, siamo un modello. Perfino un episodio orrendo serve a spolverarsi un po', diventa autoassolutorio: sì, è morto un cristiano, ma questa resta la città più bella del mondo. Ma neppure così è bastato.

ALIBI CHE NON REGGONO. La città, le va dato atto, non è priva di ragioni per rifiutare una patente razzista che le suona strumentale, ingenerosa: la tradizione di accoglienza non manca, qui vivono, circolano una generosa quantità di neri africani, in buona parte ospiti del seminario arcivescovile, che se non sono inseriti appieno nella vita collettiva comunque non sono disintegrati, non si registrano episodi di intolleranza, di tensione, nelle scuole l'omogeneizzazione è compiuta, è completa; è anche vero che il responsabile della morte di Emmanuel, l'ultrà di estrema destra Amedeo Mancini, era uno, come è stato detto senza timor del ridicolo, «che pesta tutti, neri ma anche ascolani e abruzzesi», per dire uno manesco, con quattro Daspo allo stadio, uno col quale era meglio non avere a che dire e questo non può bastare a crocifiggere una comunità. Qui, però, le attenuanti si fermano; oltre, sfociano in alibi, e sono alibi che non reggono.

Omicidio di Emmanuel, Fermo riabbraccia il 'suo' Amedeo Mancini

L'uomo che quasi un anno fa causò la morte del 37enne nigeriano è libero. La città si stringe attorno a lui, sindaco incluso. E qualcuno si chiede "chi lo risarcirà". Mentre le responsabilità si spostano sulla vittima. "Doveva andare così", dicono a Fermo.

Perché non è razzista Fermo, ma ha saputo trasformare il responsabile in una sorta di eroe. Perché non le è bastato neppure il piumino di una magistratura benevola che ha condannato Mancini a quattro anni patteggiati, detenzione preventiva e definitiva meno di tre mesi, ma sufficiente a far gridare rabbiosamente alla persecuzione, a prendersela con la vittima. Perché la condanna per omicidio, che sulla stampa locale ancora si tenta di mistificare, «all'inizio si parlò di omicidio...», ha comunque considerato l'aggravante dei motivi razziali. E, se pure una rissa finita male, ma salita da insulti inequivocabili, «scimmie tornatevene in Africa» è una macchia che non fa il leopardo xenofobo, la città però ha adottato senza riserve il proprio figlio prediletto e perseguitato, ciò che ebbe a constatare proprio il primo cittadino: «La città è tutta con Amedeo».

IL VITTIMISMO AGGRESSIVO DI UN BORGO. Ed era così, col borgo che si rinserrava nel vittimismo aggressivo, diffidente verso i foresti, i giornalisti impiccioni in fama di provocatori; che non voleva mettere in discussione la leggenda autoriferita della città più bella, più ospitale, più accogliente del mondo; coi poster dell'ultrà nelle pizzerie, nei caffè, i cori allo stadio, le canzoncine rap, le invocazioni, le giustificazioni assurde e miserabili, «è successo perché ce ne sono troppi», come se la salvezza stesse nel numero chiuso; con la totale indifferenza, quando non fastidio. Un incidente? Forse, ma resta il fatto che l'aggressione, nella vulgata popolare, alimentata da una informazione locale che non si è fatta troppi scrupoli di prudenza, è diventato la vittima e viceversa, una inversione di ruoli che aveva dell'allucinante e sorvolava sulla esatta dinamica della “fatalità”: l'ultrà che, con un amico, vede la coppia di nigeriani camminare mano nella mano, li offende pesantemente, Emmanuel che per difendere la moglie imbraccia un palo, lo scaglia, l'altro, un ariete dalla forza sovrumana, gli sferra un cazzotto devastante, che difatti gli spappola la mandibola, poi gli balla sopra come in un rito tribale senza capire che l'altro sta già morendo, offeso dal contraccolpo del cranio sul marciapiede.

I funerali di Emmanuel.

E allora bisogna trovare una soluzione: «Quell'africano non doveva reagire, non contro un fermano». Come in una disfida medievale? A dirlo è gente del luogo che scende con la mazza in mano per uno sguardo, una manovra. «Amedeo non è razzista, si diverte a tirare le noccioline ai negri perché è un buontempone», tentò di giustificarlo il fratello e tanto bastò a una città che altro non attendeva se non di prendere per buone certe versioni stravaganti, come l'esercito di nigeriani fulmineamente accorso in armi per linciare il “figlio provocato”, e poi la mafia nigeriana ai funerali nella cattedrale del Girfalco, senza che la polizia se ne avvedesse. E in quel luogo disgraziato, alla svolta di una strada che porta in piazza, la targa non passa. Di razzismo non si deve parlare, la città non lo merita. E va bene, ma almeno un accenno all'intolleranza, alla bestialità, al localismo esasperato che chiude i suoi porti alla ragione, quello come fai a non mettercelo, come fa un luogo a censurarsi fino a questo punto? E lo fa.

UN IMBUTO DI OBLIO. Monsignor Vinicio Albanesi, capo della Comunità di Capodarco che aveva adottato Emmanuel e la sua Chiniery (indotta a lasciare la città in un clima a dir poco ostile, di accuse volgari, di insinuazioni oscene), aveva parlato di Mancini come di un'altra vittima: allora parve una frase da prete, dopo due anni ci può anche stare nello scenario di un Colle che, lungi dal guardarsi dentro, rigetta persino una targa perché non sa mettersi d'accordo sul significato. Perché sospetta di tutto e di tutti, anche di se stessa, e preferisce un imbuto d'oblio. Sì, d'accordo, la faccenda sarà politica, in Consiglio un grillino ha votato a favore, un altro è uscito prima lavandosene le mani, sì, va bene, ci saranno dieci, mille cose sotto, dietro, davanti, le solite storie di notabilato di paese, la solita sinistra più sinistra che si scazza con quella meno sinistra, chi se ne frega, resta lo sconforto di una impossibilità vagamente grottesca, vagamente monicelliana. Dissolvenza sulla lapide di Emmanuel al cimitero di Capodarco, dove nessuno mai lo va a trovare, con la facciata di carta, lui con la cravatta il giorno del matrimonio, la facciata di carta perché è lì di passaggio, forse un giorno si troveranno i soldi per rispedirlo in Nigeria, in modo che non sia mai esistito, che nessuna targa sia da discutere mai più.

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